"Non c’è vera cura pastorale
che non formi alla missione e alla mondialità"

RITAGLI   La missionarietà delle comunità di missione   MISSIONE AMICIZIA

P. ILARIO BIANCHI, Missionario del Pime in Brasile.

P. ILARIO BIANCHI, PIME

Un mio confratello, il Beato Paolo Manna, fondatore dell’Unione Missionaria del Clero, si definiva "Missionario fallito!" perché era stato inviato in terra birmana, ma la salute non l’aveva sostenuto ed era stato costretto al rientro in Italia

Io molto più semplicemente mi definisco "missionario in esilio", esilio accettato, ma sempre esilio.

Lo so che dovunque si può e si deve essere missionari; lo so che la "Missione" è dono di Dio e non la scegliamo noi, ma il mio pensiero vola di frequente al di là dell’oceano…

Sono contento di essere in Italia e sono felice del servizio che mi è stato richiesto, ma il sogno mi porta lontano…

Ogni tanto ricevo una tiratina d’orecchi alla fine della S. Messa quando durante l’omelia manifesto il desiderio di ripartire.

In questi momenti ricordo che non ci si dovrebbe preoccupare quando il missionario sogna la sua missione: niente di più naturale.

Come una mamma non può dimenticare un figlio, così il missionario non può dimenticare la sua missione.

La preoccupazione dovrebbe nascere quando in un missionario non si sente quel desiderio di andare, di partire…: "Esci dalla tua terra e va…".

Partire perché non si guarda al presente, partire perché c’è di fronte a noi una vita eterna: siamo su questo mondo, ma non siamo fatti per questo mondo.

Il nostro orizzonte è la vita eterna, il nostro destino è Altrove.

Il "partire", "l’andare altrove" del missionario, l’essere "cittadino del mondo intero", o se preferite, il suo non essere "cittadino di questo mondo" perché non ancorato in maniera definitiva ad una città, ad una cultura, ad un mondo, diventa un "segno profetico" perché rimanda ad altro.

L’unica certezza che abbiamo nella nostra vita è riposta nell’Altro, in quel Signore che è ragione del nostro vivere e agire; come sono dell’Altro, di quello stesso Signore, i risultati dell’Evangelizzazione: noi da soli non possiamo aver certezze.

Possiamo cambiare tutte le strutture che vogliamo, fare l’evangelizzazione più riuscita, studiare i progetti più efficaci, ma la risposta è libera.

I risultati a volte sono scoraggianti proprio dove più si sperava, mentre, sempre a volte, possono essere meravigliosi e andare al di là di ogni speranza, proprio quando non ci si aspettava niente di buono.

Sono stato domenica scorsa per animare la Giornata Missionaria in una parrocchia dove si segue il rito ambrosiano: Rossino.

Il Vangelo di quella domenica ci presentava la figura della Samaritana: una donna che non appare come un esempio o un modello da seguire per una donna e sposa cristiana; eppure questa donna si incontra con il Signore, è il Signore che l’attende vicino al pozzo e che inizia un dialogo con lei ed è Lui che con delicatezza guida il dialogo.

Questa donna, dopo aver risposto alle domande del Signore, e dopo aver ricevuto risposte ai suoi dubbi, scopre una realtà nuova, per questo abbandona la brocca e si dimentica dell’acqua che era andata a cercare e ritorna in città per annunciare la sua esperienza: diventa testimone del Signore, una delle prime missionarie.

Ma non era una donna di dubbia moralità e di scarsa virtù?

Eppure si lascia avvincere dal Signore, è sedotta da Lui, scopre una nuova realtà e si converte.

Non c’è da stupirsi se il Signore si "serve" di questa donna: nel suo amore, il Signore chiama chi vuole, quando vuole, come vuole, per affidare una Missione che non è nostra, ma è completamente sua.

La missione è dialogo di amore: amore di Dio per l’umanità, perché tutto è dono e il dono non deve e non può essere sprecato, risposta d’amore dell’uomo che risponde il suo sì all’amore di Dio, si lascia amare da Lui e sceglie di amarlo, amore dell’uomo per l’umanità perché il dono ricevuto diventi condivisione.

Il successo della Missione è nelle mani di Dio, è suo: noi non siamo che strumenti nelle sue mani.

