Lo sforzo degli "operatori",
i "fondi" insufficienti stanziati dai "paesi ricchi"

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e coloro che cercano di sostenerlo

John Holmes*
("Avvenire", 28/11/’08)

I somali sopravvissuti a un’estate di "conflitti" e di "stenti" stanno sperimentando ora uno dei periodi peggiori nella storia del loro Paese. In questo momento di bisogno disperato, coraggiosi "operatori umanitari" si impegnano nell’alleviare le sofferenze della popolazione civile a rischio delle proprie vite. Nonostante il recente attentato alla sede delle "Nazioni Unite" in Hrgeisa, continueranno a garantire "assistenza umanitaria" alle popolazioni. Nel corso degli anni, i somali hanno imparato a difendersi da soli in circostanze che la maggior parte di noi avrebbe trovato impossibili. Dopo oltre due decenni di scontri, quattordici "processi di pace" falliti, il popolo somalo ha dimostrato una forza eccezionale, sebbene in questo momento anche i più forti tra loro abbiano bisogno di maggiore assistenza. Le piogge, da cui dipende l’agricoltura del Paese, sono diminuite notevolmente in diverse regioni. È il terzo anno consecutivo in cui i contadini assistono impotenti alla perdita di preziosi raccolti a causa della "desertificazione". Le riserve di cibo, bestiame e semi sono state già utilizzate. Nel frattempo, una "iper-inflazione" ha causato l’aumento del 700% del prezzo di diversi prodotti alimentari di base. Questi eventi da soli getterebbero nella disperazione la maggior parte delle famiglie, ma i somali hanno continuato coraggiosamente a sopportare il peso del conflitto in corso tra Governo e "gruppi ribelli". Per più di un milione di persone – una su sette – sopravvivere alle ultime, tragiche fasi della propria storia ha significato abbandonare tutto e rifugiarsi in uno dei "campi profughi" sorti sul territorio. Sono 97mila gli abitanti che hanno lasciato le proprie case in Settembre. Altri hanno faticosamente percorso centinaia di chilometri per raggiungere "tendopoli" "sovraffollate" oltre il confine del Kenya, dove almeno 5mila somali arrivano ogni mese. Drammaticamente, centinaia di donne e di uomini cercano ancora di solcare il "Golfo di Aden" verso lo Yemen, un viaggio in mare aperto nel corso del quale sono frequenti i "naufragi". Quando, all’inizio di quest’anno, l’immane portata di questa crisi è divenuta palese, l’"Onu" ha fatto appello alla "comunità internazionale", chiedendo 646 milioni di dollari per coprire l’emergenza.
Finora le "agenzie umanitarie" hanno ricevuto 418 milioni. E il "personale umanitario" è stato oggetto di attacchi da parte di vari gruppi, per motivi difficili da comprendere, dato che l’unico scopo degli "operatori" è assistere la popolazione. Oggi la
Somalia può essere indicata, con l’Afghanistan, come uno dei luoghi più pericolosi del mondo. Ventinove "operatori umanitari" – per la maggior parte somali intenti ad aiutare la propria gente – sono stati assassinati nel corso di quest’anno.
Altri 25 sono stati rapiti e 16 di loro sono ancora prigionieri. Malgrado la situazione di altissimo pericolo, dobbiamo mostrare che è ancora possibile fornire un’assistenza efficace.
Nel 2008 è stato inviato un quantitativo di "aiuti umanitari" pari al fabbisogno di circa 2 milioni di persone, il doppio rispetto all’anno scorso. A
Mogadiscio viene garantito almeno un pasto caldo al giorno a 80mila abitanti. Migliaia di bambini "profughi" riescono a sopravvivere grazie a "programmi alimentari" mirati. Tali risultati riflettono sia la determinazione del popolo somalo, sia l’impegno degli "operatori umanitari", che mettono ogni giorno a repentaglio la loro vita. L’"aiuto umanitario" in Somalia non rappresenta una soluzione a tutti i problemi. Tuttavia, continuerà a costituire un "tassello" fondamentale. Se la popolazione riesce a trovare l’energia per combattere a favore delle proprie vite, il resto del mondo non può abbandonarla.

* Sotto-Segretario delle "Nazioni Unite" per gli "Affari Umanitari"