"Cina-Vaticano, quali speranze?":
Intervista a P. Angelo Lazzarotto su "Vatican Insider"!

CINA - PIME

RITAGLI   CINA: DIRITTI NEGATI   SPAZIO CINA
E SPERANZA CRISTIANA

(Commemorazione P. Mario Zanardi - Soncino: 19/11/2006)

P. Angelo Lazzarotto, PIME

Da tempo gli abitanti di Colere, un ridente paese della Val di Scalve (Bergamo), coltivavano il sogno di andare a rendere omaggio al loro concittadino Girolamo Lazzaroni, missionario del PIME, barbaramente ucciso in Cina con tre confratelli tra i quali il vostro padre Mario Zanardi. La loro coraggiosa decisione è stata premiata, avendo potuto realizzare la scorsa estate una eccezionale visita-pellegrinaggio nella diocesi di Kaifeng, capitale della provincia del Henan. Ringrazio il Signore per l’opportunità che ebbi anch’io di accompagnare il gruppo, organizzato dall’amico Walter Belingheri, e sono lieto di affermare che questo atto di coraggio si è rivelato una valida testimonianza di solidarietà e di fede non solo nei confronti delle comunità cristiane di quelle zone, tanto provate nei passati decenni, ma anche per le autorità comuniste della città di Kaifeng e dei distretti rurali di Dingcun e di Zhoukou che abbiamo potuto visitare.

Questo mio semplice intervento si snoda in due momenti. Anzitutto una breve rievocazione delle tragiche vicende di 65 anni fa, e poi uno sguardo alla Cina di oggi, cercando di rispondere al tema proposto per questo incontro: Cina: diritti negati e speranza cristiana.

Il 19 novembre 1941, esattamente 65 anni fa, la diocesi missionaria di Kaifeng, nel cuore della Cina, fu colpita da una tragedia impensata: un vero massacro, che coinvolse insieme con padre Mario Zanardi, anche lo stesso capo della missione Mons. Antonio Barosi, insieme con i confratelli Bruno Zanella e il giovanissimo Girolamo Lazzaroni. Erano gli anni bui della Grande Guerra Mondiale, una guerra che sconvolse non solo l’Europa ma anche l’Estremo Oriente, a causa delle mire imperialistiche del Giappone, che si era alleato con Hitler e Mussolini (il famoso asse Roma-Berlino-Tokio). Le truppe giapponesi infatti avevano invaso con eserciti molto agguerriti vari Paesi asiatici e del Pacifico. Già da tre anni, spingendosi nel cuore della fragile repubblica di Cina in cerca di materie prime, avevano raggiunto proprio la provincia del Henan, dove i missionari del PIME erano impegnati da vari decenni. Essi portavano la responsabilità della evangelizzazione di tre Vicariati apostolici, tra cui quello di Kaifeng, capitale provinciale. Ed è qui che maturò la tragedia in cui furono coinvolti questi inermi predicatori del vangelo.

Non si è mai potuto chiarire la responsabilità del feroce eccidio, perpetrato nel contesto della guerriglia anti-giapponese. Ma le circostanze in cui esso avvenne mostrano che si trattò di violenza assolutamente gratuita, anche se colorata di motivazioni politiche. Tutti sapevano infatti che quei missionari avevano consacrato tutta la loro vita senza riserve al servizio della popolazione cinese, che in quelle zone era stata drammaticamente colpita da una immane tragedia. Occorre ricordare infatti che, per fermare l’avanzata delle armate giapponesi che avevano invaso la Cina, l’esercito nazionalista cinese aveva fatto saltare le dighe del poderoso Fiume Giallo, che attraversa la provincia, provocando centinaia di migliaia di morti e sommergendo innumerevoli villaggi. E quei missionari italiani avevano scelto di rimanere accanto ai loro fedeli nelle vaste zone allagate, in quella "terra di nessuno". Sapevano di essere senza difese né garanzie, ed erano ben consapevoli che - in quel particolare momento storico - gli italiani, tutti gli italiani, a causa di quella maledetta guerra, erano divenuti "nemici" agli occhi dei "partigiani" cinesi, proprio a causa dell’alleanza del governo fascista con il Giappone. In quel drammatico contesto, anche Girolamo Lazzaroni, il più giovane fra loro (27 anni), giunto in Cina solo due anni prima, non aveva esitato ad accettare l’invito di Mons. Barosi, per un servizio in uno di quegli avamposti abbandonati e pericolosi, a Dingcun, accanto al più sperimentato confratello Bruno Zanella.

