INTERVISTA

L’"economista" sottolinea le "sfide" politiche e culturali
del "Messaggio" per la "Giornata della Pace" 2009.
Che sollecita l’impegno di Stati, "enti internazionali" e "singoli".

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Stefano Zamagni: «Il Papa chiede un cambio in "profondità"».
«Non si può chiedere ai poveri di non fare figli per svilupparsi».
«Se non si difende la vita umana, non si è "credibili" quando ci si oppone alla guerra».
«Necessario sviluppare il "multilateralismo"».

Paolo Lambruschi
("Avvenire", 12/12/’08)

Un "appello" a costruire la pace in questo periodo storico rinnovando le istituzioni finanziarie e politiche "globali" e ribadendo la necessità di un mutamento culturale. Un "Messaggio" scomodo e sincero, perché non ha paura di smontare i "luoghi comuni" sulla "demografia" e di ricordare al mondo, "in primis" ai cattolici, che non è coerente "stracciarsi le vesti" davanti alla guerra se non si ha il coraggio di difendere la vita, anche dei più deboli, dal "concepimento" alla fine. Per l’"economista" Stefano Zamagni il Discorso di Benedetto XVI, scritto per il Primo Gennaio 2009, è in una linea di continuità con i "predecessori".
«In particolare con
Paolo VI. Impossibile non cogliere nel testo di Papa Ratzinger, a partire dal titolo, "Combattere la povertà, costruire la pace", gli echi del messaggio della "Populorum progressio", in particolare della celebre frase: "lo sviluppo è il nuovo nome della pace". Ma il Discorso contiene sviluppi "innovativi" molto interessanti».

Quali sono, professore?

Prima di tutto il Papa, con il richiamo ad affrontare la povertà per prevenire i "conflitti armati", parla esplicitamente della "crisi finanziaria", causata principalmente dalla ricerca dei profitti a breve termine e dalla "speculazione" sui prodotti alimentari che hanno aumentato i prezzi del cibo portando milioni di persone alla fame. E poiché questa è una "crisi di sistema", ci invita a cogliere l’occasione per cambiare le "istituzioni finanziarie globali". Insomma chiede di cercare di trasformare il "Fondo Monetario Internazionale", la "Banca Mondiale" e l’"Organizzazione Mondiale del Commercio" per combattere la povertà e portare la pace nel mondo.

Perché?

Sono questi i "sacrari" dove si scrivono le "regole del gioco" economico. E quindi che hanno le maggiori responsabilità per l’aumento degli "squilibri" e delle ingiustizie in questi ultimi 25 anni. Perché non hanno rispettato la dignità umana e non hanno messo al centro la persona, a partire dai poveri, considerandoli un "peso". Questo non significa mettere in discussione il "mercato", bensì le sue "distorsioni" come il "liberismo selvaggio" e l’"avidità". Ma Benedetto va più a fondo e chiede di rinnovare le istituzioni politiche per costruire la pace.

E come?

Questo tempo, oltre a segnare la fine dell’"unilateralismo", può portare anche a un mutamento del sistema delle "Nazioni Unite". Che oggi funziona con una sola "Assemblea", che rappresenta solo gli Stati. I quali sono gli stessi che spesso non esitano a scatenare i "conflitti", come ad esempio in Africa. Invece occorre aprire una seconda "Assemblea" dell’"Onu", aperta alla "società civile transnazionale", dove si faccia sentire la voce delle Chiese e delle "organizzazioni non governative". Non a caso quella di Benedetto XVI è rimasta l’unica voce a ricordarci che l’umanità spende in "armamenti" una quantità di risorse di gran lunga superiori a quella che potrebbe essere destinata a "debellare" la fame e ad acquistare farmaci per curare malattie come l’"Aids".

Una "riforma" delle istituzioni politiche ed economiche "globali" è dunque al servizio della pace…

Si, guardiamo ad esempio cosa ha fatto la "finanza etica" nel mondo in Italia per limitare gli investimenti bancari nell’industria "bellica" e nella produzione di "armi leggere", nella quale noi italiani siamo "leader". Non servono nuove "leggi" per far cambiare idea alle banche, a casa nostra è bastato il dialogo franco con le "associazioni".

Il Papa pone anche una questione "culturale" della povertà, al "Nord" come al "Sud"...

Occorre investire sulla formazione delle persone, certo. Ma la interpreto anche come una richiesta più alta di confronto con le altre culture e di chiarezza. Il "nodo" è la questione "antropologica". La vera domanda è quali sono oggi le culture che vogliono la pace, che accettano il perdono, che condannano la violenza, che non "discriminano". Perché il "relativismo" imperante considera uguali tutte le culture, ma non è così. Occorre ribadire su quali valori si fonda la costruzione della pace, ma se non c’è chiarezza non si va lontano.

La questione "demografica" viene smontata dal "Messaggio": in sostanza non è vero che la crescita della popolazione blocca lo sviluppo. Cosa ne pensa un "economista" come lei?

Che finalmente si ribalta un "luogo comune": non si può chiedere ai poveri di non fare figli per svilupparsi. Perché è falso, "anti-storico" ed è frutto dell’egoismo dei paesi ricchi che non vogliono aiutare i poveri. Infatti il Discorso cita i casi di India e Brasile, che si sono sollevati dalla condizione di "paesi in via di sviluppo" grazie all’enorme "manodopera" giovanile. Prima serve una certa "irregolarità demografica", figlia del "sottosviluppo". Poi, a crescita avvenuta, raggiunto un certo livello di "benessere", le famiglie si regolano. Se poi non si difende la vita umana, non si è credibili quando ci si oppone alla guerra.

Il "Messaggio" richiama l’attenzione sui bambini, i quali rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale povera e sofferente. Parte da qui la costruzione della pace?

È necessario "squarciare il velo" su questa profonda ingiustizia perché ci sia vera pace. Anche per motivi economici. Le "pandemie" e la fame infantile, oltre a uccidere i più indifesi e a pesare sulle nostre coscienze, riducono infatti la produttività di intere generazioni e minano le possibilità di crescita dei paesi più poveri. Lo "squilibrio globale" nasce anche da questo. Il Papa ricorda che se non si mette al centro la famiglia, la lotta per la pace non è efficace. E invita i cristiani ad assumersi le proprie responsabilità per impegnarsi a rinnovare le "istituzioni".