Quel
tragico errore di valutazione
Andrea Lavazza
("Avvenire", 19/3/’08)
A cinque anni dall’inizio della guerra in
Iraq, esistono molte
"prospettive" dalle quali valutare le decisioni e gli eventi che si
sono susseguiti dal 19 marzo 2003 a oggi. Si può dire che un pericoloso e
"sanguinario" dittatore come Saddam Hussein non è più al potere. Ma
si può anche far notare che l’indice di "libertà politica" del
Paese è ancora uguale a quello della Palestina di "Hamas" e inferiore
a quello del Marocco, e che l’indice di "libertà di stampa",
malgrado la caduta della "censura" e l’esplosione di nuove
"testate", colloca Baghdad al 157esimo posto nel mondo.
Sono leggermente cresciuti il "reddito procapite" e il "tasso di
scolarizzazione", ma dei 34mila medici attivi prima del conflitto la metà
ha lasciato il Paese e alcune altre centinaia sono state rapite e uccise, mentre
la "Croce Rossa" due giorni fa ha denunciato il "collasso"
della sanità. Gli "sciiti", gruppo maggioritario e a lungo
discriminato dal "rais", hanno riconquistato di fatto il potere ai
danni degli ex padroni "sunniti", ma la pacificazione del Paese rimane
ancora lontana. La situazione interna non è catastrofica come la dipingono i
"detrattori" per partito preso della "Casa Bianca", ma gli
oltre centomila morti tra i civili (le stime sono varie), le quattromila vittime
americane, le migliaia di altri combattenti uccisi, i quasi mille miliardi di
dollari investiti nella guerra e i danni "collaterali" a edifici e
"infrastrutture" non sembrano giustificabili alla luce di nessuno
degli obiettivi via via proposti per l’avventura irachena. Non le armi di
distruzione di massa, che non sono mai state trovate (fossero o meno in buona
fede gli indizi della loro presenza avanzati dall’"Amministrazione"
Bush). Non il "regime change", il mutamento di governo, che dopo un
quinquennio non ha prodotto i risultati attesi, con il rischio ancora aperto di
"partizione etnica" del Paese (senza contare la "diaspora" e
la persecuzione dei cristiani), nonché di instabilità permanente, anche sotto
la pressione di "al-Qaeda". Non la democrazia in Medio
Oriente, dato
che dallo sbarco delle truppe "Usa" sono peggiorate le speranze di
pace tra israeliani e palestinesi e la situazione in Libano è andata
"deteriorandosi". Non gli "approvvigionamenti" petroliferi,
come possono constatare gli stessi automobilisti americani, che dal 2003 a oggi
hanno visto raddoppiare il prezzo del carburante, e tutti i consumatori
mondiali.
Ma non reggono nemmeno le "dietrologie" di chi vedeva nella scelta di
invadere il Paese dei due fiumi qualche inconfessabile interesse della
"superpotenza" o del suo Presidente o del suo "entourage".
Nessuno pare averci guadagnato alcunché. Anche Washington è sull’orlo della
"recessione", si trova a essere molto meno amata sul fronte
internazionale, ha pericolosamente impegnata una quota importante del proprio
"dispositivo bellico". E ha trascurato l’Afghanistan dove il
terrorismo potrebbe "ricostituire" i propri "santuari", dai
quali i "kamikaze" partirono per colpire New York nel 2001.
Qualcuno potrebbe dire che è stata una "lezione preventiva" per altri
"despoti". E che alla lunga la cultura e le istituzioni liberali
"attecchiranno". Non lo si può escludere. Forse, semplicemente, si è
trattato di un grande, tragico errore di valutazione e, soprattutto, di una
pessima conduzione dell’immediato "dopoguerra" nella primavera del 2003.
Fatto il danno, bisogna almeno ricostruire. Decine di nazioni e le
"istituzioni internazionali" hanno annunciato aiuti per 18 miliardi di
dollari, si sono impegnati per 3,5 e ne hanno versati 1,5 al luglio 2007 (l’Italia
risulta ferma all’"inezia" di 5 milioni). La "coalizione"
che abbatté il regime era ampia, successivamente la missione di
"stabilizzazione" ha avuto le insegne dell’"Onu". Motivi
umanitari e "geostrategici" imporrebbero ora una maggiore
"cooperazione". Per chiudere un "capitolo" e ridare speranza a un
popolo.