Io, l’ultimo
monaco di Tibhirine
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«Quale
spazio resta per il "pluralismo religioso"?
Gli ebrei sono in due, noi veniamo espulsi...».
Parla il successore dei frati assassinati nel 1996.
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Jean-Marie
Lassausse
("Avvenire",
15/1/’08)
Nel momento in cui scrivo
questa lettera, una volta di più il terrorismo cieco, inumano colpisce la
capitale algerina a qualche passo dal luogo dove abito quando non sono a Tibhirine
– i quartieri di Hydra e Ben Aknoun. Per il momento si contano 50 morti.
L’opinione pubblica è costernata di fronte a tali atrocità, e quest’anno
ci sono già stati attentati a Batna, Delys, Lakhdaria... Di sicuro la
"manna" petrolifera non va molto a profitto delle classi lavoratrici.
Come si può vivere con l’equivalente di 120 euro al mese? Le famiglie sono
"strozzate" dalle bollette dell’elettricità, dell’acqua, dalla fattura per il
montone della festa di "Aid el-Kebir", dalle spese per la scuola dei figli,
eccetera. A quando una migliore ripartizione dei redditi in Algeria?
La dipendenza alimentare è sempre più pesante, in particolare per i prodotti
di prima necessità come il latte, la farina, l’olio e ovviamente la carne
rossa. Sotto i riflettori dell’attualità, l’anno scorso, sono stati spesso
gli "harragas", ovvero gli algerini che su imbarcazioni di fortuna
tentano il tutto per tutto per lasciare il Paese e passare dall’«altra parte
del mare» alla ricerca di un "eldorado", presto divenuto un inferno
per quanti riescono nella traversata.
Il fenomeno, che negli ultimi anni toccava principalmente i giovani
"sub-sahariani", adesso interessa gli algerini, vittime delle
difficoltà della vita nel loro Paese. Mentre le ricchezze sono colossali,
soprattutto il tesoro petrolifero e di gas che nel 2007 ha procurato un’eccedenza
di entrate di quasi 100 miliardi di dollari, la "ridistribuzione" è
un problema reale della società algerina. Ovvio: una parte di questo denaro è
investito nelle infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali, per l’approvvigionamento
di acqua potabile della città di Algeri attraverso gigantesche condutture che
convogliano l’acqua di un lago della Kabilia, o per l’installazione di
impianti «chiavi in mano» per la dissalazione dell’acqua marina. È
incredibile che lavori del genere siano realizzati da emigrati cinesi, coreani
ed egiziani, mentre il popolo algerino guarda l’altra sponda del Mediterraneo:
la Francia, l’Italia, la Spagna... La richiesta di "visti" non cessa: 120mila
accordati su 220mila domande nel 2006, e il numero si era già enormemente
abbassato per il costo. I Paesi d’Occidente si "barricano", ma sapranno
inventare un reale sviluppo con i Paesi del Sud?
Qui stiamo ancora aspettando. A Tibhirine l’anno è stato generalmente buono,
anche se le piogge fredde di maggio, al momento della fioritura, hanno causato
il mancato sviluppo di parecchi frutti.
Ma altri prodotti sono venuti a compensare il mancato guadagno: la dispensa è
zeppa d’insalata e un allevamento di conigli funziona assai bene. Ho avuto la
fortuna di avere dei volontari venuti ad aiutarci e poi il fatto di rimanere sul
posto i primi tre giorni della settimana (gli altri li trascorro nel centro
della diocesi, vero punto d’incrocio della comunità cristiana locale)
permette di fare molto di più, soprattutto di non perdere la pazienza dietro la
scorta della polizia sempre così tenace che non mi lascia muovere un passo in
tutti i viaggi di andata e ritorno tra Algeri e Tibhirine. C’è una sola
spiegazione a tanto accanimento: scoraggiarmi, in modo che rinunci ad essere
presente in questo luogo carico di memoria, di storia e di solidarietà con la
popolazione, la quale si augura che la nostra presenza prosegua. Altra materia
di inquietudine: il "pluralismo religioso" in un Paese quasi
totalmente musulmano. Che spazio esiste per le minoranze religiose? Gli ebrei
sono rimasti in due! I cristiani – qualche migliaio – sono soprattutto nel
nord del Paese. Quest’anno ci sono stati vari tentativi di espulsione, nel
quadro del controllo statale delle minoranze e per la pressione dei movimenti
evangelici in crescita, soprattutto in Kabilia. Un pastore protestante svizzero
ne ha fatto le spese: 15 giorni per fare le valigie, ma 40 africani e 4
brasiliani hanno visto una misura simile annullata o rimandata, per le pressioni
continue dei responsabili delle Chiese. Si tratta di un importante oggetto d’instabilità
per il futuro, e lo pongo in relazione con il ruolo delle minoranze cristiane in
Medio Oriente. Tuttavia credo al "pluralismo", che arricchisce la vita
della comunità nazionale, la vita dei credenti di diverse confessioni. Il
dialogo universitario continua, si sviluppa.
Ma alla base è più difficile, esiste una certa diffidenza tra le persone e le
relazioni non sono sempre semplici.
Per me si tratta di una faccenda nuova, importante per il futuro; in Algeria
bisogna essere attenti alle evoluzioni che si prospettano. Del resto, questo
movimento non è estraneo ai tentativi di installazione di nuove comunità che
introducono un metodo di presenza abbastanza diverso dal nostro, voglio dire
dalla presenza della Chiesa dopo l’indipendenza del Paese: presenza discreta,
di servizio agli algerini e di dialogo con la comunità musulmana. Ricordiamoci
che la Chiesa si definisce come «Chiesa dell’Incontro»...