I rapitori di Rahho alzano la
"posta": ![]()
«Troppi soldi e richieste
politiche»
Non si
sblocca la "trattativa". Giovedì sera l’ultimo contatto.
I sequestratori assicurano: «Ogni giorno lo visita un medico»,
ma non c’è ancora la prova che sia vivo.
Da
Mosul, E. A.
("Avvenire",
8/3/’08)
A una settimana esatta
dal rapimento dell’arcivescovo caldeo di Mosul,
monsignor
Faraj Rahho,
la preoccupazione per la sua sorte rimane alta. Giovedì sera i rapitori hanno
stabilito un nuovo contatto dopo quasi tre giorni di silenzio. «Hanno ribadito
le loro condizioni – hanno dichiarato ad "AsiaNews"
fonti vicine ai "negoziatori" – ma continuano a non farci parlare
con il vescovo». Si parla di un riscatto «enorme» e di richieste
«politiche».
Le «difficili» trattative vanno avanti, quindi, ma alcuni aspetti del
sequestro destano allarme nella comunità caldea, ormai tristemente abituata ad
affrontare casi di questo genere. Prima di tutto la "dinamica" del
rapimento: «Molto violenta, hanno aspettato che il 29 febbraio scorso il
vescovo uscisse dalla Chiesa e hanno ucciso le tre persone che stavano con
lui», osserva una "fonte" anonima. Poi il fatto che «a differenza di
altri sequestri di religiosi, il riscatto richiesto è andato aumentando
piuttosto che diminuendo». Inoltre, altro dato "inquietante", «non
hanno fissato alcuna scadenza e non hanno parlato esplicitamente di rilascio».
Anche nella telefonata di giovedì i "mediatori" hanno chiesto di
parlare con il presule, ma l’unica risposta che hanno ricevuto è stata la
garanzia che monsignor Rahho, molto malato, «riceve visite quotidiane da un
medico».
Parole poco credibili – secondo fonti a Mosul – e che «non sono sufficienti
a tranquillizzare sulle condizioni del vescovo». Per tutti questi motivi si
teme si tratti di un gruppo "terrorista" e non di semplici criminali
interessati ai soldi. Ipotesi avanzata due giorni fa anche dal comandante dell’esercito
"Usa" nel nord Iraq.
Ad ogni modo la speranza nella comunità non si spegne e continua la preghiera.
Ieri intorno alla Cattedrale di Kirkuk si è svolta una "Via Crucis"
per la liberazione di monsignor Rahho. «Preghiamo e speriamo che questo dramma
possa chiudersi con il ritorno di monsignor Faraj», ha dichiarato l’arcivescovo
di Kirkuk,
monsignor
Louis Sako.
Forte la solidarietà e la vicinanza espresse dalla comunità musulmana, che da
più parti ha diffuso condanne e "appelli" per la salvezza del
vescovo. Fonti anonime a Mosul confermano che anche le autorità governative
sono impegnate «in modo serio» nelle operazioni di ricerca.
Sempre a Mosul, quattro poliziotti uccisi e 17 persone ferite, tra cui dieci
agenti. È questo il bilancio dell’attentato "dinamitardo" compiuto
ieri mattina a Mosul da un "kamikaze" che ha mandato a
"schiantare" la sua auto contro una stazione di polizia prima di fare
esplodere il veicolo. L’attacco è stato compiuto alle 7 ora locale, nella
parte centrale della città irachena.
La stazione di polizia di Waqqass è stata parzialmente distrutta dall’esplosione,
che ha anche causato gravi danni ad abitazioni e negozi vicini. Infine è stato
aggiornato a 68 il "bilancio" del duplice attentato di giovedì sera
in una via commerciale nel centro di Baghdad.