INTERVISTA

Da Piazza Tienanmen alle prossime "Olimpiadi":
parla Han Dongfang, che nell’89 fondò il primo "sindacato libero" cinese.

RITAGLI    Il "Walesa" di Pechino    SPAZIO CINA

Scontri fra la polizia cinese e un gruppo di operai,
impegnati in una dimostrazione per i diritti umani nel mondo del lavoro.

HAN DONGFANG, fondatore del primo "sindacato libero" in Cina...

Da Shangai, Ilaria Maria Sala
("Avvenire", 19/2/’08)

Era il 1989, la Cina era in preda a un profondo "sconvolgimento" politico: da settimane gli studenti universitari erano in Piazza Tienanmen, a Pechino, chiedendo riforme, democrazia, e lotta alla corruzione. Il loro coraggio ispirò ben presto molte altre categorie professionali e città, e le proteste si estesero a Chengdu e Canton, Xi’an, Shanghai, Xiamen. I giornalisti e i registi cinematografici, gli artisti e gli scrittori si erano uniti, chiedendo libertà di stampa e di espressione, e perfino i lavoratori decisero che era giunto il momento di sostenere gli studenti e chiedere un "sindacato indipendente".
Han Dongfang, un lavoratore delle ferrovie che all’epoca aveva 26 anni, fondò allora il primo sindacato indipendente della Cina, proprio ai margini della Piazza: il "comitato generale", infatti, era ospitato all’interno di una "tenda rossa", che portava la scritta «Sindacato indipendente dei lavoratori di Pechino», dove Han riceveva aspiranti iscritti e coordinava un movimento che diventava ogni giorno più imponente. Oggi, riflettendo su quei giorni conclusisi con la decisione di inviare l’esercito contro la folla disarmata, che causò centinaia di morti, alcuni pensano che fu proprio il timore dato dalla possibilità di un movimento di lavoratori organizzati a scatenare la violenza "repressiva" di Stato.
Forse.
Quello che appare chiaro, però, quasi vent’anni dopo, è come i conflitti dati dalla mancanza di un sindacato indipendente siano oggi fra i problemi più "esplosivi" del Paese. La "Costituzione" cinese dà a tutti il diritto di formare sindacati "autonomi", ma questo, nella pratica, è un diritto che è negato, e "usurpato" totalmente dalla "Federazione sindacale" dell’intera Cina, sotto la guida del "Partito comunista". Dopo la "repressione" di Tienanmen, Han Dongfang venne arrestato e messo nel reparto malattie infettive dell’ospedale carcerario, dove contrasse la tubercolosi e dove sarebbe potuto morire entro breve, se una forte "campagna internazionale" per la sua difesa non avesse convinto le autorità a rilasciarlo, ed "esiliarlo", per ragioni di salute.
Dal 1992, dunque, questo ex ferroviere vive in esilio, a Hong Kong (senza avere il diritto di valicare la frontiera che ancora separa l’ex colonia britannica dal territorio cinese), da dove porta avanti un lavoro straordinario per la difesa dei diritti dei lavoratori cinesi, tramite la sua "ong", il
"China Labour Bulletin" ("Clb"), che compie un’opera di "monitoraggio" dei problemi legati al lavoro in Cina. Cura anche un programma radio trasmesso dalla stazione "Radio Free Asia" (finanziata parzialmente dal "Congresso" americano), che lo mette in contatto quotidiano con i lavoratori cinesi, e con il vasto panorama di abusi, lotte, e progressi che caratterizzano la Cina anche in questo campo.
Ham è il primo a essere sorpreso dalle evoluzioni in atto fra i lavoratori nel suo Paese: «Qualche anno fa, quando parlavamo per telefono, erano i lavoratori stessi a chiedermi di modificare le loro voci, per non essere riconoscibili. Adesso invece tocca a me dire loro di stare attenti, di non commettere imprudenze e di non mettersi nei guai, mentre loro insistono, chiedono di andare in onda con nome e cognome, talmente sono esasperati dalle condizioni in cui alcuni di loro si trovano». In tutta la sua carriera, infatti, Han è sempre stato una voce "assennata", coraggiosa, certo, ma sempre nel nome del rispetto dei diritti e delle regole.
E nel nome della dignità dei lavoratori cinesi: «Non si tratta di proteggere gli operai», dice, dagli studi della radio. «Questo è un sentimento nobile, ma che è meglio riservare alle "piante" o ai "panda": stiamo parlando di adulti, per cui nel loro caso quello per cui si deve lottare è affinché ottengano il diritto di organizzarsi in modo indipendente. Nessuno meglio di un lavoratore sa quali sono i problemi all’interno di una fabbrica, di un’azienda, di un’istituzione – spiega – . È a loro che si deve concedere il diritto di parola che spetta loro per legge».
Ma per quanto il governo cinese sia oggi impegnato a "varare" leggi per garantire migliori condizioni nel Paese, l’idea di un sindacato indipendente continua a essere vista con terrore. Non a caso, l’ex presidente cinese Deng Xiaoping chiamava i "sindacati liberi" il «morbo polacco», capace di "capovolgere" un intero regime.