In quegli anni, a Dingcun, che era una fiorente cittadina circondata da mura secondo la tradizione cinese, grazie al lavoro assiduo di diversi missionari era sorta una fervente comunità cattolica, che si estendeva anche a numerosi villaggi limitrofi, con un totale di 2.400 fedeli battezzati e circa un migliaio di catecumeni. Era per incoraggiarli, e per celebrarvi il sacramento della Cresima, che Mons. Antonio Barosi, anche lui Cremonese, da poco nominato dalla Santa Sede a reggere quel fiorente Vicariato apostolico, decise di recarvisi con il capo-distretto padre Mario Zanardi, affrontando un viaggio disagiato e pericoloso. Quel mercoledì 19 novembre di 65 anni fa doveva essere un giorno di festa per tutta la comunità. Ma la comune esultanza si era improvvisamente tramutata in tragedia, quando la residenza dei padri fu invasa da un gruppo di guerriglieri senza pietà. Non mi dilungo a rievocare la ferocia di quell’attacco, già ricordato in varie pubblicazioni.

Dopo l’inspiegabile massacro, i fedeli di Dingcun rimasti senza pastore avevano composto pietosamente le bare, conservandole provvisoriamente nella loro chiesetta, in attesa di poterle trasferire nella capitale, Kaifeng, per una dignitosa tumulazione. Ma le persistenti vicende belliche, seguite da anni di guerra civile che portò al potere l’Armata rossa di Mao Zedong, bloccarono i loro piani. Passarono così 10 anni. Nel 1951, mentre il nuovo governo comunista stava già espellendo i pochi missionari rimasti sul posto, un dirigente locale aveva requisita la cappella di Dingcun per attività politiche. Quelle bare addossate alla parete della chiesa gli davano fastidio ed egli non esitò a profanarle e gettarle in un dirupo, sotto la pioggia. Furono ancora i cristiani di Dingcun a raccogliere le ossa dei loro quattro martiri e ad avvisare il padre Luigi Chessa, un missionario di Sassari, che era in Cina da 15 anni e si trovava allora nella cittadina di Zhoukou, a qualche decina di chilometri da Dingcun. Anche se era in procinto di essere espulso, egli non esitò a protestare con le autorità comuniste, ottenendo che a quei poveri resti si potesse dare sepoltura presso un’altra cappella, nel suo distretto. Mentre la persecuzione cresceva in tutta la Cina, in un altro distretto rurale non lontano continuava ostinatamente a lavorare anche un altro missionario del PIME, il padre Pasquale Lanzano, originario della diocesi di Aversa, vicino a Napoli. Egli, che fu tra gli ultimi missionari del PIME a lasciare la Cina (fu espulso dal Vicariato apostolico di Kaifeng nel 1953), annota nel suo Diario numerosi episodi di violenza subita dalle comunità cattoliche di Dingcun e di Zhoukou in quegli anni. Si è poi saputo che, negli anni seguenti, anche le rispettive chiesette furono distrutte.

