INTERVISTA

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Il premio "Nobel" per la pace 2003, avvocata iraniana,
interviene nella sua battaglia per i diritti degli uomini e delle donne.

Da Parigi, Louis Imbert
("Avvenire", 8/1/’08)

Shirin Ebadi, premio "Nobel" 2003 per la pace, è nata a Hamadan (Iran) nel 1947. Ha studiato diritto ed è stata la prima donna avvocato in Iran nel 1975. Dopo la "rivoluzione islamica" del 1979, è costretta a rinunciare al suo ruolo e si dedica alla difesa dei diritti dell’uomo contro il regime. È più volte incarcerata e minacciata di morte. Madre di due figlie, ha fondato un’associazione di difesa dei bambini e si batte per la causa delle donne contro l’oppressione.
Negli ultimi giorni Ebadi ha chiesto una «sospensione» delle esecuzioni capitali in Iran, aumentate negli ultimi anni.

Può esistere un sistema di valori comune di scala mondiale?

«I diritti dell’uomo hanno una portata universale: non esiste nessuna cultura che possa accettare l’umiliazione e la tortura dell’uomo, nessuna che condanna le azioni umanitarie. Gli Stati non democratici islamici richiamano il loro obbligo di conformarsi all’islam e alla "sharìa" quando devono giustificare le violazioni di questi diritti. Ecco perché alcuni hanno redatto una "Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo": un errore, perché bisognerebbe allora attendere una "Dichiarazione dei diritti dell’uomo" ebrea o induista.
Non è nell’interesse dei paesi musulmani fare del "relativismo culturale". Quando sono attaccati o vittime di una politica del "bastone", a quali istanze possono indirizzarsi?
Essi non hanno altra soluzione che domandare l’intervento delle istanze internazionali, quelle stesse che difendono i diritti dell’uomo».

I diritti dell’uomo sono dunque compatibili nell’islam?

«Come ogni religione, l’islam può avere differenti interpretazioni. In Iran, castighi come l’amputazione e la lapidazione sono ancora praticati, ma la Turchia, il Marocco, l’Algeria o l’Egitto li hanno proibiti.
Ugualmente, la "poligamia" è autorizzata in Iran e in Arabia Saudita, ma è proibita in Turchia.
Noi possiamo, se abbiamo un’interpretazione giusta dell’islam, essere musulmani e rispettare i diritti dell’uomo. Gli Stati non democratici rifiutano questo, affermando che l’islam è solo ciò che essi ne dicono. Non è la religione che si oppone ai diritti dell’uomo, sono le dittature islamiche e i gruppi radicali al loro interno».

Un sistema giuridico separato dalla religione è allora auspicabile?

«Io penso che la religione debba essere separata dallo Stato per impedire ai suoi responsabili di abusare dei sentimenti religiosi dei popoli. Nel quadro di un potere religioso esistente, noi domandiamo, come numerosi "ulema" islamici, una interpretazione della legge in modo che sia, almeno, conforme ai diritti dell’uomo. Nella legge iraniana per esempio: la vita di una donna vale la metà di quella di un uomo. Se un incidente di traffico fa due vittime di sesso differente, il risarcimento ricevuto dalla famiglia della donna sarà di metà inferiore a quello ricevuto da quella dell’uomo.
Gli iraniani hanno sempre protestato contro questo. La sola risposta che è stata loro data è che la legge è islamica e immutabile. Ma molti grandi "ulema", anche in Iran, affermano il contrario. La
"Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo" enuncia dei valori umani, ma non si oppone a nessun Dio.
Questi diritti sono l’espressione di tutte le culture religiose: che portano a elevare l’uomo, a rendere la sua vita più gradevole».

Come interpreta la decisione del comitato del "Nobel" di assegnarle il premio per la pace, nel 2003?

«Il governo iraniano ha le sue fobie. Pensa che ogni azione nel mondo è intrapresa per cambiare il regime iraniano: assegnarmi questo premio, per esempio. Ma per questo gesto del comitato del "Nobel", il mondo si è accorto del valore accordato alla battaglia condotta dalle donne e dagli intellettuali musulmani. Il comitato ha ufficialmente precisato che io sono una donna musulmana, che pensa che l’islam può essere adattato ai valori universali. Il comitato ha anche sostenuto che, senza il rispetto dei diritti dell’uomo, la pace è impossibile».

Come interpreta il rifiuto dell’Occidente espresso da una parte significativa delle popolazioni musulmane?

«I popoli musulmani non si oppongono ai valori dell’Occidente, ma ai suoi Stati sfruttatori. Essi hanno il sentimento d’essere "saccheggiati", che si prenda il loro petrolio contro "tee-shirts" e bibite.
Essi dicono che l’Occidente pretende di fare dei diritti dell’uomo una questione capitale, ma non se ne cura quando si tratta di firmare un grosso contratto con un potere nazionale o locale. Ad esempio, il governo francese ha sempre protestato contro la politica del governo iraniano attuale. Il sindaco di Parigi ha un bell’essere un socialista, con fama anche di intellettuale, ma il più grosso contratto firmato tra i comuni di Parigi e di Teheran è stato quando Ahmadinejad era sindaco di Teheran. Queste "infrastrutture" non erano indispensabili all’avvenire della città. I popoli musulmani criticano questa politica dei due pesi e delle due misure».

Come sviluppare oggi dei "ponti" tra le nostre culture?

«Dipende dalla soglia di tolleranza degli Stati. Il governo iraniano ha annunciato che le "Ong" iraniane non hanno diritto d’avere contatti con l’estero. Ha fatto arrestare numerosi giornalisti che partecipavano a colloqui internazionali.
Ugualmente, mi è stato recentemente proibito di pubblicare un libro negli Stati Uniti, con il pretesto che il governo iraniano era posto sotto "embargo" economico. Il mio editore mi ha proposto di far uscire il libro in Gran Bretagna e di distribuirlo in seguito negli Stati Uniti. Ho rifiutato. Per riguardo al mio premio "Nobel", si poteva ottenere una autorizzazione speciale, che ho ugualmente rifiutato. Ho domandato che il "tribunale federale" di New York si pronunciasse sul mio caso. Dopo la nostra vittoria, l’estensione dell’"embargo" ai prodotti culturali è stata tolta, il mio libro è stato stampato e altri scrittori iraniani hanno potuto giovarsene».

( Per gentile concessione del quotidiano «La croix» )