IL NIPOTE DI GANDHI

Il "discendente" del Mahatma Gandhi, Arun, è in Italia:
«Per l’umanità serve un "cambio di rotta",
per non cadere in una "successione" di guerre».

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«Le "aggressioni" contro i cristiani mi addolorano e mi fanno orrore.
  L’"induismo" è una religione aperta e "tollerante",
ma è stata stravolta dai "fondamentalisti",
che hanno introdotto l’odio, quanto di più contrario ci sia a Dio».

MAHATMA GANDHI (1869-1948).

Dal nostro inviato a "Rondine" (AR), Paolo Lambruschi
("Avvenire", 3/10/’08)

Invertire la rotta della violenza "globale" entro 15 anni, pena il "suicidio" del pianeta. Consapevoli, come diceva il Mahatma Gandhi, che per cambiare il mondo occorre prima cambiare se stessi. Ieri, nella "Cittadella della pace" della "Rondine", arroccata sui colli aretini, Arun Gandhi, 74 anni, studioso e nipote della «grande anima», in occasione della "Giornata mondiale della non violenza", che ricorre ogni anno il 2 Ottobre, compleanno del nonno, ha tenuto una conferenza in esclusiva per l’Italia. Gandhi ha parlato in un’atmosfera suggestiva, poiché la "Rondine" ospita studenti provenienti dai punti più caldi del pianeta, dal Medio Oriente all’Africa, dai Balcani al Caucaso, che qui sperimentano la convivenza. E Arun, come la «grande anima», che affascinò l’umanità, ha fiducia nella capacità dei giovani di cambiare il mondo.

Professor Gandhi, lei ha vissuto due anni a fianco di suo nonno prima che venisse ucciso. Quale lezione ne ha tratto?

«Ho imparato tre cose. Primo, gestire la rabbia davanti ai torti e alle ingiustizie. Anziché abusarne, va usata in modo intelligente e incanalata in azioni positive.
Secondo, le relazioni. Sia a livello individuale, che tra nazioni e gruppi religiosi oggi non sono buone. Siamo tutti egoisti ed egocentrici.
Dobbiamo cambiare, aprirci di più, rispettarci di più. Terzo, la "non violenza" non è solo assenza di guerra. Il fatto che non si combatta non significa che in un determinato luogo non ci sia violenza. Dobbiamo misurarla ogni giorno».

Cosa significa?

«Me lo spiegò mio nonno quando ero poco più che un bambino. Per farmi capire mi disegnò l’albero genealogico della violenza con il ramo della violenza fisica e quello della violenza passiva. Lui analizzava ogni giorno le esperienze e i fatti principali e le collocava su uno dei due rami dell’albero. Ad esempio l’abuso della forza, gli omicidi, i combattimenti, gli "stupri" vanno sul ramo della violenza fisica contro le persone. Sull’altro le discriminazioni, lo spreco di risorse, il disinteresse verso il prossimo, l’avidità. Errori commessi da ciascuno di noi, coscientemente o no, che sono il "carburante" della violenza fisica e che provocano ingiustizie, le quali sono la fonte della rabbia e dell’odio delle vittime. Che a loro volta ricorreranno alla forza per ottenere giustizia.
Quindi, per prevenire la violenza fisica bisogna tagliare il ramo della violenza passiva. Siamo parte del mondo. Dobbiamo capire che per cambiarlo dobbiamo portare prima il cambiamento dentro noi stessi».

Il 2008 è stato un anno di conflitti. Perché l’insegnamento di suo nonno viene ignorato?

«Oggi abbiamo persone capaci di risolvere le crisi, non i conflitti. Per Gandhi la guerra era un errore strategico, che non risolveva i conflitti perché non andava alla radice dei problemi. Se hai una ferita infetta e la medichi senza disinfettarla, il male resta nell’organismo e prima o poi riappare. È quanto succede nelle società. Le armi non curano le ferite interne, il rimedio è la comprensione, l’amore, gli atteggiamenti positivi. Cioè il rifiuto della violenza. Quello che lui diceva 70 anni fa è ancora attuale. E se ciascuno di noi non comincia ad agire nel proprio quotidiano contro la violenza passiva, la situazione peggiorerà. Dobbiamo prendere questa sfida molto sul serio, essere pronti a sacrificarci per la pace nei prossimi 15 anni. O l’umanità rischia il suicidio. Dobbiamo insegnare alla gente la risoluzione pacifica dei conflitti».

A proposito, dov’è finito il "movimento per la pace"?

«Si fa poco o niente, è tragico. Dobbiamo ripartire dalle piccole cose, da temi locali. E da qui pensare in grande per agire in grande. Chi crede nella pace può fare cose oggi inimmaginabili».

Non la sorprende che la "globalizzazione" abbia fatto crescere i "nazionalismi" e il "razzismo"?

«No, perché è stata solo un’apertura dei mercati, senza una spinta morale. L’India ne è un esempio, metà della popolazione ne ha tratto vantaggio, ma è diventata materialista e si è disinteressata degli esclusi. Le barriere culturali e sociali nel pianeta non sono state abbattute. Si è creata una cultura "globale" della violenza, che domina le nostre vite ed è entrata nel nostro linguaggio, nei comportamenti e nelle abitudini. Il "razzismo" ne è un esempio: lo costruiamo mettendo "etichette" alla gente per catalogarla e soffochiamo la verità, ovvero che siamo tutti esseri umani e siamo uguali. Il "nazionalismo" è una tragedia del nostro tempo, introduce divisioni tra Stati e ciascuno le insegue con orgoglio. Mi preoccupa tutta quest’ansia di preservare solo il nostro angolo di mondo, questa ricerca del consenso politico utilizzando la paura. Oggi la nostra sicurezza e la nostra stabilità sono legate a quelle collettive, dobbiamo perciò aiutarci reciprocamente e costruire una cultura "globale" non violenta».

Che ruolo possono avere le religioni nel promuovere la pace?

«Determinante. In questo momento sono, però, critico. Non stanno facendo molto per insegnare alle persone l’amore e il rispetto sui quali costruire la pace, molte addirittura spingono a uccidere in nome di Dio. Prevalgono le "ali estreme", ciascuno deve tenere i "falchi" sotto controllo o ne pagheremo le conseguenze».

Cosa ne pensa delle continue aggressioni ai cristiani in India?

«È la prova di quanto ho detto. Mi addolorano e mi fanno orrore. L’"induismo" è una religione aperta e tollerante: è stata stravolta dai "fondamentalisti" che hanno introdotto l’odio e la cultura della violenza, quanto di più contrario ci sia a Dio».