Così sulla testimonianza di quella donna di Samaria alcuni credono sulla sua parola, senza discutere sulla persona e sulla moralità del "messaggero", altri vanno e invitano il Signore a fermarsi nella loro città; tutti insieme faranno esperienza del Signore e alla fine diranno alla donna: "Adesso non crediamo perché ce l’hai detto tu, ma perché abbiamo visto e udito…".

Bellissimo!

Quando ci si incontra con il Signore non si può rimanere immobili e muti, quello che abbiamo visto, udito, contemplato, toccato con le nostre mani, dobbiamo condividerlo, annunciarlo, testimoniarlo (cfr. l’inizio della Prima Lettera di S. Giovanni).

"L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, - diceva Paolo VI in "Evangelii Nuntiandi" - o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni", così se desideriamo che la Chiesa "diventi" sempre più missionaria è necessario che ci sia qualcuno che faccia memoria di questa vocazione e aiuti a realizzarla.

Scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica "Novo Millennio Ineunte":

"Fare della Chiesa, la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia; se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo...

occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, i sacerdoti, i consacrati, gli operatori pastorali, le famiglie e le comunità".

"Ora il Cristo contemplato e amato ci invita ancora una volta a metterci in cammino: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19).

Il mandato missionario ci introduce nel terzo millennio invitandoci allo stesso entusiasmo che fu proprio dei cristiani della prima ora: possiamo contare sulla forza dello stesso Spirito, che fu effuso a Pentecoste e ci spinge oggi a ripartire sorretti dalla speranza «che non delude» (Rm 5,5)".

"Il nostro passo, all’inizio di questo nuovo secolo, deve farsi più spedito nel ripercorrere le strade del mondo.

Le vie sulle quali ciascuno di noi, e ciascuna delle nostre Chiese, cammina, sono tante, ma non v’è distanza tra coloro che sono stretti insieme dall’unica comunione, la comunione che ogni giorno si alimenta alla mensa del Pane eucaristico e della Parola di vita".

La sfida è lanciata, ma il cristiano ha la certezza di non essere solo: sa che non parte da zero perché tanti fratelli e sorelle hanno già percorso i sentieri che noi ci apprestiamo ad iniziare.

La storia della Chiesa è un continuo di "andare oltre", "duc in altum", prendere il largo.

Anche le comunità di missione hanno capito che la missione universale della Chiesa non può essere solo un’attività rivolta verso di loro, dall’esterno all’interno, ma tocca il loro modo di vivere, il loro modo di essere comunità aperte, disponibili ad accogliere e pronte a donare; hanno capito anche che l’essere missionari non riguarda solo alcuni membri della comunità, ma interpella ogni persona e ogni settore della vita cristiana.

Le comunità di missione hanno compreso che la missione è un dialogo d’amore, un amore che fa nascere la comunione ecclesiale, cioè l’amore alla Chiesa concreta con tutte le gioie e i dolori, gli entusiasmi e le delusioni, le sue lentezze e i suoi limiti: non esiste una Chiesa frutto delle nostre idealizzazioni; esiste questa Chiesa concreta in cui siamo, quella Chiesa che è santa per tutto quello che riceve da Dio e che e peccatrice per quello che riceve da noi uomini - come insegnavano e dicevano i Padri della Chiesa - : è questa che dobbiamo amare e voler fare più bella, più aderente al Progetto di Dio.

Tutto facile e semplice?

Se avessimo tutti un cuore di bambini non sarebbe troppo difficile perché il bambino è capace di meravigliarsi continuamente, è capace di sorridere, di chiedere aiuto e di lasciarsi aiutare, è capace di chiedere perdono ed è capace di perdonare; per noi adulti è più difficile, abbiamo pensieri che si ergono come barriere invalicabili, ma è necessario superare alcuni ostacoli radicati nel nostro modo di pensare e di agire, perché non si può pensare alla Chiesa come un contenitore di Dio così che la Missione diventi un senso unico che parte dalla Chiesa e va verso tutto ciò che non è Chiesa, che parte dal "mondo cristiano" (l’Occidente) e va verso il mondo non cristiano (gli altri continenti), che parte dai "praticanti" per andare verso gli "increduli", gli "infedeli" (una volta si diceva "i pagani") e i membri di altre religioni…

Arrivando a Brasilia per iniziare un tempo di studio della lingua e della cultura brasiliana ho trovato appeso nella Cappella del Centro Missionario Nazionale un arazzo ricamato dagli indios che riecheggiava le parole che Jahwé rivolgeva a Mosè davanti al roveto ardente: "Togliti i sandali, perché il terreno che stai calpestando è terra sacra: Dio e passato prima di te".

