LO SCRITTORE RACCONTA LA «SUA» INDIA
Mentre l’Europa
"discetta" della propria sfiducia,
l’autore de «La città della gioia» esalta il cammino dei Paesi del Terzo
mondo:
«Certo, i problemi aperti restano immensi. Ma la fiducia dei popoli è più
grande».
Dominique Lapierre:
![]()
"La mia speranza per i
diseredati"
«Certe esperienze
mi suscitano una fiducia eterna
nella capacità umana di dominare l’infelicità.
Contro l’immagine di una Italia depressa e triste,
posso testimoniare che ce n’è un’altra in lotta ogni giorno contro l’ingiustizia».
DOMINIQUE
LAPIERRE
("Avvenire",
30/12/’07)
Sì, lo so che l’Italia è
stata accusata prima dal "New York Times", poi dal "Times"
di Londra di essere depressa e sfiduciata. Ma io posso testimoniare il
contrario, e lo faccio all’alba di questo 2008. L’Italia è un Paese di
speranza, di generosità, di solidarietà e di condivisione come nessun altro al
mondo. Nella mia azione umanitaria, constato tutti i giorni la presenza solidale
di decine e decine di italiani. Ci sono più dottori, infermieri, educatori
italiani nel terzo mondo che di nessun’altra nazionalità. E ogni volta che ho
chiamato la generosità italiana – per la mia modesta azione, per cambiare
qualche ingiustizia di questo mondo – , ho ricevuto sempre una risposta
positiva. Oggi nel delta del Gange, devastato dal recente Ciclone del Bangladesh, un
"battello-ospedale" – uno dei 4 che ho varato in quella zona in
fondo al mondo dove più di un milione di persone sopravvivono su 54 isole senza
alcun soccorso medico, senz’acqua potabile, senza accesso alle scuole – ,
uno dei battelli si chiama «Città di Torino e Città di Lecco». Solo 15
giorni fa ero su quell’imbarcazione diretta a una delle isole del delta per
portare medicine e per compiere un’operazione che forse è quella di cui vado
più fiero: abbiamo riunito un centinaio di ciechi, in molti casi giovani che
soffrivano di cataratta bilaterale, li abbiamo trasportati nella città di
Bangur dove gestiamo un centro oculistico e lì sono stati operati; quindi li
abbiamo riportati sull’isola e tra 15 giorni andremo a riprenderli per
ripulire il secondo occhio. Alla vigilia di Natale cento ciechi hanno dunque
trovato la vista: non trovo regalo più bello per i disperati del mondo, e più
simbolico per noi che abbiamo tutto e non sappiamo di averlo.
No, non si può dire che l’Italia è un Paese depresso e senza fiducia. Io,
che incontrando Madre
Teresa 26 anni fa ho
deciso di condividere con lei ed i poveri i diritti d’autore dei miei libri, sono
ormai implicato in un’azione umanitaria che fa di me non solo un testimone, o
uno spettatore, ma un attore; ho contribuito a guarire un milione di persone di
tubercolosi; a strappare alla disperazione della "bidonville" 15mila bambini
lebbrosi, a scavare 540 pozzi d’acqua potabile, a creare 30 scuole e centri di
riabilitazione, ad "alfabetizzare" le donne di tremila villaggi e a
fornire loro "micro-crediti" che oggi assicurano indipendenza
economica nella dignità... Io, che ho avuto l’occasione di fare tutto ciò,
sogno che nel 2008 anche il destino di una piccola indiana di 12 anni sia
trasformato: si chiama Padmini, abita nella "bidonville" di Calcutta
che ho battezzato la «Città della gioia» e tutti i giorni si alza alle 5.
Un mattino ho voluto seguirla: andava lungo la ferrovia a raccogliere i pezzi di
carbone persi dalle locomotive durante la notte...
Dunque non domandatemi cosa sono
oggi la Francia o l’Italia, se sono depresse oppure no: voglio solo
raccontarvi gli esempi di coraggio, di volontà, di condivisione, di
ringraziamento a Dio che ho trovato in India,
come modello per noi tutti. Credo di aver scoperto laggiù l’anima dell’umanità
e la sua capacità di mettere in pratica il bellissimo verso di Tagore:
«L’avversità è grande, ma l’uomo è più grande dell’avversità». A
Calcutta c’è gente che vive su una terra così salina che persino la frutta
che vi cresce diventa immangiabile per noi europei; abita sul delta di un fiume
ma beve acqua avvelenata dall’arsenico; è flagellata dalle inondazioni,
eppure rimane in piedi e fronteggia la vita con coraggio. Sapere che Padmini
salva la sua famiglia raccogliendo pezzi di carbone, che poi la madre va a
vendere al mercato per sopravvivere un giorno di più, mi dà fiducia eterna
nella capacità dell’uomo di dominare l’infelicità. Ed è un messaggio di
speranza che rilancio a tutto il mondo. Non mi turbano più, allora, le immagini
televisive in cui si vedono francesi, americani, italiani mentre comprano
freneticamente oggetti di cui non hanno bisogno per festeggiare il Capodanno. Su
uno dei nostri "battelli-ospedale" sventola un grande stendardo che
dice: «Il Gange ha due grandi fierezze: le tigri del Bengala e Dominique
Lapierre».
Perché non è vero che per i poveri non cambia mai nulla: oggi tutti i
contadini del delta, persino i più miseri, hanno un telefono cellulare, che in
India costa poco e aiuta molto nel lavoro; si può telefonare in città per
conoscere il prezzo del riso e decidere quando venderlo.
Il mio augurio è che anche Padmini nel 2008 faccia parte di quest’«India che
brilla», dell’India dell’informatica, dell’India che diviene la quarta
potenza del mondo. So che ci sono ancora 60 milioni di bambini indiani che non
hanno scuola, 200 milioni di indiani che non hanno acqua... Ma l’«India
brilla». E brilli per tutto il mondo.
( Testo raccolto da Roberto Beretta )