Grazie a Dio, dopo la morte di Mao (avvenuta 30 anni fa, nel 1976), la Cina si apriva al mondo esterno rinnegando l’estremismo maoista, e anche le comunità cristiane perseguitate potevano lentamente riemergere. Un passo importante si verificò alla fine degli anni ’90, quando i cattolici di Zhoukou ottenevano dalle autorità il permesso di ricostruire la loro chiesa distrutta. Una testimonianza locale conferma la venerazione con cui essi avevano preservata la memoria dei "loro" missionari: "Questa chiesa (di Zhoukou), dedicata a San Giuseppe, è stata costruita nel cortile della vecchia residenza e chiesa distrutta, e l'altare maggiore è stato collocato sopra il pozzo dove i resti dei quattro martiri del PIME erano stati segretamente seppelliti". Questa relazione, scritta da un testimone cinese, spiega che ciò fu fatto di proposito, "proprio come ai primi tempi della Chiesa in Roma, quando si costruiva l’altare sulle reliquie dei martiri".

Durante il nostro pellegrinaggio, abbiamo potuto celebrare l’Eucaristia in questa nuova chiesa di Zhoukou, con qualche sacerdote cinese della diocesi di Kaifeng. Siamo andati anche a Dingcun, fermandoci sul luogo dove sorgeva una volta la chiesa e dove avvenne l’eccidio. Purtroppo, a Dingcun non esiste più, almeno pubblicamente, alcuna comunità cattolica, dispersa dalla violenta persecuzione. Prima di ripartire, ci siamo poi ritrovati a celebrare la Messa nella cattedrale di Kaifeng (che non fu distrutta), con alcuni sacerdoti locali e vari fedeli. Fu una festa gioiosa, un riscoprire che nella Chiesa di Cristo siamo tutti fratelli, dove la comunanza di fede supera le differenze di razza e di lingua. E venne spontaneo, per il gruppo di pellegrini di Colere, prendere un impegno concreto: si vorrebbe cioè riuscire a realizzare in terra cinese un segno tangibile di questa solidarietà cristiana e missionaria. Si è pensato cioè alla costruzione di una cappella proprio a Dingcun; si spera così di offrire ai pochi cattolici sopravvissuti alla persecuzione la possibilità di riunirsi nuovamente a pregare, accanto al luogo che ricorda il sacrificio dei nostri quattro testimoni del Vangelo. Si spera anche di poter provvedere alle suore della diocesi di Kaifeng qualche strumento, che permetta loro di dedicarsi con maggiore efficacia ad aiutare quanti soffrono.

Siamo così alla seconda parte del nostro discorso, che riguarda la realtà della Cina di oggi.

Grazie a Dio, la comunità cattolica è oggi divenuta nuovamente visibile nella Cina comunista, e sta anzi crescendo. Ciò è dovuto alla maggiore tolleranza che ha guidato il governo di Pechino dopo la morte di Mao. Essendo stati riaperti anche i seminari (dopo 30 anni di forzata chiusura), vari giovani sacerdoti possono ora dedicarsi all’apostolato, anche se fra non poche difficoltà. È doveroso chiedersi: Qual è la misura di libertà di cui godono oggi questi nostri fratelli di fede in Cina? Il titolo del nostro incontro dice sinteticamente: Cina: diritti negati e speranza cristiana. Può sembrare una contraddizione, ma contiene importanti verità, che cerco di chiarire rispondendo brevemente a due domande: Quali sono i diritti negati nella Cina attuale? E su che cosa si fonda la speranza cristiana di questi nostri fratelli?

Circa la prima domanda, ecco alcuni fatti. I nostri giornali riportano di frequente episodi di repressioni, arresti, condanne di esponenti delle religioni. Così, il 3 settembre scorso fu diffusa la notizia che mons. Francis An Shuxin, vescovo ausiliare della comunità clandestina di Baoding nella provincia del Hebei, è stato finalmente rimesso in libertà: era stato arrestato ben dieci anni fa; sembra che questa liberazione sia frutto di un compromesso, secondo cui il vescovo avrebbe accettato il riconoscimento governativo, pur non aderendo all’Associazione patriottica. Ma è impossibile contattarlo liberamente per conoscere la verità dei fatti.

