IL RUOLO DI GERUSALEMME

RITAGLI   E ora serve un'idea innovativa   TERRA SANTA

Andrea Lavazza
("Avvenire", 26/7/’06)

Nelle cinque ore previste per il vertice di Roma, può emergere un'idea innovativa per il Medio Oriente? L'interrogativo non è retorico, perché pare davvero necessario uno sforzo di fantasia diplomatica per venire a capo di una crisi così incancrenita e intricata, in cui attori importanti (leggi l'Iran) non sono impegnati sul teatro del conflitto eppure lucrano i vantaggi dell' "escalation", come è stato sottolineato ieri su questo giornale. Alla Conferenza internazionale è presente il Libano, mancano però Israele e la Siria, quest'ultima "sponsor" di fatto, insieme a Teheran, degli hezbollah.
Non c'è un'agenda ufficiale per i quindici Paesi presenti. L'auspicio del segretario generale dell'Onu e dell'Italia, "copresidente" con gli Stati Uniti, è di porre le condizioni per un cessate il fuoco che consenta l'accesso degli indispensabili aiuti umanitari. E l'elemento che potrebbe sbloccare la situazione sarà il concretizzarsi di una forza di interposizione europea, da schierare nel Sud del Libano in sostituzione della ricostituita «fascia di sicurezza» che ieri Gerusalemme ha annunciato come "fatto compiuto" alla vigilia del "summit". Si tratterebbe già di un notevolissimo risultato qualora venisse accettata da tutte le parti in causa. Altro forse non si può sperare.
I "raid" sul Libano, fra alcuni giorni o alcune settimane, cesseranno comunque. Ma i miliziani sciiti non andranno in pensione e quando sarà utile ai loro "burattinai" si faranno trovare pronti con i razzi assassini da sparare su Haifa. Sembra un paradosso, ma forse proprio l'occasione di Roma, con la Rice decisa a parlare di un piano complessivo per la regione, potrà fare emergere l'impossibilità di costruire un nuovo Medio Oriente senza la partecipazione attiva di Israele. Proprio così.
Il blocco occidentale (Stati Uniti in testa) si pone come doverosa "precondizione" l'esistenza in piena sicurezza dello Stato ebraico e poi lavora per la costruzione di un equilibrio generale ispirato ai principi di democrazia e pacifica convivenza. Il (comprensibile) principio che guida le politiche di Gerusalemme è invece quello della difesa, anche militare, dei propri abitanti e dei propri confini, poco concedendo a una strategia di più ampio respiro.
Si può obiettare che spesso è stata in gioco la sopravvivenza stessa di Israele e che la solidarietà dei Paesi amici non andava oltre le condanne verbali delle aggressioni. Nel caso dell'attacco dal Libano di due settimane fa, certo nessuno si sarebbe mosso, tanto meno con un vertice multilaterale, per fermare gli hezbollah. D'altra parte, la pesantissima reazione militare rischia di minare la rinascita libanese - vera oasi in un'area di autoritarismi e fondamentalismi - oltre ad aumentare i consensi verso l'estremismo antisionista in stile iraniano. Senza contare che proprio questa guerra voleva il regime di Teheran, alla cui "trappola" Olmert non poteva sottrarsi.
Se c'è allora una difficile lezione da apprendere, sembra esattamente questa: l'Europa (in particolare) deve garantire maggiormente il diritto di Israele a non venire minacciato, ma un'alba di pace nella regione s'affaccerà all'orizzonte solo nel momento in cui anche Gerusalemme si farà partecipe dello sforzo collettivo, sedendo ai tavoli negoziali e valutando insieme agli alleati le conseguenze a lungo termine delle proprie scelte. «Colpevoli» dell' "escalation" sono certamente Iran, Siria e parti della società libanese, la risposta però non viene sempre e soltanto dall'opzione militare unilaterale. Le soluzioni a lungo termine passano da Conferenze in cui tutti coloro che vogliono la pace si schierino con fermezza dalla stessa parte.