È urgente riscoprire la missione come un incontro, uno scambio reciproco, un dare e ricevere, perché se Dio, con il suo Spirito, è presente e opera ovunque, allora la ricchezza del dono viene scambiata fra tutte le parti, in una continua comunione e uno scambia fra persone, Chiese, religioni, culture e popoli.

Già nel 3° secolo San Giustino diceva che Dio ha seminato nel cuore di ogni uomo i semi del Verbo: questi semi sono presenti, è necessario scoprirli e aiutarli a germinare, fiorire e dare frutti.

Come è possibile farsi servitori di Dio e dei fratelli? Come è possibile scoprire e vivere i segni della presenza del Risorto?

Non è facile dare una risposta, ma penso che la comunità cristiana dovrebbe riscoprire l’accoglienza come fondamentale momento di evangelizzazione.

Siamo accolti da Dio? Impariamo ad accoglierlo nei fratelli.

Amiamo essere amati, dobbiamo imparare ad amare.

Desideriamo essere perdonati, impariamo a perdonare.

Quando nel 1995 celebrammo a Mazagão i 150 anni di parrocchia vennero organizzate diverse iniziative. La più significativa fu quella di invitare quei fratelli e sorelle che si erano allontanati dalla comunità, magari entrando in una setta, ma che poi - usciti dalla setta - non avevano più avuto il coraggio di ritornare nella comunità cristiana.

In tanti mi dicevano che era fatica sprecata: "Tanto quelli non ritornano!".

Invece vi posso assicurare che tanti davvero ritornarono e ripresero con gioia il loro posto nella comunità.

Altra necessità è quella di non chiudersi in se stessi, neppure quando si è in pochi, non aver paura di essere un piccolo gregge, ma valorizzare l’essere piccoli, scoprire la "piccolezza" di Maria di Nazareth come modello e da qui ripartire continuamente per essere evangelizzati ed evangelizzare.

E per non diventare sterili e inutili dobbiamo guardare a Maria per imparare da lei ad accogliere, comprendere, condividere e mettersi al servizio, perché la fecondità è sempre un accogliere un seme…

Quando nel 1996 abbiamo celebrato il 50° anniversario di presenza dei missionari del PIME in terra Brasiliana, Mons. Pirovano, uno dei primi tre missionari del PIME sbarcati in quella terra, ci raccontava l’avventura dell’arrivo.

Arrivarono in tre, un Padre anziano e due giovani. Sbarcarono a Santos pieni di entusiasmo e ardore missionario: passarono la giornata cercando un luogo dove porre le basi, e arrivarono a sera senza aver trovato nulla.

Il più anziano, P. Attilio Garè, si ricordò che a San Paolo era presente una comunità fondata dal suo amico don Orione, così bussarono a quella porta.

Dopo una calorosa accoglienza e una sistemazione alla missionaria, "non abbiamo né camere né letti da offrirvi, ma potete sistemarvi in un angolo del salone", venne chiesto se avessero cenato. Il Padre anziano non voleva, ma i giovani subito risposero che l’unico cibo di quella giornata era stato il caffè preso sulla nave, al mattino, prima di sbarcare.

"Non preoccupatevi, vi troverò subito qualche cosa da mangiare!", disse quel Padre Orionino; passo una mezzora e ritornò pieno di vergogna: tutto quello che aveva trovato in casa era una sola banana, che veniva offerta con semplicità. Una bella risata insieme, poi quel cibo veniva condiviso. Meglio un pezzettino di banana che niente…

Terminava il suo racconto Mons. Pirovano dicendo: "Abbiamo iniziato cenando dividendo una sola banana in tre, ma oggi a distanza di 50 anni ci troviamo qui in oltre 150, e non siamo solo italiani, ma arriviamo anche da altre nazioni. E mentre noi celebriamo questo anniversario, missionari nati in questa terra, frutto del nostro lavoro, sono partiti e si trovano in tutto il mondo annunciando quel Signore che ci ha amati!".

Negli incontri ecclesiali del CELAM a Puebla, Medellin e Santo Domingo, la Chiesa dell’America Latina e Carabi ha dato il suo impegno: "Condividiamo la nostra povertà".

E la parole si sono tradotte in vita, in impegno missionario; condividere la propria povertà ha preso il significato di offrire la propria collaborazione e tanti (preti, religiosi, religiose e laici) sono partiti verso il vivere insieme ad altri e per testimoniare la gioia dell’incontro con il Cristo, il Crocifisso Risorto.

