MISSIONE BRASILE

Nella capitale dello Stato brasiliano del Parà, alla foce del "Rio delle Amazzoni",
mezzo milione di persone hanno lasciato le foreste.
Un’esistenza all’insegna della "precarietà".

RITAGLI     Vita da "favela"     MISSIONE AMICIZIA

I «sem terra» di Belèm, capitale delle "baraccopoli".
Le "baracche" circondano la città, ma spuntano anche nel centro.
Metà degli abitanti campa con due dollari al giorno.
La povertà alimenta la "criminalità", rapine, "spaccio" e "prostituzione minorile".
Il lavoro tra la gente di Padre Pighin, che vive qui da vent’anni.
Vietato estrarre cellulari e portafogli.
Dopo il tramonto, se sei "occidentale" e hai la pelle "bianca", meglio girare al largo.

P. CLAUDIO PIGHIN, Missionario del Pime in Brasile! Nella capitale dello stato brasiliano del Parà ,il 40 per cento degli abitanti vive in baraccopoli: è la percentuale più alta tra le capitali federali... Guamà, la principale favela di Belèm, in Brasile!

Dal nostro inviato a Belèm (Brasile), Paolo Lambruschi
("Avvenire", 6/3/’09)

Case a due piani in muratura, blindate dalle inferriate, attaccate a "baracche" sgangherate di legno. Strade di terra battuta sommerse dall’acqua, bimbi scalzi che girano "seminudi" nel fango. "Palo Central" è la strada segnalata come "zona vermelha", la "zona rossa" di Guamà, la più pericolosa della principale "favela" di Belèm. La capitale del Parà sorge alla foce del Rio delle Amazzoni, ha un milione e 800mila abitanti, il 40 per cento dei quali vive in "baraccopoli". È la percentuale più alta tra le "capitali federali" brasiliane. È stagione delle piogge, in Amazzonia tutti i giorni a mezzogiorno e verso sera acquazzoni e scrosci violenti in un istante allagano le strade prive di fognatura. L’acqua è il confine e il fondamento della "favela". Oltre a Guamà, circa 80mila abitanti, dal nome di un affluente del Rio delle Amazzoni, l’altro grande "slum" si chiama "Tira Firme" ("terra ferma"). Le "baraccopoli" sono sorte sul fiume e le case che delimitano la "favela", alcune ancora di legno, molte in muratura, sorgono su "palafitte" sopra i liquami di un canale di scolo. Questa "favela" nasce da una logica cinica, è la discarica in cui si raccoglie lo "scarto umano" della foresta. Si è sviluppata dagli "Anni ’60" con i primi contadini e "indigeni" espulsi dai "latifondisti" dalla foresta. Per ricavare pascoli e legname, gli alberi vengono tagliati selvaggiamente e chi viveva da secoli di agricoltura e pesca doveva andarsene diventando "sem terra", "senza terra". Così è aumentato l’esodo verso la città, dove i contadini hanno occupato la terra e costruito. Da qualche anno attorno al nucleo originale di Guamà è esploso un grande "agglomerato" abusivo. Le "baracche" della "favela" dei "sem terra" oggi circondano la città, ma spuntano anche nel centro tra auto, negozi e appartamenti di lusso. Vivono in queste condizioni circa 500mila persone, la metà dei quali campa con un reddito medio che sfiora i cinque "reals" al giorno, due dollari, la soglia che per le "convenzioni internazionali" indica il confine con la miseria. Una famiglia su tre è costituita da "ragazze madri". Le coppie difficilmente si sposano, spesso l’uomo forma più famiglie e alle donne tocca mantenere i bambini. La povertà diffusa alimenta la criminalità, rapine, "prostituzione minorile" e "spaccio di droga". Solo un ragazzo su quattro finisce la "scuola dell’obbligo". I dodicenni di Guamà spesso "sniffano" colla e solventi per regalarsi qualche attimo di fuga dal degrado. Sulle strade vediamo le "baby-prostitute" con un trucco pesante sul volto da bambina aspettare i clienti davanti a "bordelli" mascherati da improbabili negozi di estetiste.
«Ma anche a Guamà e a "Tira Firme" sono sorte molte attività commerciali legali – spiega
Padre Claudio Pighin, friulano di Casarsa, 56 anni, Missionario del "Pime" arrivato in Brasile 30 anni fa, compagno di Messa di Padre Giancarlo Bossi, il Missionario sequestrato e liberato nelle Filippine – come "bar’, negozi di alimentari, abbigliamento e alcune attività artigianali. Ora, con la "crisi", si è dimezzata la quantità di riso e fagioli venduta, ad esempio. E la "favela" sta cambiando, ci finiscono anche i nuovi disoccupati che prima stavano nei quartieri di operai e impiegati». L’economia della "favela" si intuisce anche dalle "antenne paraboliche" sui tetti. Le compagnie "via cavo" fanno normalmente contratti di installazione e abbonamenti ai "favelados", buoni clienti. Luce ed acqua potabile spesso vengono da allacciamenti abusivi. Il comune però ha dato nomi alle strade e numeri civici alle case. Entriamo nel "bar" di Donna Flor, accanto alla Chiesa di Santa Maria Goretti, che il Sacerdote italiano, arrivato a Belèm nel 1990, ha fondato dopo quattro anni spesi a farsi accettare. Lo mandò il Vescovo per celebrare Messa in quella che allora era una piccola "cappella" e lui l’ha trasformata in una Chiesa dedicata alla "protettrice" delle ragazze violentate e sfruttate per mangiare. «Abbiamo avuto – confida – casi di "aborto" anche di bambine di 10 anni». Il "bar" di Donna Flor è una grande "baracca" in legno che vende "in nero" al bancone alcolici e bibite. È uno dei punti di ritrovo, si viene qui a bere birra o "cachaca", il liquore di canna da zucchero, e giocare al "lotto". Sul retro, la casa di quattro stanze dove vivono tre generazioni insieme. La nonna e il marito, la figlia con il compagno, e i nipoti. I panni sono stesi ad asciugare sui fili tirati in soggiorno. In cortile ci mostrano con legittimo orgoglio un gabinetto. Una rarità nella "favela", anche lo spazio di tre stanze in una "baracca" è un lusso.
«Spesso la casa è costituita da una stanza sola – aggiunge Padre Pighin – dove tutta la famiglia mangia e dorme in condizioni di "promiscuità". Il degrado e la miseria vanno a braccetto con le "attività criminali" e la "prostituzione" anche minorile. Senza contare che spesso i bambini vengono abbandonati o restano orfani. Allora finiscono a vivere in strada». Donna Flor è cieca e scatta in piedi quando sente la voce di Padre Claudio salutarla per abbracciarlo.
Usciamo a passeggiare su "Palo Central". Passando, si avvicinano persone che ci mettono in guardia con due parole: «Zona vermelha».
La regola è che dopo il tramonto, se hai la "pelle bianca" e sei "occidentale", è meglio girare al largo da Guamà. E di giorno, chi gira a piedi a "Palo Central", la via principale, larga e sterrata, lo fa a suo rischio e pericolo. Gruppi di giovani "sentinelle" sedute davanti alle case osservano i passanti, i rari forestieri non passano inosservati. Perciò è vietato estrarre "cellulari", portafogli o macchine fotografiche digitali. Circolano poche auto e quelle dei "favelados" sono tenute rigorosamente sotto chiave dietro le sbarre delle grate metalliche. I "taxi" si rifiutano di condurre il cliente qui, spesso nemmeno con salate "maggiorazioni" e neppure la polizia entra se non con sanguinose incursioni dei "reparti" speciali in assetto di guerra. Lo Stato a Guamà, controllata dalle "gang", ha la faccia dell’elicottero che gira in continuazione sopra le nostre teste. Solo a "Palo Central" si registra una media di quattro rapine al giorno. Anche noi, nonostante la presenza di Padre Claudio, ce la caviamo grazie alla segnalazione di una "catechista" della parrocchia che, urlando, mette in fuga due gruppi di bambini che ci stavano circondando alle spalle. Normale "routine" nella "favela" violenta dei disperati, affacciata sul fiume, ma ormai troppo lontana dalla foresta per ricordarne l’umanità.

