10 ANNI DALLA MORTE DI MADRE TERESA

A Calcutta per preparare un libro sull’indipendenza indiana,
nel 1981 lo scrittore francese volle conoscere le Missionarie della Carità.
E vedere la loro fondatrice in preghiera, in una cappella, gli cambiò la vita.
Ma è tempo che l’eredità di quella suorina diventi patrimonio dell’umanità.

RITAGLI      Lapierre:      MADRE TERESA DI CALCUTTA
Che cosa ci ha lasciato
lo «strumento di Dio»

«Mi sarebbe piaciuto che si mettesse alla testa di una crociata
contro le ingiustizie,
magari che facesse uno sciopero della fame davanti all’Onu di New York.
Ma la religiosa replicava:
"Io non denuncio, io sono solo un mezzo al servizio dei poveri,
per portare loro un po’ d’amore"».

Madre Teresa ci dona la "forza" della sua preghiera!

Dominique Lapierre
("Avvenire", 26/8/’07)

Era il 1981, da allora sono passati più di vent'anni. Avevo appena trascorso due anni a Calcutta per preparare "Cette nuit la liberté" («Stanotte la libertà», "ndt"), l'epopea dell'indipendenza indiana. Per ringraziare quel Paese e quel popolo della loro accoglienza e dell'ospitalità, avevo deciso di offrire una parte dei miei diritti d'autore per aiutare i bambini lebbrosi. Eccomi dunque un giorno d'inverno del 1981, di primo mattino, al 54 A della Lower Circular Road, presso la comunità delle Missionarie della Carità. Madre Teresa è lì, in preghiera, nella cappella al primo piano, in mezzo a un centinaio di giovani Sorelle. Sono letteralmente sconvolto. «È il Buon Dio a mandarla», mi dice con occhi scintillanti d'amore. A quel giorno, a quell'incontro, risale il mio impegno nell'azione umanitaria. A fianco dei lebbrosi, dei tubercolosi, dei bambini di strada, a fianco delle popolazioni dimenticate e abbandonate del delta del Gange… Seguendo Madre Teresa nelle "bidonville", nel mondo degli sventurati, dei malati, dei diseredati, ho imparato che si può sempre fare qualcosa. Non è necessario andare a Calcutta. Là dove ci troviamo, al nostro livello, possiamo tutti portare un po' più di giustizia e di amore su questa terra. Di passaggio a Londra, Madre Teresa rispondeva ai giornalisti che la intervistavano: «Qui soffrite di una lebbra peggiore che a Calcutta e questa lebbra si chiama solitudine». I quasi 15.000 morti per la "canicola" dell'estate 2003, in Francia, hanno mostrato quanto avesse ragione… Tutti noi abbiamo la possibilità di essere strumenti di compassione e d'amore. È questo il grande messaggio della Sorella. Per me fu comunque un "elettroshock", una scoperta fantastica. Negli anni successivi l'ho incontrata più volte. Non sono mai stato deluso. Sono sempre stato colpito da questa piccola donna che, con la sua sola presenza, il suo solo carisma, riusciva a trasmettere, anche in mezzo alle catastrofi e nei peggiori luoghi di sofferenza, un'ondata di speranza e d'amore. «Non siete soli - ripeteva instancabilmente - . Siete amati da noi che siamo qui, siete amati da Gesù». Senza mai piegarsi, testimoniava insieme alle Sorelle che la miseria non è una fatalità, che si può sempre dare un po' d'amore e di conforto ai diseredati, che ogni vita è importante. È questa testimonianza che ho voluto mostrare, con il mio film "In nome dei poveri di Dio". Ero persuaso che non bastasse realizzare un buon documentario, che un'opera di finzione avrebbe avuto un pubblico molto più vasto e avrebbe segnato di più i cuori e le menti. Alcune Sorelle a lei vicine non volevano sentirne parlare. Impensabile lasciar credere che un'attrice, in sari bianco e blu, potesse essere Madre Teresa: ne esisteva una sola. Per loro, darle il volto di una "star" era un reato di "lesa maestà". Dopo quindici anni di negoziazioni, di trattative, di discussioni e di lavoro, ci sono comunque riuscito. Con una Géraldine Chaplin sconvolgente! Per me, quel film è stato un'opera di amore per Madre Teresa e tutta la sua opera. Ho tuttavia un rimpianto. Molti accusavano la Sorella di curare gli effetti dell'ingiustizia e della povertà, non le cause. Io stesso gliene ho parlato spesso. Mi sarebbe piaciuto che si mettesse alla testa di una crociata contro le ingiustizie, che facesse uno sciopero della fame davanti alla sede dell'Onu a New York per attirare l'attenzione di tutto il mondo. «Quando si è Madre Teresa, si può far tutto!». Provavo ad argomentare, invano… «No - diceva - . Lascio agli altri il compito di protestare e di denunciare. Io sono solo uno strumento nelle mani di Dio, al servizio dei poveri, per portare loro un po' più d'amore». In ciascuno dei poveri vedeva Cristo. «Mettete semplicemente la vostra mano su un'altra mano, in un gesto di compassione - consigliava - . Allora la vita può rinascere».