"Scoprire nei volti sofferenti dei poveri il volto del Signore è qualcosa che sfida tutti i cristiani a una profonda conversione personale ed ecclesiale. Nella fede troviamo i volti sfigurati dalla fame, conseguenza dell’inflazione, del debito estero e delle ingiustizie sociali; i volti delusi dai politici che promettono e non mantengono; i volti umiliati a causa della propria cultura che non è rispettata ed è per di più disprezzata; i volti terrorizzati dalla violenza quotidiana e indiscriminata; i volti angosciati dei minori abbandonati che camminano per le nostre strade e dormono sotto i ponti; i volti sofferenti delle donne umiliate e non considerate; i volti stanchi degli emigranti, che non trovano un’accoglienza dignitosa; i volti invecchiati dal tempo e dal lavoro di coloro che non hanno un minimo per vivere in maniera decorosa" (Dalla "Quarta Conferenza Generale dell’episcopato latinoamericano", Santo Domingo 1992, n. 178c).

Non dobbiamo temere, c’è ancora tanto da donare, e c’è ancora molto da apprendere, da ricevere, da imparare dagli altri, sia guardando le tradizioni delle vecchie comunità, che lasciandosi condurre dall’entusiasmo delle giovani Chiese piene della forza della Spirito; e potremmo imparare qualche cosa anche dalle Chiese sorelle e, perché no, anche da buddhisti, musulmani, Religioni Tradizionali, shintoisti o confuciani… e dovremmo riconoscere che questo "qualcosa" è il dono che Dio ha concesso e affidato a loro per noi, e a noi per loro.

Le Chiese cristiane devono continuare ad annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo, il mistero pasquale nella sua integrità: questa è la loro missione e non può essere in alcun modo ridotta o stemperata; ma a loro volta devono accogliere la verità custodita dagli "altri".

Scriveva Giovanni Paolo II nel Messaggio per la "Giornata Missionaria Mondiale" 1997…

«Certo, non tutti sono chiamati a partire per le missioni: "Si è, infatti, missionari prima di tutto per ciò che si è, prima di esserlo per ciò che si dice o si fa" (Enc. "Redemptoris missio", 23). Non è determinante il "dove", ma il "come". Si può essere autentici apostoli, e nel modo più fecondo, anche tra le pareti domestiche, nel posto di lavoro, in un letto di ospedale, nella clausura di un convento...: quel che conta è che il cuore bruci di quella divina carità che - sola - può trasformare in luce, fuoco e nuova vita per tutto il Corpo Mistico, fino ai confini della terra, non soltanto le sofferenze fisiche e morali, ma anche la fatica stessa della quotidianità.

E continuava…
«Auspico di cuore che, alle soglie del nuovo Millennio, la Chiesa intera sperimenti un nuovo slancio di impegno missionario. Ciascun battezzato faccia suo e cerchi di vivere al meglio, secondo la sua personale situazione, il programma della santa Patrona delle missioni: "Nel cuore della Chiesa, mia madre, sarò l’amore... così sarò tutto!"».

Chiamati ad essere Chiesa, cioè asuperare il guardare a se stessi, alle proprie necessità, ai propri bisogni, per aver una visione e un impegno "globale", che tiene presente le necessità e le urgenze del mondo intero.

Non importa dove siamo, importa cosa e come viviamo: Santa Teresina di Gesù Bambino, pur vivendo nella clausura di un Carmelo, arrivava con la sua preghiera e i suoi sacrifici a sentirsi unita al missionario che testimoniava l’Amore nella più lontana missione, nella più lontana foresta.

Bisogna entrare nel gioco, non basta sedersi in tribuna a guardare e criticare.

Non è tanto difficile criticare e contestare la Chiesa (dimenticandoci che anche noi siamo parte di questa Chiesa); è più difficile contestarsi nella Chiesa e portare le sue carenze come quelle di una madre amata e venerata, è più difficile regolare il proprio passo sul passo degli altri o farsi carico dei pesi che gli altri non riescono a portare.

Essere nella Chiesa non è una cosa scontata, ma è un lasciarsi condurre, un lasciarsi fare affinché la storia personale sfoci in una precisa "vocazione ecclesiale". Una vocazione che ci pone alla sequela di Dio e al servizio dell’uomo, perchè ciò che è autenticamente evangelico è pienamente umano!

