L’ASIA E IL CLIMA
Il ciclone
"Sidr" ha fatto oltre 3.500 vittime e due milioni di senza tetto.
Nella regione del delta «bruciato» quasi tutto il raccolto del riso.
I mutamenti climatici minacciano l’intero Paese.
Il 60% del territorio rischia di essere sommerso,
solo con un piccolo innalzamento delle acque di fiumi e mari.
Dopo
il disastro: viaggio nel Bangladesh
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sull’orlo della distruzione
La
"Caritas" in prima linea per gli aiuti:
soccorso il 15% delle famiglie colpite,
benché i cattolici siano solo lo 0,3% della popolazione.
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Dal nostro
inviato a Barisal, Paolo Lambruschi
("Avvenire",
20/12/’07)
Alberi secolari sradicati,
traghetti capovolti sulle rive, le misere baracche di lamiera e legno spazzate
come aeroplani di carta. Sono ancora lì, a raccontare l’inferno scatenatosi a
mezzanotte del 15 novembre nel Delta dei grandi fiumi himalayani Gange e
Brahmaputra. In bengalese "Sidr"
significa "occhio", è il nome del ciclone più potente degli ultimi
40 anni, che ha devastato il Sud del Bangladesh,
uno dei Paesi più poveri della Terra. Nelle aree rurali colpite, la metà degli
abitanti viveva già sotto il livello di sussistenza. Oggi nel Delta del mondo l’economia
è distrutta e incombe lo spettro della fame.
Il mondo ha archiviato, quasi assuefatto alle tragedie di quest’angolo di
Asia. Ma negli occhi del popolo del fiume vive ancora il terrore per il mostro
di vento, pioggia e fango abbattutosi sulla zona meridionale con raffiche di 240
km. orari. Ha ucciso 3.500 persone con circa mille dispersi. Otto milioni le
persone colpite, due milioni i "senzatetto" che vivono in rifugi di fortuna negli
acquitrini. Nelle fertili terre "deltaiche" acqua salata e fango hanno
bruciato il 95% dei raccolti di riso. Il ciclone ha distrutto barche,
allevamenti di pesci d’acqua dolce e ucciso il bestiame. Inoltre, c’è la
nuova sfida dei cambiamenti climatici da "effetto serra". Qui il Pianeta presenta
il conto ecologico dei consumi forsennati a chi non può pagarlo.
Da millenni l’aria calda del golfo del Bengala e le correnti fredde dell’Himalaya
si scontrano in questa zona provocando catastrofi cicliche. Ma negli ultimi anni
i disastri si sono intensificati. Due anni fa una tempesta ha ucciso 500
persone, a giugno le alluvioni hanno sommerso due terzi del Paese. Il 60% delle
vittime di "Sidr" erano miseri pescatori senza radio di bordo per
captare l’allerta massima lanciata da governo e "Ong". Non sono
stati risparmiati madri e figli, rimasti a difendere le povere case dagli
"sciacalli". O i vecchi, troppo lenti per fuggire. «All’inizio non avevamo
creduto all’allarme perché era sereno – raccontano gli anziani del
villaggio di Teakhali, nel distretto oceanico di Kalapame – , e nei giorni
precedenti era stato diramato un falso allarme "tsunami". Dopo il
tramonto è iniziata la pioggia, sempre più forte. A mezzanotte ha preso a
soffiare un vento fortissimo. Poi "Sidr" ha spazzato via tutto».
La prima fase dei soccorsi è stata difficile. Nelle aree rurali e paludose del
poverissimo Bangladesh le strade asfaltate non danneggiate scarseggiano e la
gente ai primi di dicembre era alla fame. A Mittagong, 60 km. dall’oceano, il
ponte sul fiume ha ceduto 15 giorni fa sotto il peso della folla disperata,
ammassatasi per agguantare un sacco di riso dalle barche dei soccorsi. Sono
annegate tre persone, 500 sono rimaste ferite. Se nel Delta resta ancora una
speranza è merito del lavoro instancabile delle organizzazioni umanitarie, tra
cui la "Caritas",
che hanno dato a chi potevano cibo, medicine e riparo. Il governo, dato l’alto
livello di corruzione, ha lasciato fare ai privati. Ma resta l’allarme
alimentare e idrico.