Il giorno 11 dello stesso mese di settembre, un altro vescovo cinese, mons. Joseph Wu Qinjing, fu prelevato da poliziotti in borghese dalla sua residenza accanto alla cattedrale di Zhouzhi, nella provincia dello Shaanxi. Egli era stato ordinato vescovo segretamente, dopo aver ottenuto l’approvazione del papa, dal venerato vescovo di Xi’an, mons. Antonio Li Du’an. Il fatto della sua ordinazione episcopale fu reso pubblico il 22 maggio, pochi giorni prima che il vescovo Li Du’an morisse di cancro; da allora mons. Joseph Wu era stato fermato ed interrogato varie volte dalle autorità e sottoposto a sessioni di indottrinamento da parte dell’Ufficio degli affari religiosi. Fu rilasciato dopo alcuni giorni, in seguito alle proteste dei sacerdoti e fedeli della diocesi, ma dovette firmare una dichiarazione in cui riconosceva che con la sua ordinazione avvenuta senza una "elezione democratica" egli aveva trasgredito le norme imposte dal governo, e prometteva di non usare le insegne episcopali in pubblico.

Un’altra notizia apparsa a fine settembre riguardava il vescovo Giulio Jia Zhiguo, di 70 anni, vescovo clandestino di Zhengding nello Hebei, dal 1980. Egli ha già trascorso in prigione 20 anni; dal 2004 è stato arrestato otto volte, e costretto a subire "sessioni di studio" nelle mani della polizia. Mons. Jia è capo di una delle diocesi più vive; si trova nella provincia del Hebei, dove si ha la più alta concentrazione di cattolici, con circa un milione e mezzo di fedeli. In questi ultimi anni, per evitare e prevenire celebrazioni e raduni di cristiani cosiddetti sotterranei, in prossimità di grandi feste religiose (Natale, Epifania, Pasqua, Pentecoste, l’Assunta) Mons. Jia veniva prelevato dalla polizia e isolato dalla sua comunità. Egli è stato liberato nuovamente il 26 settembre scorso, dopo oltre 10 mesi di sequestro.

Si potrebbe continuare con altri fatti, che riguardano anche i Protestanti e altre religioni. Vari sacerdoti o leader protestanti sono stati condannati ad alcuni anni di carcere con l’accusa di aver stampato bibbie o altri libri religiosi senza autorizzazione. Si sa che in Cina sono 5 le religioni ufficialmente riconosciute, e la Costituzione all’art. 36 afferma che tutti i cittadini hanno "libertà di credere o non credere". Eppure ci troviamo a parlare di "diritti negati". Purtroppo, in Cina comunista ancora oggi la libertà religiosa è limitata e condizionata dagli interessi della politica. Nella scorsa primavera l’Ufficio statale per gli affari religiosi (Sara) e l’Associazione patriottica dei cattolici hanno fatto pressione sui sacerdoti di alcune diocesi prive di vescovo, perché scegliessero come candidato all’episcopato un elemento di loro gradimento, senza preoccuparsi della necessaria approvazione del Papa; e hanno poi manipolato la buona fede di qualche vecchio vescovo spingendolo a consacrare questo candidato. Questo è avvenuto alla fine di aprile e all’inizio di maggio nelle città di Kunming (Yunnan) e di Wuhu (Anhui), creando situazioni di grave disagio in quelle comunità cattoliche. Per fortuna, in altri casi è stato possibile giungere ad un compromesso, per cui fu scelto un vescovo che aveva sia il riconoscimento del Papa che il consenso delle autorità civili. Ma ogni tanto si verificano pericolose interferenze anche nella conduzione dei seminari, dove le ispezioni degli organi statali di controllo delle religioni sono giunte talvolta a rimandare a casa intere classi di candidati o ad impedire che altri proseguissero verso il sacerdozio.