Quando la profezia è condotta in ossequio al Vangelo, il risultato è che all’uomo è restituita una dignità pienamente umana.

Essere Chiesa, essere missionari si tratta di "vocazione", di una risposta alla voce del Signore che chiama.

Guardando alla propria storia (storia personale e comunitaria) si può cogliere il significato profondo del cammino percorso; nessun avvenimento è nato per "a caso" o è stato inutile: gli incontri e i legami con quella persona, quel missionario, quel prete, quel religioso o religiosa, quel laico, gli appelli di certe situazioni, le attività realizzate, le dimensioni di sofferenza e i valori culturali scoperti, le esperienze vissute… tutte cose che sono state "provvidenziali" e vengono sempre valorizzate da Dio come preparazione per un compito che va oltre la tua persona e il tuo stesso gruppo e la tua comunità; vengono messe in servizio della realizzazione della missione della Chiesa nel mondo, in concreto dell’impegno missionario della Chiesa.

Cristo ha annunciato il Regno di Dio e ha fondato la Chiesa perché fosse al suo servizio. Quello che favorisce il Regno di Dio, al di là del fatto che uno sia cristiano o no, per chi crede è "cosa buona".

In questo senso, il Vangelo "lievita" le culture, ne riconosce i semi del Verbo, le anticipazioni del Regno, non solo, ma il Vangelo critica tutto quello che va contro l’uomo.

Mi sembra che ci siano due parole che racchiudono tutto il valore di quanto stiamo dicendo: carisma e mistero.

Ogni dono di Dio è un dono fatto alla singola persona, che può accoglierlo o rifiutarlo nella più completa libertà; ma non è mai fatto solo per la sua bella faccia, bensì è sempre un’offerta, da parte di Dio, di coinvolgimento nella Sua passione per il mondo: il fine sono i fratelli, cioè la Chiesa e il mondo (questo è il significato di "carisma").

Ecco, allora: le dimensioni essenziali costitutive della Chiesa, indispensabili per tutti i cristiani…

Lo Spirito Santo chiama qualcuno a sentire fortemente e a vivere in maniera chiara ed evidente quelle dimensioni che tutti devono vivere, perché la presenza, la sensibilità e l’impegno di queste persone servano da richiamo insistente ("memoria") a tutta la comunità cristiana.

Per le persone che "accettano di rispondere" a questo dono gratuito di Dio, il carisma diventa "mistero", cioè servizio concreto nella Chiesa, da loro prestato per l’edificazione della comunità cristiana e la sua missione nel mondo.

Si è chiamati a passare dall’egocentrismo, cioè da impegni scelti da noi e svolti con criteri nostri, ad impegni che ci vengono proposti e affidati dalla Chiesa, che possono essere vissuti ed attuati solo con criteri non più autonomi, ma ecclesiali.

Si è "mandati". Il nostro lavoro diventa un servizio per l’edificazione della Chiesa come Gesù l’ha voluta: "diventa un ministero".

L’opera che facciamo non è più "nostra", proporzionata alle nostre forze; è frutto dell’azione dello Spirito Santo, perché riguarda il campo della configurazione della Chiesa e dei cristiani a Cristo.

È per volontà e per forza Sua che si agisce.

Perciò l'efficacia delle nostre azioni va cercata nell’ubbidienza alla Sua Parola non su altri criteri.

La Chiesa in Brasile vive due momenti fondamentali durante la Quaresima e l’Avvento

Nel 1964 si è iniziata la "Campagna di fraternità", giunta quest’anno alla 43a celebrazione.

Quest’anno il tema è: "Fraternità e Amazzonia"; la frase guida "Vida e missão neste chão", "Vita e missione in questa terra".

Ogni anno un tema differente che tocca la vita del popolo brasiliano; in questo modo il tempo di Quaresima diventa per tutta la Chiesa brasiliana, e non solo per la Chiesa, tempo di penitenza, di preghiera, di attenzione e di aiuto reciproco.

Da una decina di anni si è iniziata una nuova sensibilizzazione da realizzarsi nel tempo di Avvento: la "Campagna di Evangelizzazione".

I contenuti di questi momenti sono importanti e non si limitano ai tempi forti, ma fanno un poco da sfondo a tutto il cammino ecclesiale.

Quando il missionario parte ha sempre tante idee, sogni, ideali e progetti per la testa; va per dare, per portare, per annunciare… ed è giusto che sia così.

