INTERVISTA

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L’inviato "Onu" Antonio Mazzitelli:
«Finora è un problema ignorato. Manca capacità investigativa».

Da Nairobi (Kenya), Matteo Fraschini Koffi
("Avvenire", 6/9/’08)

Antonio Mazzitelli è il responsabile regionale per l’Africa Occidentale e Centrale dell’"Agenzia Onu contro la droga e la criminalità" ("Unodc").

In che misura la "corruzione" frena il "contrasto" del "narco-traffico"?

A quanto so, in Guinea Bissau c’è in corso al momento una grossa operazione. La "corruzione" esiste ovunque e non è una caratteristica dell’Africa o della Guinea. Se alcuni sono "corrotti", tanti altri, la maggior parte, non lo sono. Come spiegare altrimenti i recenti sequestri che sono stati effettuati? C’è tanta gente che rischia la vita per servire la "Legge". In Guinea Bissau, un poliziotto guadagna 40 euro e spesso non viene pagato per mesi. È su queste persone che noi contiamo e dobbiamo investire.

Qual è il ruolo dell’"Unodc" in Africa Occidentale e in che modo sostenete gli sforzi delle autorità locali?

Innanzitutto, abbiamo spiegato alle autorità e alla "comunità internazionale" l’importanza del problema. Il tema dell’impatto della droga (del denaro della droga) in termini di sicurezza è arrivato sul "tavolo" del "Consiglio di Sicurezza" a New York. Fino a un po’ di tempo fa, quando ne parlavo con le "controparti" locali, con gli intellettuali e con gli operatori economici, mi sentivo sempre rispondere: «Noi non produciamo e non consumiamo; il problema è di chi produce e consuma». Ora le cose stanno cambiando. Prendere coscienza vuol dire anche dirigere in maniera più "oculata" i flussi di "aiuti" internazionali, in modo da rafforzare le capacità di intervento dello Stato. In questo settore, noi aiutiamo i Governi a preparare programmi "integrati" contro il crimine organizzato, a sviluppare strategie regionali, a migliorare le legislazioni, a "implementare" e servirsi degli strumenti contenuti nelle "convenzioni internazionali". Non tralasciamo l’aspetto sociale, attraverso progetti a favore dei "tossicodipendenti" e di coloro che sono in carcere.

Sembra che i successi ottenuti finora siano stati propiziati più da "colpi di fortuna" che da un impegno mirato?

È vero, c’è ancora molta strada da fare. I sequestri e gli arresti, che generalmente dovrebbero essere la conclusione dell’indagine, sono ancora in gran parte frutto di errori dei trafficanti o risultato di controlli di "routine". Difficilmente ai sequestri e agli arresti seguono le condanne, proprio perché il meccanismo investigativo non è ben congegnato e perché i "fascicoli" portati davanti ai giudici spesso "fanno acqua". I trafficanti non solo sono in grado di "corrompere" i giudici, ma spesso si possono permettere il miglior "collegio difensivo". Sarà una lunga battaglia.