Andrea Lavazza
È un raffinato pressing diplomatico, giocato sulla disponibilità totale al
dialogo, gesti espliciti e calcolate rinunce che, soprattutto in Oriente,
valgono quanto un passo concreto, quello che la Santa Sede sta compiendo nei
confronti della Cina. A chiusura di un Concistoro
in cui l'Asia ha avuto un peso rilevante (il 20% delle nomine cardinalizie a un
continente che ospita meno del 10% dei cattolici mondiali), due interviste di
monsignor Giovanni Lajolo, segretario per i rapporti con gli Stati, hanno
portato allo scoperto una trama di «contatti informali» i quali fanno sperare
che «i tempi siano maturi» per allacciare piene relazioni tra Vaticano e
Pechino.
Il "ministro degli Esteri" del Papa ha detto di confidare in
«un'apertura di spirito delle supreme autorità della Repubblica popolare, che
non possono ignorare le aspettative del loro popolo, così come i segni dei
tempi». L'ultimo di essi è, ovviamente, la porpora attribuita da Benedetto
XVI al vescovo di Hong Kong, Joseph Zen Ze-kiun, «prova dello
speciale affetto che il Pontefice nutre per la Cina». Una scelta, che oltre
alla sua primaria valenza pastorale, reca l'implicita volontà di mandare un
messaggio di simpatia e di buona volontà ai vertici del Partito comunista.
Non è infatti un mistero che vi fossero le condizioni per una chiamata al Sacro
Collegio magari dell'arcivescovo di Taipei o di qualche presule della Cina
continentale. Ma l'attenzione a non acuire le tensioni in merito alle presunte
«precondizioni» poste da Pechino (rottura delle relazioni con Taiwan e non
ingerenza negli affari interni) hanno probabilmente consigliato di optare, in
questo momento, per il pastore di una ex colonia annessa al gigante asiatico:
Macao o, appunto, Hong Kong.
Le notizie che arrivano dalla Cina sono contrastanti. Il regime continua la sua
opera di repressione del clero - sono almeno una ventina i religiosi impediti in
vario modo di esercitare il proprio ministero - , nel tentativo di assorbire la
Chiesa sotterranea fedele a Roma nella Chiesa ufficiale e nell'Associazione
patriottica, emanazione diretta dello Stato. D'altra parte, nella società le
fedi manifestano forte vitalità: un recente rapporto ha indicato che un membro
del Partito su tre (20 milioni di persone) partecipa ai riti di qualche culto,
con una maggioranza di cristiani. I cattolici non raggiungono l'1% della
popolazione ma sono una minoranza attiva e responsabilmente impegnata nella vita
civile.
Si spiegherebbe allora l'osservazione di «segnali contraddittori», il fatto
che, come ha detto l'arcivescovo Lajolo a una tv di Hong Kong, «mentre le più
alte autorità mostrano volontà di regolarizzare le relazioni, a livelli
intermedi vi sono molti che "marciano contro"». Atti di
"chiusura" sono stati l'assenza di una delegazione ai funerali di
Giovanni Paolo II e il visto negato ai quattro vescovi convocati al Sinodo di
ottobre. In direzione opposta è andato l'invito rivolto alle missionarie della
carità di Madre Teresa perché aprano una casa nella capitale.
A livello politico, la Santa Sede aveva già manifestato l'intenzione, una volta
riallacciati i rapporti, di spostare la nunziatura da Taiwan a Pechino,
lasciando a Taipei una delegazione apostolica. E sullo spinoso tema delle nomine
episcopali non si esclude la possibilità di trovare un'intesa che unisca la
piena libertà di scelta per il Vaticano con qualche concessione formale al
regime, come avvenuto in Vietnam.
L'unica, vera precondizione resta il progressivo ristabilimento della libertà
religiosa, sulla quale la Santa Sede non può transigere, ma ciò non impedisce
che, rispettosamente, costruttivamente, si prema sulla Cina affinché crolli
l'ultimo, anacronistico Muro del XXI secolo.