NUOVE SCHIAVITÙ

«Non lavoriamo da sole, ma assieme al "coordinamento nazionale",
dove operano anche gli istituti maschili di vita consacrata,
la "Caritas italiana", quelle diocesane e il "Gruppo Abele"».
Il modello dei "Centri di recupero" realizzato dall’"Usmi"
è studiato anche dalle "Nazioni Unite".

RITAGLI     Progetti "anti-tratta":     MISSIONE AMICIZIA
l’"Onu" a «lezione» dalle suore italiane

Suor Eugenia Bonetti:
«Le nostre congregazioni hanno raccolto la sfida con entusiasmo.
In 10 anni abbiamo aiutato 5.000 donne in 110 comunità alloggio».

Da Milano, Paolo Lambruschi
("Avvenire", 20/2/’08)

Sul marciapiedi, al fianco di quelle che chiama «sorelle della strada e della notte», per lottare in silenzio contro la nuova schiavitù del terzo millennio, il traffico di esseri umani. Suor Eugenia Bonetti, 69 anni, milanese di Bubbiano, Missionaria della Consolata, guida dal 2000 l’"ufficio anti-tratta" dell’"Usmi", l’"Unione delle superiori italiane".
Dopo un "master" negli "Usa" sul "traffico", dieci anni fa ha organizzato in tutta la Penisola una "rete" molto efficace di donne consacrate con l’abito, velo e croce sul petto, determinate a ridare libertà e dignità ad altre donne, schiave senza nome e senza storia. Collaborano strettamente con le istituzioni pubbliche,
"Caritas" e società civile.
Premiata nel 2004 dal governo di Washington per il suo impegno nella lotta contro il traffico di esseri umani, suor Eugenia è stata ricevuta al "Quirinale" da Ciampi e Napolitano. Quando George Bush visitò Roma nel giugno scorso, volle conoscere la "sister".
Lei ne approfittò per sollecitare all’uomo più potente della Terra maggiore impegno contro povertà, corruzione e i trafficanti di persone. Oggi, a mezzo secolo esatto dall’approvazione della "Legge Merlin" che soppresse le "case chiuse" e proibisce lo sfruttamento sessuale, l’Italia scopre di avere in casa un modello poco conosciuto, eppure studiato da "Usa" e
"Onu" per contrastare il traffico di esseri umani: la "rete" creata da suor Bonetti, che ha reso le suore protagoniste della lotta alla "tratta" curando le ferite dell’anima e la formazione professionale delle giovani vittime per aiutarle a costruirsi un futuro. In media otto su dieci ce la fanno. Lo Stato finanzia gli interventi con "bandi" per quattro milioni e mezzo di euro l’anno.
A livello internazionale, inoltre, l’esperienza di suor Eugenia ha ispirato un progetto dell’"Onu" sponsorizzato dall’ambasciata "Usa" presso la Santa Sede per formare suore "anti-tratta" in Nigeria e in Europa dell’est. Una delle nuove frontiere per contrastare il traffico globale, che vale 32 miliardi di dollari l’anno, terzo "business" criminale del pianeta, è gestito da "mafie" spietate e porta nel "Belpaese" dall’Africa e dall’Europa dell’est ondate di giovani donne, spesso minorenni. Secondo i dati ufficiali nella Penisola sarebbero arrivate, dal 2000 al 2004, 50mila donne dall’est Europa e dall’Africa. Per chi opera sul campo, le vittime sarebbero 100mila.

Suor Eugenia, quando ha cominciato ad occuparsi di "tratta"?

«Nel 1993. Ero tornata a Torino alla "Casa Madre" dopo 24 anni di missione in Kenya. Stavo interrogandomi su cosa potessi fare. La sera del 2 novembre mi stavo recando in Chiesa per la celebrazione dei "Defunti". Mi si è avvicinata una ragazza nigeriana. Le ho detto che stavo andando a Messa, mi ha chiesto se poteva accompagnarmi.
Abbiamo pregato insieme e dopo mi ha confidato una vicenda terribile di sofferenze, inganni e umiliazioni. Ho capito che quella era la mia "missione". Allora ho studiato il fenomeno, ho lavorato sulla strada, ho incontrato storie terribili. Molte finite con la liberazione e addirittura il rimpatrio. Nel 2000 l’"Usmi" mi ha chiamata a Roma».

Quali sono i "canali" di ingresso in Italia?

«La nuova schiavitù è sempre generata dalla povertà e dall’ignoranza. I trafficanti vanno a cercare le vittime negli angoli più "reconditi" dell’Africa e dell’est europeo, dove è diffuso l’analfabetismo e nessuno sa leggere i manifesti della campagne di prevenzione. In Romania e in Albania "circuiscono" le giovani, si fidanzano e poi le portano qui con la promessa delle nozze. Poi le "schiavizzano" con la violenza. In Africa invece promettono un lavoro, poi una volta arrivate, sequestrano i passaporti e si fanno pagare viaggio, vitto, alloggio e il posto in strada. Ogni ragazza contrae con gli schiavisti un debito di 70mila euro, che paga con le prestazioni. Le africane sono terrorizzate con i riti "voodoo" praticati dalle "maman", le carceriere, e le minacce di ritorsioni contro i famigliari».

Come aiutate le donne?

«L’"Usmi" non lavora da sola, ma partecipa al "coordinamento nazionale anti-tratta", collaborando strettamente con organismi cattolici quali "Gruppo Abele", le congregazioni maschili, la "Caritas italiana" e le "Caritas" diocesane. Le congregazioni femminili hanno raccolto la sfida con entusiasmo, per noi è un ritorno al significato autentico dei nostri carismi. Ci siamo messe in "rete", abbiamo 110 comunità sul territorio nazionale dove, in 10 anni, abbiamo accolto 5000 donne. Offriamo protezione, insegniamo loro la nostra lingua e un lavoro finché camminano da sole. Molte arrivano in gravidanza, le nostre case ospitano spesso mamme e bambini. I progetti, se approvati, possono essere pagati dallo Stato. Tutto ciò grazie a un dispositivo di legge, l’"Articolo 18" della "Legge sull’immigrazione", rimasto immutato anche nella "Bossi-Fini" che concede il permesso alle vittime di "tratta" che denunciano gli "aguzzini". Fu elaborato nel 1998 quando, insieme alla "Caritas italiana", invitammo le parlamentari dei due "poli" ad ascoltare le testimonianze delle nostre giovani».

E a livello internazionale?

«La "rete" delle suore si sta espandendo a livello globale. È "strategico" lavorare Italia e nei paesi di provenienza, in questo modo possiamo favorire i rimpatri o almeno far riprendere i contatti con le famiglie. E difendere le ragazze, se i trafficanti osano rifarsi vivi, denunciandoli alla polizia».

Per soccorrere una vittima, aiuta l’abito da suora?

«Sì, il nostro abito e la croce ricordano l’infanzia, la famiglia. Si fidano di noi, raccontano storie atroci, ti dicono: "Mamma, prega con me". Spesso è l’inizio del cammino verso la libertà».