I casi riportati ci invitano a riflettere su un punto nodale che è questo: il governo comunista cinese vuole avere il controllo della Chiesa, facendo leva sul nazionalismo. La Cina di oggi sta vivendo una pesante contraddizione. Da una parte, sta sviluppando la sua economia ad un ritmo impressionante e presenta tante caratteristiche del capitalismo più sfrenato; e d’altra parte, rimane pur sempre un paese ancorato all’ideologia marxista leninista. Il preambolo della Costituzione afferma che il Paese si fonda sulla dittatura del proletariato, e che al governo del Paese ci può essere solo il Partito Comunista Cinese. E’ un regime che non riconosce all’individuo diritti fondamentali e intangibili. Tutto è in funzione dello Stato, che concede le varie libertà secondo che lo considera opportuno in base alla politica corrente. I dirigenti attuali, pressati anche dall’opinione pubblica mondiale e da importanti scadenze come le Olimpiadi del 2008, stanno facendo notevoli sforzi per adeguare la legislazione cinese, per estirpare la dilagante corruzione e correggere gli inevitabili abusi della burocrazia costituita dall’élite del Partito. Ma la Cina di oggi rimane carente non soltanto riguardo alla libertà religiosa, ma su molte espressioni dei cosiddetti diritti civili.

Passando all’altra questione, è legittimo chiederci: in un simile contesto, su che cosa si fonda la speranza cristiana di questi nostri fratelli? Non c’è dubbio che essa si fonda sull’esperienza che essi hanno fatto dell’amore di Dio, che si manifesta anche nel mistero della croce. "Quando sono debole è allora che sono forte" (2 Cor 12,10). San Paolo espresse questa convinzione dopo averne fatto lui stesso esperienza pratica sia nella propria vita personale che nel suo impegno di evangelizzatore. Del resto, la vita delle Chiesa primitiva si è sviluppata così: il senso di debolezza e precarietà era all’ordine del giorno per tutti i credenti. Che non se ne meravigliavano, sapendo che Gesù, che ha vinto il mondo e ha promesso di rimanere con i suoi fino alla fine dei tempi, ha anche aggiunto che i suoi veri discepoli incontreranno comunque persecuzioni e opposizione.

Questo rimane vero anche oggi in Cina. La Chiesa sta vivendo così, da oltre mezzo secolo, da quando cioè, il 1 ottobre 1949, Mao Zedong proclamò la vittoria della rivoluzione comunista. Passando attraverso prove che avevano l’amaro sapore della morte (come negli anni bui della Rivoluzione Culturale), la Chiesa non solo è sopravvissuta, ma cresce, pur senza potersi appoggiare ad alcuna struttura o sostegno esterno, anche dopo la liberalizzazione economica introdotta da Deng Xiaoping nel 1978. Un giornale americano intitolava qualche tempo fa una rassegna sulle speranze che si possono nutrire oggi in Cina in campo religioso come una situazione di "maggiore libertà e al tempo stesso di maggiore persecuzione", e spiega: "Il paradosso di fondo è che probabilmente si ha oggi in Cina maggiore libertà e al tempo stesso una più pesante repressione".

In Cina c’erano oltre 5000 missionari stranieri,che sono stati tutti espulsi o costretti ad andarsene oltre 50 anni fa. Da allora, la Chiesa in Cina ha preso coscienza che il Vangelo non ha bisogno di situazioni privilegiate, essendo un lievito che fermenta per forza interna e un seme destinato a crescere nel contesto semplice dell’orto di casa. E i fedeli, inserendosi nei pur limitati spazi lasciati dalla politica, stanno pazientemente lavorando per una certa normalizzazione della vita cristiana. Sono state così avviate iniziative per il rinnovamento liturgico delle comunità secondo il Concilio Vaticano II, si stampano (passando attraverso una censura molto capillare) libri formativi e devozionali, si tengono corsi di catecumenato e aggiornamento, si producono oggetti funzionali anche per la liturgia, ecc. Il quindicinale "Fede", fondato soltanto 15 anni fa nella provincia del Hebei, raggiunge ormai tutte le diocesi della Cina. E poi, per il grande sviluppo economico, c’è ormai in Cina un’inarrestabile diffusione dei mezzi elettronici di comunicazione; sono circa 130 milioni i cinesi che usano Internet. Qualcuno definisce questo fenomeno la "nuova via della seta", che il governo deve favorire per non bloccare la crescita tecnologica; d’altra parte, lo teme come possibile strumento del dissenso, per cui sta spendendo miliardi per approntare filtri e controlli, per cui innumerevoli temi politici diventano tabù. Alle Chiese, nonostante le censure, rimangono spazi abbastanza ampi per proporre propri siti con informazioni e documentazioni, attinte addirittura dalle Chiese di Occidente, dalla Radio Vaticana e dagli organi della Santa Sede.