Ma la saggezza che si raggiunge dopo anni di missione ti aiuta a comprendere che è molto di più quello che si è ricevuto di quello che si è donato.

Ci si dovrebbe incarnare in una nuova cultura, in mezzo ad un popolo che non è il nostro; ci si sforza di comprendere, si imparano lingue nuove, si mangiano cibi differenti dai nostri, si entra a contatto con realtà diverse, ci si abitua a un clima ben diverso dal nostro, ma…

Mi raccontavo un confratello, missionario in Giappone, che dopo un anno di missione era sicuro di aver capito tutto, dopo 10 anni iniziò ad avere dei dubbi, dopo 40 anni, adesso, è sicuro di non aver capito niente.

Ma questa non ci deve scoraggiare, è normale; noi non siamo che strumenti nelle mani di Dio.

Il nostro è un Dio che agisce e ci invita a scoprire i segni della sua azione, malgrado le nostre debolezze, i nostri limiti e i nostri peccati.

E di segni ce ne sono tanti.

Ecco alcuni esempi, perché il tempo stringe e non permette di farne molti.

In Cameroun ho incontrato un Vescovo che è stato per me un vero padre e un maestro, Mons. Jean Zoa.

Attento ai piccoli e agli ultimi, sempre pronto a mettersi in prima fila, senza paura di sporcarsi le mani.

Quante volte l’ho trovato visitando gli ammalati!

Una mia maestra doveva partire per la Francia.

Aveva avuto un incidente e le avevano amputato entrambe le gambe, e a Parigi avrebbero cercato di trovare il modo di aiutarla con degli strumenti adeguati.

La sera prima della partenza ho incontrato il mio Arcivescovo nella casa di quella famiglia, dove si era recato a consolare il marito e a salutare la sposa, seduto a terra, con tanto di veste bianca, a giocare con i bambini.

Mons. Zoa aveva bisogno di missionari per la sua diocesi, eppure durante gli incontri del Clero l’ho sentito più volte dire: "Se qualcuno dei miei preti vuole andare ad aiutare altri vescovi che hanno più bisogno di me, vadano pure. Hanno la mia benedizione. Perché io ho la certezza che se sono generoso con gli altri, Dio sarà generoso con me".

Così ho visto sacerdoti, suore e laici partire "per la missione".

È stata gioia grande per me quando, durante la visita di SS. Giovanni Paolo II, la Superiora Generale delle suore locali, le Suore Figlie di Maria, mi comunicava che una delle mie giovani, che aveva fatto la sua professione religiosa nelle mani del Santo Padre, aveva chiesto e ottenuto di partire per le Missioni del Congo.

Stessa gioia l’ho provata in Brasile quando Suor Jeanne, originaria della mia missione, partiva per la Papua-Nuova Guinea.

Permettetemi di terminare questa chiacchierata con il commento che ho scritto per l’ultima stazione della "Via Crucis", la quindicesima: "Gesù è risorto e vivo".

"La pietra è stata rimossa, rotolata via, le bende distese e il sudario ripiegato: abbiamo accolto il tuo messaggio e ci siamo diretti verso la Galilea e là ti abbiamo incontrato, Signore, e abbiamo contemplato il tuo volto splendente di luce!

Ti abbiamo visto nel volto sorridente dei bambini e nei canti dei giovani, nello sguardo radioso degli innamorati e nella gioia dei giovani sposi che, raggianti, ammirano il frutto del loro amore; ti abbiamo riconosciuto nella fatica di chi ritorna verso casa dopo un giorno di lavoro e ti abbiamo scoperto nei volti pieni di rughe di quegli anziani che si raccontano l’un l’altro la storia della loro vita.

Ci hai offerto un bicchiere di acqua per placare la nostra sete e hai spezzato per noi quel poco di pane nei momenti di fame; ti sei chinato su di noi e ci hai consolato nel dolore e hai asciugato le nostre lacrime nell’ora della tristezza.

Grazie, Signore, tante volte ci hai donato un cuore nuovo, pieno di vita, e hai tolto quella pietra che ci appesantiva l’esistenza.

Hai tolto la trave dai nostri occhi e ci hai illuminato il cammino perché il nostro piede non inciampi nella notte.

Ci hai inviato sulle strade del mondo per gridare il lieto annuncio che Tu sei vivo, sei presente in mezzo a noi e che sei Tu la fonte della nostra gioia!".