L’"intervento" di Benedetto XVI

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che chiama a non dimenticare

EUGENIO VAGNI, tra gli operatori umanitari della Croce Rossa nelle Filippine...

Si prega nella speranza di poterlo presto riabbracciare!

Andrea Lavazza
("Avvenire", 31/3/’09)

«Nel nome di Dio, liberateli». Ci voleva un accorato "appello" di Benedetto XVI per accendere i riflettori sul drammatico "ultimatum" che riguarda tre "operatori umanitari" sequestrati nelle Filippine, tra cui l’italiano Eugenio Vagni. I "cooperanti" della "Croce Rossa" sono nelle mani di un "gruppo estremistico separatista" dal 15 Gennaio, quando furono catturati sull’isola meridionale di Jolo, in cui spadroneggia il "gruppo terroristico islamico" "Abu Sayyaf".
Entro stamattina l’esercito di
Manila dovrebbe ritirarsi totalmente, altrimenti uno degli "ostaggi" sarà "decapitato", è il "macabro" messaggio recapitato ieri alle autorità. Una richiesta di difficile esecuzione logistica, anche se il Governo accettasse le condizioni poste dai "guerriglieri".
Sono passati oltre due mesi dal giorno in cui Vagni, esperto di "approvvigionamenti idrici", con i suoi colleghi – lo svizzero
Andreas Notter, e la filippina Mary Jean Lacaba – , fu vittima di un’"imboscata" dopo essersi recato in una prigione per cercare di migliorare le condizioni dei detenuti. La sua unica colpa, e il richiamo per i "rapitori", è quella di essere occidentale, quindi preziosa merce di scambio. Merce paradossalmente rivelatasi meno "appetibile" – non sembri "cinismo", è una constatazione – proprio perché, almeno in Italia, alla sorte di Vagni non ci si è appassionati molto. Per il "tecnico" di Montevarchi, 62 anni, moglie filippina e una figlia piccola, iniziative di "solidarietà" a livello locale, nella provincia di Arezzo, ma scarsa "mobilitazione nazionale". Un po’ come accadde per Giancarlo Bossi, il Missionario del "Pime" rapito sempre nel Sud delle Filippine due anni or sono, la cui vicenda si concluse felicemente con la liberazione, senza che però il nostro Paese gli riservasse quell’attenzione e quella "solidarietà" che hanno invece accompagnato altri "ostaggi" in diversi "scenari bellici". Il "Ministero degli Esteri", come in passato, sta seguendo da vicino la trattativa e agisce comprensibilmente senza clamore. Ma il caso degli "operatori" della "Croce Rossa" è emblematico di una situazione che meriterebbe ben maggiore attenzione, non solo per l’immediato pericolo di vita dei tre (uno dei quali "connazionale"). La parte meridionale dell’arcipelago asiatico è da anni nella morsa del "fondamentalismo", in alcune sue frange legato ad "Al-Qaeda" e determinato a instaurare uno "Stato Islamico" nella regione. Una nuova "entità" creata con la violenza e fondata sull’intolleranza. Tra gli obiettivi principali di "Abu Sayyaf", vi è la presenza cattolica minoritaria eppure consistente di quelle isole, oltre a scuole e luoghi pubblici; i loro mezzi di lotta e finanziamento sono le "estorsioni".
Lo stesso "dietrofront" delle "forze armate" intimato dai "terroristi" rischierebbe di mettere a rischio molte altre persone, lasciate a quel punto senza una difesa. Il "messaggio" del Papa, «affinché il senso "umanitario" e la ragione abbiano il sopravvento sull’"intimidazione"», vuole rilanciare anche l’istanza di "pacificazione" per tutte le popolazioni coinvolte.
Si può sperare che l’"ultimatum", come altri precedenti, non venga seguito dalla "sentenza" annunciata. Ma se pure si guadagnasse tempo, la trepidazione per gli "ostaggi" in condizioni sempre più precarie non verrebbe certo meno. Un "ambasciatore" della "solidarietà" come Eugenio Vagni è un silenzioso "testimonial" dell’Italia all’estero che merita, insieme con la sua famiglia e i suoi "compagni di sventura", le nostre preghiere e la nostra vicinanza.