SILENZIO SULLE MISSIONI INTERNAZIONALI

RITAGLI    I nostri militari «dimenticati» all’estero    MISSIONE AMICIZIA

Il Papa ha sottolineato che i caduti a Nasiriyah
«hanno sacrificato il bene supremo della vita per il nobile intento della pace».

Andrea Lavazza
("Avvenire", 15/11/’07)

Non sembra di andare molto lontano dal vero se si dice che è sceso da tempo un imbarazzato silenzio sulla presenza all’estero delle nostre "Forze armate", impegnate in missioni di "peace-keeping".
Vorremmo poter affermare che vi sia quasi da rallegrarsi dell’eclissi "mediatica", in ossequio alla regola del «bene che non fa notizia»: nessuna perdita, nessuna cronaca. In realtà, anche la ricorrenza dei quattro anni della strage di
Nasiriyah, appena trascorsa, ha visto un basso profilo, elevato – a onor del vero – da alcune iniziative a livello istituzionale. Certo, in generale, la guerra irachena si è dimostrata negli anni un’impresa di discutibile risultato e di scarsissimo consenso popolare, prima in Europa e oggi negli Stati Uniti. Non si può, tuttavia, dimenticare che i nostri tremila militari non erano al fronte per combattere e che, come ha sottolineato ieri Benedetto XVI ricevendo alcuni familiari, i 19 italiani caduti «hanno sacrificato il bene supremo della vita per il nobile intento della pace». Il nostro contingente ha operato in favore della sicurezza degli abitanti della regione che ci era assegnata e per la ricostruzione materiale, nella misura consentita dall’entità delle truppe impegnate. «La memoria di questi nostri fratelli – ha auspicato il Papa – contribuisca a sostenere il cammino della rinascita, piena di speranza, del caro popolo iracheno». Ma non si tratta semplicemente di recriminare su commemorazioni più o meno diffuse e sentite, quanto di sostenere coloro che in questi mesi sono dislocati in zone "calde" del Pianeta con il preciso obiettivo di aiutare una transizione non violenta dai conflitti alla convivenza democratica. Sono quasi ottomila i nostri militari schierati in 19 Paesi all’interno di 27 operazioni internazionali. Le principali sono proprio sui fronti più "caldi" dal punto di visto politico e bellico: i Balcani, dove si svolge il "braccio di ferro" tra Occidente e Serbia sostenuta dalla Russia sull’indipendenza del Kosovo; il Libano, che in questi giorni non riesce a eleggere il presidente e oscilla di nuovo sull’orlo di uno scontro intestino; l’Afghanistan, nel quale i "taleban" stanno rialzando la testa, influenzando anche l’altra crisi più delicata del momento, quella pachistana. Soprattutto quest’ultimo è un contesto difficile: non ci sono ragazze con ghirlande di fiori ad accogliere i soldati stranieri, le occasioni per sparare (a scopo prevalentemente difensivo) andranno moltiplicandosi. I tragici errori compiuti dalla "Nato" a danno dei civili pesano sull’intera coalizione, ma le forze italiane sono oggettivamente estranee agli episodi noti. A volte risulta impossibile pacificare una nazione senza l’effetto dissuasivo delle armi. La capacità dei nostri militari, dalle truppe ai più alti comandi, di muoversi con efficacia e rispetto delle popolazioni è testimoniata anche dalla nomina, avvenuta ieri, dell’ammiraglio Giampaolo Di Paola a presidente del "Comitato militare dell’Alleanza atlantica". Una scelta che potrebbe inorgoglire quanto la designazione di un connazionale a qualche importante incarico politico od economico, ma che è destinata a sprofondare in quell’imbarazzo cui si faceva riferimento. Saranno le divisioni nell’attuale maggioranza, già in bilico proprio sul "rifinanziamento" della missione afghana, saranno le amnesie collettive, sarà la rimozione "irenistica" di chi si illude che basti non pensare alla guerra per avere la pace, resta il fatto che l’Italia in divisa rischia la vita a beneficio di gente lontana ma appare quasi "orfana" della nazione che li ha sì mandati eppure spera di non riceverne notizie. Auguriamoci di rivedere il calore e la solidarietà che sicuramente esistono. Senza una nuova tragedia.