DA SAPERE

Aumenta il popolo dei "favelados"

In Brasile, più di 6,5 milioni di persone vivono in "favela". La maggior parte di quelle attuali sono cresciute negli "Anni Settanta", quando il "boom" dell’edilizia dei quartieri più ricchi spinse un gran numero di lavoratori dagli Stati più poveri del Brasile verso le città in cerca di fortuna. A Belèm e Manaus l’"esodo" fu causato dal "disbsocamento" e dall’espulsione dei contadini e degli "indigeni" dalla foresta ad opera dei "latifondisti". Il numero di "favelados", come vengono chiamati gli abitanti, è aumentato del 39,3% dagli "Anni ’90". Soltanto tre capitali (Vitória, Florianópolis e Campo Grande) sono riuscite a ridurre il numero di "sub-abitazioni". Il nome "favela" deriva da un fatto storico: rifugiati ed ex soldati reduci della sanguinosa "guerra di Canudos" (1895-1896), nello Stato di Bahia, occuparono un terreno collinare libero presso Rio de Janeiro, poiché il Governo che alla fine della guerra aveva smesso di pagarli non diede loro delle abitazioni in cui vivere. Questa collina, chiamata in precedenza "Morro da Providência", fu da loro denominata "Morro da Favela" come il luogo sede del principale accampamento militare.
Le piogge torrenziali tipiche del Brasile causano numerosi crolli e anche un elevato numero di vittime. Il degrado sociale e la povertà favoriscono anche il sorgere di "attività criminali". Negli ultimi decenni le "favelas" sono state devastate dai crimini legati alla droga e alla guerra tra "gang". L’ordine viene mantenuto dalle "organizzazioni criminali" che si sostituiscono al potere dello Stato.

"Sito Internet" di P. Claudio Pighin, "Pime": http://www.claudio-pighin.net/it/index.htm .