Dopo la forca, altri traguardi

RITAGLI    Una tappa fondamentale per la vita    MISSIONE AMICIZIA

Andrea Lavazza
("Avvenire", 19/12/’07)

Non in mio nome. Lo "slogan" di tante contestazioni alla guerra riassume bene il senso dello storico seppur simbolico voto di ieri alle "Nazioni Unite". La moratoria universale sulla pena di morte non farà immediatamente cambiare idea a Paesi come l’Iran, che proprio ieri ha mandato sulla forca quattro condannati, o la Cina, di cui non si conosce nemmeno l’enorme numero d’uccisi, ma di certo afferma la volontà di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Non in mio nome. Non si può uccidere per affermare il diritto, non si può togliere la vita per conto del popolo sovrano. Il diritto fondamentale va rispettato anche per il peggior criminale, una comunità democratica non dispone dell’esistenza di alcun suo membro.
È questo il senso del pronunciamento che riconosce un valore basilare e raggiunge un vertice di civiltà giuridica, di forti radici cristiane e con nervature del miglior illuminismo italiano di Cesare Beccaria. Superare il muro dei 100 Stati (104 sono stati i favorevoli) riveste un alto significato, perché il fronte del "sì" al boia conta su nazioni potenti, dal notevole potere di trascinamento sulle piccole, dagli Stati Uniti alla già citata Cina
, dall’Egitto all’Arabia Saudita, dal Giappone all’Indonesia.
Non si può, quindi, sottovalutare il risultato raggiunto dall’Europa grazie all’impegno del nostro Paese che, per primo, con intelligenza e generosità si è speso a favore della scelta "abolizionista" grazie al fervore della diplomazia. Uno sforzo che all’inizio poteva apparire velleitario (per la difficoltà di raggiungere l’obiettivo) o mal speso (per l’opportunità di concentrarsi su battaglie più concrete). Eppure, oggi il successo è tangibile e non trascurabile.
Soltanto il tempo dirà quanto la moratoria a livello
"Onu" contribuirà ad accelerare una tendenza "abrogazionista" che va comunque crescendo (64 nazioni mantengono la pena capitale, molte meno la applicano: non più di 27 nel 2007). Resta la grande affermazione di principio: non in mio nome, non è lecito uccidere in risposta alla violenza, la vita è sacra e una comunità non può delegare il suo sistema di giustizia ad abbreviare l’esistenza di una donna o di un uomo, sia colpevole o (circostanza ancor più mostruosa) innocente.
E per i Paesi che continueranno a far salire qualcuno sul patibolo scatterà un ulteriore "stigma" mondiale: esecuzione eseguita in violazione della moratoria "Onu". Non farà molta differenza per qualche governo dittatoriale o scarsamente democratico, si auspica che contribuisca a inclinare la bilancia verso il "no" nell’America sempre meno convinta dell’accettabilità della pena di morte. Va infatti rilevato che, sebbene la risoluzione non sia vincolante, la strenua opposizione messa in campo al "Palazzo di Vetro" dagli Stati non "abolizionisti" avrebbe poco senso se il voto fosse del tutto privo di conseguenze.
Resta la legittima perplessità di chi sostiene che tale mobilitazione avrebbe potuto essere spesa per salvare tante più vite in altri ambiti. Vale come risposta proprio quello "slogan": non in mio nome. Non può essere lo Stato, cioè noi tutti, titolari della sovranità, a dare la morte, deliberatamente e collettivamente. Molte altre gravi ingiustizie, certo, sono ammesse o tollerate come scelta personale. Ma quello compiuto ieri è comunque un passo in difesa della vita. «Non in mio nome» può restare una bandiera anche per le prossime sfide.