"Cina-Vaticano, quali speranze?": Intervista a P. Angelo Lazzarotto su "Vatican Insider"!

CINA
RITAGLI
   Religione censurata, sviluppo a metà   SPAZIO CINA

La costruzione di una «società armoniosa»
è in testa alle preoccupazioni dei leader cinesi.
Ancora però non è chiaro quale spazio avrà la libertà religiosa.

P. ANGELO LAZZAROTTO, Missionario del Pime in Cina e ad Hong Kong, ed esperto Sinologo!

P. Angelo Lazzarotto
("Mondo e Missione", Aprile 2006)

La sessione annuale del Congresso del Popolo (o Parlamento) e quella della Assemblea Consultiva Politica tenutesi nella prima metà di marzo a Pechino, hanno avuto al centro delle discussioni l’11° Piano quinquennale, cioè il programma per lo sviluppo economico del Paese nei prossimi 5 anni, già approvato dal Plenum del Partito comunista cinese lo scorso ottobre. Particolare attenzione è stata dedicata al tema della costruzione di una società armoniosa, su cui da tempo insiste il presidente Hu Jintao.

Sul piano economico la situazione di disagio delle popolazioni rurali ha raggiunto livelli esplosivi: lo stesso governo ammette che nel 2005 sono stati oltre 87 mila gli scontri armati che hanno opposto gruppi di contadini esasperati alle forze dell’ordine. Le zone rurali soffrono per mancanza di assistenza medica, sistema educativo carente, lavoro scarso e poco retribuito per cui gran parte della forza lavoro è costretta ad emigrare verso le città, dove si riduce a sottoproletariato privo di diritti, pur di guadagnare qualcosa. Nel Congresso del Popolo 2006 sono state discusse e emanate nuove leggi e non sono mancate solenni dichiarazioni di intenti. Il primo ministro Wen Jiabao, conosciuto come un burocrate proveniente dall’ala riformista del Partito, ha impegnato il governo a continuare le riforme sociali e politiche. In particolare ha annunciato come scelta «epocale» lo stanziamento di 33 miliardi di euro nei prossimi 5 anni per migliorare le sorti degli 800 milioni di contadini, offrendo loro più adeguate opportunità nell’assistenza sanitaria e creando nelle campagne nuove infrastrutture scolastiche.

Sono decisioni importanti, che rischiano però di non risolvere i veri problemi, in mancanza di svolte significative per eliminare le cause profonde del malessere e, in particolare, la dilagante corruzione. Continuano a venire alla luce episodi di cruda violenza personale nei confronti di leader dei diritti civili e di coraggiosi avvocati che si battono in difesa dei più deboli, mentre i giornalisti che osano investigare e denunciare casi anche di palese corruzione corrono grossi rischi, specialmente se le loro inchieste toccano grossi «papaveri». Pure molti giornali locali si fanno sempre più attenti alle realtà concrete, e i dirigenti devono tener conto sempre più di intellettuali e studiosi che trovano modo di far sentire la loro voce. Un caso singolare, venuto alla luce nei mesi scorsi, riguarda un giornale ufficiale, il Quotidiano della Gioventù Cinese, diffuso in 500 mila copie, i cui editori si sono trovati più volte in contrasto con le autorità negli ultimi due anni.

Col 1° marzo scorso è passato un anno dall’entrata in vigore del nuovo Regolamento per le attività religiose approvato dal Consiglio di Stato, che doveva, nelle intenzioni del governo, proteggere la libertà di credenza religiosa e assicurare l’armonia fra le varie religioni e la stabilità della società. Ma anche durante tutto il 2005 sono continuati arresti arbitrari a carico di credenti inermi, rei soltanto di non aver voluto accettare il controllo di associazioni patriottiche che essi considerano ostili alla propria fede.

Un commento recente di Forum 18 nota che la definizione di «religione» e specialmente di «religione legale» usata dal governo cinese continua ad essere dibattuta fra gli esperti, mentre si trascina la preparazione di una legge globale sulle religioni (che superi i Regolamenti). «Il governo sembra propendere per una legge che metta l’accento sul controllo della religione, mentre molti leader religiosi vorrebbero una legge che si preoccupi di proteggere i diritti dei credenti. Il dibattito e la critica alla politica governativa sono accentuati dal fatto che fede e pratica di ogni tipo di credenza religiosa sono in rapida crescita in Cina, dimostrando sempre più irreale il fondamento ideologico su cui si basa il controllo religioso». Il pericolo è che il governo finisca per cedere alle pressioni di gruppi interessati della sinistra interna, e che, invece di cercare di creare un migliore contesto per la pratica religiosa, si irrigidisca sulla linea repressiva finora adottata.

