CINA - Parla padre Angelo Lazzarotto
«Non c'è società armoniosa senza religione»
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Anche tra i massimi dirigenti si fa strada l’idea
che le religioni possano concorrere al progresso del Paese.
a cura di Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Febbraio 2006)
Quale valore dare alla notizia diffusa da Zhengming? E come interpretare la reazione del Partito comunista cinese a fronte di un’adesione sempre più diffusa a pratiche religiose, segnatamente cristiane? L’abbiamo chiesto a padre Angelo Lazzarotto, missionario del Pime, a lungo attivo in Hong Kong, sinologo apprezzato e autore di molte pubblicazioni sul cristianesimo in Cina e la politica religiosa di Pechino.
Degli oltre 60 milioni di membri del Pcc, sono 20 milioni coloro che
partecipano ad attività religiose. Sorpreso da questo dato?
Da tempo si sapeva che anche all’interno del Partito comunista cinese il
fenomeno religioso riesce ormai a trovare degli spazi. Ma l’affermazione della
rivista Zhengming - di cui è nota la serietà delle ricerche e l’attendibilità
delle informazioni riguardanti la vita politica all’interno della Cina - non
può non sorprendere. Va ricordato comunque che il documento citato del Comitato
centrale del Pcc non sembra avallare esplicitamente tale cifra, fornita dalla
rivista nel suo commento editoriale. Il documento sembra concentrarsi piuttosto
sulle misure adottate per combattere questa penetrazione ai vari livelli della
struttura del partito.
Posto che i membri del partito siano in qualche modo «rappresentativi»
dell’intera popolazione, è azzardato (o no) avanzare l’ipotesi che su 1,3
miliardi di cinesi 3-400 milioni facciano riferimento a qualche pratica
religiosa?
Si sa che la tradizionale religiosità popolare in Cina assume espressioni molto
varie, che vanno dalle più grossolane forme superstiziose al culto di
specifiche divinità. Nella legislazione che il Partito comunista ha dato al
Paese cinque sono le religioni ufficialmente riconosciute; quanto alla
superstizione, il regime se ne è sempre detto contrario, ma non è mai
riuscito ad estirparla. Attualmente, in assenza di statistiche sul fenomeno
religioso, non mancano analisti che parlano di oltre 300 milioni di aderenti. Le
stesse pubblicazioni ufficiali cinesi già vari anni fa non esitavano a
ipotizzare che i «credenti» in Cina potessero essere oltre cento milioni,
riferendosi specialmente al buddhismo e alla religiosità popolare. Anche i
protestanti di matrice evangelica che stanno facendo in Cina una vivace e decisa
propaganda, danno credito a grosse cifre circa il numero dei cristiani.
Se le cifre sono esatte, si rivelano molto interessanti. «12 milioni i
quadri di partito delle aree cittadine che partecipano ad attività religiose,
di questi 5 milioni sono regolari partecipanti. Sono 8 milioni i quadri di
partito delle zone agricole che partecipano ad attività religiose, di questi 4
milioni sono regolari partecipanti». In altre parole: le persone più
«religiose» sarebbero più in città che in campagna, l’opposto di quanto
accade oggi tra i cattolici…
Questo fatto rispecchia, a mio avviso, il fenomeno di urbanizzazione selvaggia
che da anni ormai caratterizza la crescita economica della Cina, e la maggiore
libertà che riescono a ritagliarsi le fasce più intraprendenti della
popolazione. Probabilmente poi il commento di Zhengming si riferisce ad
attività religiose con scadenze e ritualità riconosciute, differenti dalle
forme di religiosità più vaga e generica delle masse rurali. C’è da tener
presente che nell’ultimo decennio il Pcc ha incentivato l’ingresso di membri
culturalmente meglio qualificati e più giovani ed è in città che ci sono
maggiori opportunità di questo genere.
Scorrendo l’elenco delle città e delle aree dove il fenomeno in
questione è più diffuso, quali considerazioni è possibile fare? Ci sono
relazioni tra questo dato e la presenza e la vivacità delle Chiese cristiane
locali?
