PER LA PACE NEL MONDO

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LA DIGNITÀ DELLA PERSONA

Andrea Lavazza
("Avvenire", 30/11/’07)

C’è molto più d’alti scambi di formule diplomatiche nelle lettere che si sono indirizzati a stretto giro (è il caso di sottolinearlo data la delicatezza dei temi) 138 "leader" del mondo musulmano e Benedetto XVI per il tramite del suo Segretario di Stato. E benché non ci si possa nascondere la differenza oggettiva di rappresentatività tra un gruppo di "muftì" e "ayatollah", pur autorevoli, e il capo della Chiesa cattolica, resta il significativo avvio di un dialogo senza simile precedente in tempi recenti.
«Se i musulmani e i cristiani non sono in pace, il mondo non può esserlo», scrivevano i 138, cercando di dissipare le nuvole che fuorvianti interpretazioni del discorso papale di
Ratisbona avevano fatto addensare sull’orizzonte del confronto interreligioso. E le novità del testo non si limitavano agli auspici e ai toni: per la prima volta, per riferirsi a Cristo, si citava il Vangelo e non il Corano. La condanna del terrorismo fondamentalista chiudeva poi una missiva di indubbia portata.
La risposta giunta ora dalla Santa Sede completa la prima fase di quello che si può auspicare sia l’avvio di una diversa stagione. Siamo per ora all’alba, e sarebbe sbagliato farsi soverchie illusioni di un cammino rapido e privo di ostacoli. Basti dire che il messaggio iniziale non ha certo trovato larga eco nel mondo islamico, mentre non sono mancati rilievi critici alle «aperture» e alle «concessioni » ritenute eccessive.
Diverso l’apprezzamento che Benedetto XVI ha voluto esprimere nella sua "Lettera", costruita tutta in positivo, nella quale, con la consapevolezza delle differenze, si dà atto del passo compiuto e si rilancia attraverso la proposta di un incontro diretto offerto al primo firmatario, il principe giordano Ghazi bin Muhammad bin Talal.
Il Papa, attraverso il
cardinale Bertone, riafferma l’importanza del dialogo basato sul rispetto effettivo della dignità della persona, sulla oggettiva conoscenza della fede dell’altro, sulla condivisione dell’esperienza religiosa e sull’impegno comune a promuovere mutuo rispetto e accettazione, soprattutto nelle nuove generazioni. Sono queste le condizioni fondamentali che, una volta raggiunte, «renderanno possibile cooperare in modo produttivo negli ambiti della cultura e della società e per la promozione della giustizia e della pace nel mondo».
Se il manifesto dei 138 rimarcava la centralità di musulmani e cristiani, il 55% della popolazione del Pianeta, per la tutela della convivenza, il Pontefice, sulla scorta della condivisa fede nel Dio unico, creatore e giudice universale, ricorda che l’essere umano è sacro sia per gli uni sia per gli altri. Unicamente quando si giunge ad accettare che la dignità della persona esige assoluto ed effettivo rispetto, non solo come principio ma come prassi concreta, può conseguirne un dialogo proficuo e fecondo.
Ecco, allora, affiorare in filigrana quella mancanza di libertà – non raramente vera persecuzione – che ancora affligge i fedeli di Cristo in quasi tutti i Paesi a maggioranza islamica. Che nessuno possa essere costretto o impedito a praticare una religione è oggi ferma convinzione della Chiesa tutta che tende la mano ai fratelli musulmani. Nel vasto "arcipelago" di fede che fa riferimento al Corano si tratta di un principio non ancora pienamente diffuso.
Le parole generose e impegnative che spiccano nelle due lettere costituiscono quindi un invito forte a tutti i credenti di buona volontà perché barriere cadano e ponti si gettino fra religioni e culture che restano diverse e, proprio per questo, hanno l’opportunità di arricchirsi vicendevolmente.