INTERVISTA

RITAGLI    Pregare alla "catena di montaggio"    DOCUMENTI

Don Carlevaris, 82 anni, fu il primo sacerdote torinese a vestire i "panni operai",
nella "Fiat" di "Valletta".
Oggi si occupa delle prostitute e dei ladri di San Salvario.

Dal nostro inviato a Torino, Paolo Lambruschi
("Avvenire", 25/4/’08)

Dalle finestre della sua soffitta di Via Belfiore, nel cuore della vecchia Torino, si vedono gli antichi palazzi signorili di "San Salvario" trasformati dai panni stesi e dalle "paraboliche" per captare i canali in arabo. E in questo antico quartiere vicino alla stazione di "Porta Nuova", voluto dai Savoia per ospitare nobiltà e servitù, si colgono ad occhio i mutamenti della città. Ai tempi della Torino "reale" i piani bassi erano per i nobili, a quelli alti alloggiava il popolo. Oggi in case "sovraffollate" vivono soprattutto gli immigrati africani e "maghrebini" accanto alle vecchie famiglie operaie e ai nuovi ceti creativi "post-olimpici", attirati dai locali spuntati come funghi e dalla fama di quartiere "multietnico".
Don Carlo Carlevaris, 82 anni, è arrivato qui negli anni ’60 e il quartiere dei lavoratori, dei poveri delle "bische" clandestine, delle prostitute e dei bagni sui "ballatoi" è diventato subito la sua parrocchia. Dalla metà degli anni ’60, per oltre 20 anni, è stato "prete operaio", il primo a Torino. «Quando i due termini erano "antitetici" e sembrava di attraversare ogni mattina le linee del fronte. C’era un "muro" con i comunisti. Sono riuscito a oltrepassarlo anche perché sapevo usare la lima. Sono sempre stato un solitario. Ho scelto la fabbrica perché allora ci stavano gli ultimi e io volevo vivere come loro. Oggi aiuto le prostitute e i ladri di "San Salvario"».

La sua casa è stata uno strumento importante di "evangelizzazione".

«Con i primi stipendi – racconta – acquistai cinque soffitte, le ristrutturai e ho ricavato un appartamento per vivere in mezzo ai poveri». Don Carlo mi conduce a visitarla. Una sala, utilizzabile come "sala riunioni" e "agape", contiene archivio e biblioteca. Un patrimonio di storia del movimento sindacale del "novecento industriale" e dei rapporti tra Chiesa e mondo operaio fino agli anni ’80. Altre due stanze sono destinate all’ospitalità.
«Ho fatto vita comunitaria per alcuni anni con quattro "chierici" agli ultimi anni di teologia. Avevo loro consigliato di passare un po’ di tempo in fabbrica prima di diventare sacerdoti. Sono stati anche loro "preti operai". Ho ospitato persone in difficoltà. Vive con me un amico, un anziano senza dimora. L’ho tirato fuori con pazienza da una brutta storia di alcolismo. È un credente rigoroso».
L’ultima stanza, la più importante, ospita una cappella. Sobria, arredata con tabernacolo, porta candele e porta ceri in ferro battuto realizzati da don Sirio Politi, livornese e secondo "prete operaio" d’Italia. Accanto alla finestra le foto di laici e sacerdoti, che hanno scandito con la loro amicizia la vita di don Carlo. Una sera gli ospiti trovarono a celebrare il cardinale Pellegrino. «Si fermò anche a cena. Ogni giovedì sera da oltre 20 anni qui c’è l’appuntamento fisso con la Messa e la preghiera. Vengono quelli che chiamo i miei "parrocchiani". Amici sindacalisti, operai, persino dirigenti. Vecchi e giovani, la porta è aperta. Poi si mangia insieme».

Come è nata la "vocazione"?

«Vengo da famiglia povera. Commercianti cui era andata male. Sono cresciuto alla "Vanchiglia". Ho studiato al Seminario del "Cottolengo". Mi indirizzò il mio parroco. Avevo 14 anni, ricordo che ci andai a piedi e quando mi presentai in portineria chiesi se era vero che lì gli studi non si pagavano».

Quando e come scelse la fabbrica?

«Negli anni ’50 don Esterino Bosco, primo "cappellano di fabbrica" a Torino, mi vide all’ora di pranzo giocare a pallone davanti alle fabbriche con gli operai di 14 anni. Allora mi chiese di diventare "cappellano del lavoro". Eravamo in quattro. Accettai subito. Entrai alla "Fiat" nell’era "Valletta". Fondai in diocesi il movimento operaio di "Azione cattolica" e "rivitalizzai" la "Gioc". Ma c’era troppa distanza tra me e i lavoratori. Ero il prete, non uno di loro. Celebravo la Messa di Natale, ma se parlavo in mensa non mi stavano ad ascoltare. Per come la vedo, il Vangelo ci chiede di condividere con i poveri. Ebbi problemi alla "Fiat" perché non volevo farmi "strumentalizzare". Allora chiesi e ottenni di andare in Francia, a Parigi, dove nelle parrocchie della "banlieu" incontrai i "preti operai". Tornai due anni dopo trasformato. Ne parlai con l’arcivescovo Michele Pellegrino. Lui mi ha sempre incoraggiato. Spesso mi chiamava la sera per discutere con me, voleva capire i problemi degli operai».

Come iniziò?

«Erano gli anni del "boom", allora si trovava lavoro facilmente. Fui assunto alla "Lamet", produceva grandi motori per l’indotto "Fiat". Non dissi a nessuno che ero un prete, al colloquio di assunzione raccontai che ero un piccolo imprenditore fallito. Mi presero subito, avendo fatto l’avviamento professionale avevo una certa manualità. Solo alla direttrice del personale, donna molto aperta, raccontai chi ero».

Problemi?

«Ho sempre pagato per la mia "scomodità". Appena compiuti i 60 anni il direttore del personale, che nel frattempo era cambiato, fu molto solerte a farmi gli auguri e a mandarmi in pensione. A un certo punto, rivelai ai colleghi che ero prete. Non fu facile, ma ottenni il rispetto di molti operai. Facevo i turni, condividevo la fatica quotidiana, mangiavo la zuppa della "gavetta". Ero uno di loro e un sacerdote. Feci anche il "sindacalista" con la "Cisl" in anni molto duri. Qualcuno diceva che don Carlo avrebbe fatto meglio a stare in parrocchia, ma volevo portare il Vangelo in fabbrica e quello per me era il modo migliore».

Come ha vissuto la tragedia della "Thyssen"?

«Ci sono stato male, ma proprio perché ho fatto l’operaio rischiando la pelle, chiedo, oltre all’accertamento delle responsabilità dei dirigenti, quelle dei compagni di lavoro. In generale, sul tema degli infortuni, ci vuole maggiore coscienza individuale. Dubito che i dirigenti sappiano se gli estintori sono o no carichi. Ma il capo reparto e i capi turno dovrebbero sapere se le attrezzature "antincendio" e "antinfortunistiche" funzionano. Se nessuno si assume le proprie responsabilità, certe tragedie sono destinate a ripetersi».

Hanno un futuro i "preti operai"?

«Non credo, sono rimasti in pochi. E il mondo del lavoro è completamente cambiato. Dico sempre che, non avendo figli, i sacerdoti non possono trasmettere il mestiere per via ereditaria. Sono altri tempi, oggi io stesso mi dedicherei ad altro. Per stare con i poveri oggi vivrei con gli immigrati».