Ovviamente sì, varie province e città di cui si parla sono quelle che hanno
una notevole presenza di comunità cristiane, sia protestanti che cattoliche.
Alcune di questa aree e di queste città ritornano frequentemente alla ribalta
delle cronache in Occidente anche per episodi di violenza da parte delle forze
di sicurezza contro comunità cristiane «clandestine», cioè non riconosciute
dall’autorità.
Il documento emanato il 12 ottobre dal Comitato centrale del Pcc fissa i
tempi dell’«epurazione» dei quadri che osano seguire una religione. Come
giudicare la reazione del partito a questa «minaccia»?
Va notato che il documento del Comitato centrale parla di «corruzione» che
l’ideologia religiosa, come la chiama, eserciterebbe sulle organizzazioni e
sui quadri del partito. Essa intaccherebbe cioè la natura stessa dell’ideologia
materialista che sta alla base del partito. Non per nulla, gli statuti del Pcc,
mentre sono stati rinnovati in diversi punti nel corso dei decenni, fino a
aprire la porta del partito proletario agli stessi imprenditori e capitalisti,
sul fatto religioso sono sempre stati intransigenti. L’incompatibilità fra l’adesione
a una fede e il «privilegio» di appartenere all’apparato destinato a guidare
il Paese sulla via della prosperità e della grandezza non è mai stata messa
in discussione. I nostalgici della purezza ideologica non esitano, quindi, a
correre ai ripari e innalzare nuove barriere, ogni volta che si prospetta il
pericolo di «infiltrazioni» capaci di snaturarne l’anima.
Già nel febbraio 2004 un regolamento interno al Pcc cercava di arginare
tale «corruzione» interna e contenere l’esercizio di pratiche religiose dei
membri. E videntemente non ha funzionato…
È vero. Lo scorso anno è stata anche diffusa la notizia che un milione di
membri del Pcc aveva riconsegnato la tessera, in dissonanza con le scelte
riguardanti la repressione anche di aderenti al movimento spiritualista Falun
Gong. Nelle misure prese in più occasioni per arginare la penetrazione
attraverso Internet di idee o stili di vita considerati corrosivi dei valori
socialisti, sono spesso nominate, insieme con pornografia e violenza, anche
superstizione e religione (e il non aver mai voluto definire i confini tra le
due lascia ampia discrezionalità alla polizia). Oltre al regolamento da lei
accennato, si sa di un documento segreto in otto punti, del 27 maggio 2004,
concordato da vari enti dell’amministrazione centrale e coordinati dal
Dipartimento della propaganda del Pcc, che raccomanda di intensificare la
ricerca e la diffusione dell’ateismo marxista con tutti i mezzi, affermando
che questo è necessario per rafforzare l’autorità del partito. Bisogna
convenire che il moltiplicarsi di queste norme ne conferma la scarsa efficacia.
Il vicepresidente Zeng Qinghong avrebbe dichiarato che alcuni quadri ad
alto livello hanno proposto di permettere alla fede religiosa e al credo
comunista di convivere all’interno del partito; c’è chi ritiene che la fede
religiosa può far sì che la società sia armoniosa. Che significa? Esiste
dunque una diversità di vedute circa il ruolo delle religioni persino dentro il
sancta sanctorum del partito?
L’ammissione di Zeng Qinghong è significativa, in quanto mostra che anche tra
i massimi dirigenti si osa ormai parlare di un’ipotesi che finora pareva
improponibile. In realtà, il proposito ripetutamente affermato dal presidente
Hu Jintao di voler privilegiare la costruzione di una «società armoniosa» in
questa fase di tumultuosa crescita economica della società cinese non potrà
realizzarsi se non si supera la patologica diffidenza verso il fatto religioso,
che oggi dà occasione a tante gratuite violenze. Va ricordato che la
Costituzione cinese all’art. 36 assicura a tutti i cittadini la «libertà di
credenza religiosa». E il concedere anche ai membri del Pcc di godere di tutte
le libertà costituzionali farebbe del partito al potere una guida più
credibile per il popolo della Cina.