Che il bisogno religioso continui a crescere in Cina nonostante tutte le restrizioni è evidenziato anche dalla clamorosa rivelazione che perfino una ventina di milioni di membri del Partito comunista cinese (il 30 per cento degli iscritti) praticano una religione, cosa formalmente proibita dagli statuti del Partito. Documenti giunti ad Asia News nelle scorse settimane dalla provincia settentrionale del Liaoning sottolineano l’impegno di quel Comitato provinciale del Partito per dissuadere gli iscritti da questo «cattivo comportamento che influenza e indebolisce la purezza del Partito. (…) È necessario riaffermare l’ateismo del Partito comunista, in quanto esigenza fondamentale del materialismo dialettico del proletariato». Ma le testimonianze dal Liaoning dicono anche che questa rimane una sfida aperta, perché vari iscritti non hanno esitato ad esprimere e a motivare il loro dissenso, affermando che è tempo di riconoscere anche ai membri del Partito la possibilità di essere dei credenti e di praticare una religione. Si tratta di una conclusione suggerita anche da qualche membro del Comitato Centrale a Pechino, a seguito dell’inchiesta fatta su tutto il Partito.

Il dibattito, che continua da tempo tra gli alti vertici, a malapena affiora sui media cinesi, mentre se ne colgono di tanto in tanto segnali contradditori. Due anni fa, l’ufficio di ricerca della Commissione per l’educazione di Shanghai raccomandò l’introduzione della lettura della Bibbia nel curricolum delle scuole secondarie, accanto ai tradizionali esercizi di kung fu. In un breve articolo apparso il 12 gennaio scorso sulla rivista (per stranieri) Beijing Review, l’autore, Li Haibo, si chiede: «Abbiamo bisogno di una educazione religiosa?», e risponde con la riflessione di un pensionato, che auspica una qualche forma di educazione religiosa che affianchi il compito finora affidato a famiglia, scuola e società. È urgente, dice, «ripulire e correggere l’ambiente morale contaminato». Purtroppo, sono temi su cui il pubblico cinese non ha ancora l’opportunità di far sentire la propria voce, mentre pesano ancora sulla società decisioni prese al vertice, come una direttiva interna del Partito emanata il 22 agosto 2004, che scoraggia ogni attività religiosa nelle istituzioni superiori di studio e nei campus universitari.

C’è da augurarsi che, con la scadenza ormai imminente delle Olimpiadi di Pechino (2008), l’ala più liberale del Partito riesca a far prevalere una visione più realistica e rispettosa del problema religioso. Potrebbe essere il segreto per avviare su basi nuove la costruzione di una società più armoniosa.

Contro la «linea»? Licenziati in tronco

Per ordine del Dipartimento della Propaganda della Lega Giovanile, il 25 gennaio scorso il supplemento settimanale del Quotidiano della Gioventù Cinese (intitolato Bingdian, ossia «Punto di congelamento»), è stato sospeso, mentre il direttore Li Datong e il capo-redattore Lu Yuegang sono stati licenziati. Motivo: la pubblicazione di un articolo giudicato non opportuno. Tredici intellettuali, tra cui professori universitari, sociologi e storici, hanno osato contestare pubblicamente il provvedimento, con una lettera aperta indirizzata il 17 febbraio al presidente Hu Jintao e diffusa via internet all’estero. Essi ricordavano che il presidente ha affermato che nessuna organizzazione in Cina deve avere privilegi speciali di fronte alla legge. Dichiarando incostituzionale il provvedimento del Dipartimento della Propaganda, la lettera sottolineava che «l’amministrazione Hu deve convincersi che oggi (…) il pubblico ha bisogno urgente di poter esprimere liberamente le proprie opinioni; né si deve aver paura di questo, che aiuterà gli ufficiali a conoscere meglio la vera natura dei problemi sociali». Il supplemento Bingdian ha potuto riprendere il primo marzo, ma il licenziamento dei due giornalisti non è stato revocato.

All’origine del drastico intervento del Dipartimento di Propaganda del Partito è l’articolo, apparso su Bingdian l’11 gennaio, nel quale Yuan Weishi, uno storico del Guangdong, aveva criticato il «revisionismo storico» di Pechino e il fatto che i libri di storia imposti per le scuole superiori in Cina, trattando della Rivoluzione dei Boxer del 1900, ignorino che vi esistevano elementi anti-governativi, attribuendo tutta la colpa ai governi occidentali. Egli metteva in guardia dal pericolo di fomentare il nazionalismo attraverso lo studio della storia cinese. Significativamente, questo discorso richiama le motivazioni utilizzate dalla propaganda del Partito anche nell’aspra campagna contro il Vaticano, per la canonizzazione dei 120 martiri cinesi fatta da Giovanni Paolo II nel 2000. (Si veda la presentazione del recente libro "Alberico Crescitelli 1863-1900, Martire in Cina", Emi 2005).