I rifornimenti provengono dal quartier generale della "Caritas" di Barisal,
tre milioni di abitanti, capoluogo di uno dei 9 distretti più colpiti. Nel
cortile gli operatori hanno lavorato senza sosta per un mese nella calura del
giorno e nel buio della notte tropicale per confezionare i "kit" d’emergenza.
«Li abbiamo spediti via "camion" o in barca – racconta il direttore
regionale Punurdan Gunda – , per raggiungere le comunità più sperdute fin
nelle paludi. Abbiamo centrato l’obiettivo di effettuare entro Natale tre
distribuzioni di cibo, coperte e teli di plastica per salvare dalla morte i più
deboli. La situazione sanitaria è migliorata, il rischio epidemie
scongiurato».
Nel Paese, terzo al mondo per numero di musulmani, i cattolici sono 300mila,
appena lo 0,3% della popolazione. Eppure la "Caritas" si è presa
cura, senza distinzioni, del 15% circa delle famiglie senza tetto, 45mila nuclei
da sei persone ciascuno. «In un momento di crescita del fondamentalismo –
spiega il direttore nazionale Akhila
D’Rozario – lo
sforzo umanitario viene apprezzato. I nostri collaboratori spesso sono islamici
radicati nelle comunità locali e ci indicano i più poveri». Le offerte
raccolte da 20 "Caritas" nazionali porteranno entro Natale 4 milioni
di euro alla "Caritas" bengalese per chiudere l’emergenza. Il piano
di ricostruzione di medio periodo comporta un impegno di oltre 11 milioni. La
"Caritas" italiana ne ha stanziati 400mila. E, dopo aver costruito
negli ultimi 10 anni 66 "cyclon center", edifici comunitari in
muratura che reggono alla furia degli elementi, l’organismo caritativo
italiano lancia per Natale un progetto per realizzare altri 50 rifugi. Fanno la
differenza tra la vita e la morte. Nel 1970 e nel 1991, quando non c’erano,
due cicloni meno potenti causarono mezzo milione e 140mila morti.
Per emancipare la popolazione dagli aiuti, in alcune zone è partito il
programma "cash and work", riparazione retribuita di case e strade per
chi è rimasto senza lavoro. La paga è un dollaro e mezzo per sei ore,
precedenza alle vedove con figli piccoli o disabili a carico in un Paese dove
né scuole né medicine sono gratuiti. A Kuakhata, 4500 abitanti, sull’oceano,
un gruppo di donne con i bambini dissoda la terra fangosa e la getta sulla
strada rotta per ricostruirla. Maryam, il "sari" azzurro, ha 26 anni. Il marito è
morto in mare, la casa gliel’hanno portata via le acque, vive in un rifugio
con la figlia di sei anni. «Chiedo solo lavoro, non voglio l’elemosina. Non
riesco a immaginare un futuro via da qui, ma stavolta ripartire è difficile».
Alla recente conferenza "Onu" sul clima di Bali, gli scienziati hanno
previsto scenari da incubo nel Bengala. Cicloni mostruosi come "Sidr"
si ripeteranno. E se le tempeste tropicali e lo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya
alzeranno di pochi decimetri il livello di fiumi e mari, il 60% del Bangladesh
verrà sommerso. Secondo gli esperti la nazione bengalese è, per conformazione
geografica, tra i dieci Paesi a rischio estinzione. Questo allontana gli
investimenti e consegna il futuro del Bangladesh alla nostra solidarietà. Per
il "Nobel" indiano Amartya Sen la libertà di un popolo oggi dipende
dall’ambiente. Se l’Occidente non affronta l’emergenza inquinamento, i
mutamenti climatici uccideranno i dannati del Delta.