In Cina, ancora oggi è proibito "interferire" nei settori dell’educazione e dell’attività sociale. Ma da qualche tempo anche le Chiese cominciano a beneficiare della possibilità di costituire strutture di impegno sociale, sul tipo degli "organismi non governativi" occidentali; la prima esperienza di questo tipo è molto recente; si chiama "Beifang Jinde" ed è stata costituita dai vescovi della provincia del Hebei. Inoltre, di fronte alle gravi carenze del sistema sanitario statale, la presenza delle giovani suore è generalmente accettata nei villaggi a servizio degli handicappati, degli anziani, delle bambine abbandonate. E in non pochi villaggi sono tollerati anche corsi scolastici di supplenza perché le famiglie più povere non riescono a pagare le tasse scolastiche locali.

Guardando la situazione con criteri semplicemente umani, la posizione della Chiesa rimane particolarmente debole, non potendo contare su aiuti esterni, né su protezioni o strutture che le garantiscano il libero esercizio della missione evangelizzatrice. Ma la Chiesa non manca di una sua forza interna, che si innesta, come dicevo, sul mistero di Cristo crocifisso e risorto. Questo permette ai cristiani di vincere l’odio e di perdonare, offrendo una luce di speranza a tanti che cercano un senso alla loro vita. Me lo hanno confermato vari incontri avuti durante le mie numerose visite in Cina. La simpatia di cui godono generalmente i cristiani nella società cinese attira non poche persone a voler conoscere il messaggio del Vangelo e a chiedere il Battesimo. L’attuale vera debolezza della Chiesa in Cina non è costituita dalla persecuzione esterna, ma dalla vulnerabilità di troppi operatori pastorali (anche sacerdoti e vescovi) alle pressioni e alle lusinghe del consumismo esasperato che prevale ormai nella società. Inoltre costituiscono una paralizzante contro-testimonianza le divisioni interne che ancora affliggono le comunità cinesi, anche se i confini tra le posizioni dei "clandestini" e degli "ufficiali" si vanno assottigliando.

Giovanni Paolo II ha espresso frequentemente il suo apprezzamento per la Cina e la sua fiducia per i cattolici di quel grande Paese: "Il popolo cinese è proiettato, in maniera particolare negli ultimi tempi. verso il raggiungimento di significative mete di progresso sociale. La Chiesa cattolica, da parte sua, guarda con rispetto a questo sorprendente slancio e a questa lungimirante progettazione di iniziative e offre con discrezione il proprio contributo nella promozione e nella difesa della persona umana, dei suoi valori, della sua spiritualità e della sua vocazione trascendente. Alla Chiesa stanno particolarmente a cuore valori e obiettivi che sono di primaria importanza anche per la Cina moderna: la solidarietà, la pace, la giustizia sociale, il governo intelligente del fenomeno della globalizzazione, il progresso civile di tutti i popoli". E il papa aggiungeva: "Lo sappia la Cina: la Chiesa cattolica ha il vivo proposito di offrire, ancora una volta, un 'umile e disinteressato servizio per il bene dei cattolici cinesi e per quello di tutti gli abitanti del paese".

Facciamo nostre questi sentimenti di stima e di fiducia del Papa. E sentiamoci solidali con le difficoltà e con la debolezza di quei nostri fratelli di fede. Siamo tutti corresponsabili, dato che facciamo tutti parte dell’unica famiglia redenta e pur peccatrice. Pregare per la Chiesa in Cina rimane un imperativo per tutti noi.