Cina-Europa: Una nuova via della seta
Le Giornate dell’Interdipendenza

MONTEPULCIANO: 29-31 MARZO 2007

RITAGLI    CULTURA E RELIGIONI,    SPAZIO CINA
TRA TRADIZIONE E NOVITÀ

Intervento di P. Angelo Lazzarotto

La sessione primaverile del Congresso del Popolo, appena conclusa a Pechino (16 marzo), ha confermato che la Nuova Cina è decisa a voltare pagina su molte questioni, che al tempo del "grande timoniere" Mao Zedong, morto 30 anni fa, erano considerate intoccabili. Così il diritto di proprietà privata, che il Parlamento cinese approvò in linea di principio con un emendamento alla Costituzione del Paese nel 2004, e che ora dopo lungo dibattito ha trovato anche applicazione legislativa. Un’altra svolta epocale si era avuta nel 16° congresso del Partito Comunista Cinese (ottobre 2002), quando veniva cambiato lo statuto del partito stesso. Di fronte al Paese che cambia, l’allora segretario generale Jiang Zemin aveva lanciato la teoria delle "tre rappresentanze". Con essa Jiang chiedeva al Partito (che era nato come espressione dei proletari del Paese, contadini e operai) di aprire le porte anche "alle forze produttive più avanzate" nel Paese. Entravano così nel Partito Comunista Cinese i primi rappresentanti di un capitalismo imprenditoriale. Ma l’intero impianto legislativo cinese ha bisogno di un profondo aggiornamento per adeguare il vecchio sistema comunista all’irrompere dell’economia di mercato. E questo richiede tempi lunghi.

L’attuale presidente della Repubblica Popolare Hu Jintao, sostenuto dal premier Wen Jiabao, si è proposto l’ambizioso impegno di costruire in Cina una "società socialista armoniosa". Rimarrà questo un miraggio irraggiungibile ? Non sono pochi a temerlo, viste le contraddizioni proprie dell’attuale sistema politico. Del resto, abbiamo sentito questa mattina quanto sia oggettivamente difficile far quadrare costi e benefici di una crescita economica che sembra inarrestabile.

E’ un Paese che cammina ancora a due velocità, come lamentava il giovane regista Jia Zhang-Ke, dopo aver vinto il prestigioso Leone d’oro nell’ultima Mostra di Venezia. Egli ha avuto serie difficoltà in patria, per il suo film "Still Life", che presenta un dramma umano nel contesto del gigantesco progetto della diga delle Tre Gole; ma guarda avanti con fiducia e realismo. E non mancano segni positivi, dopo l’adesione della Cina all’Organismo Mondiale per il Commercio e la grande mobilitazione in vista dei Giochi Olimpici dell’estate 2008. Soprattutto è l’evoluzione stessa della società cinese a stimolare sul cammino del rinnovamento e di nuove aperture e libertà.

Una recente inchiesta sociologica, condotta da due professori della "East China Normal University" di Shanghai (e pubblicata all’inizio di febbraio 2007 dalla rivista "Oriental Outlook" in lingua cinese), rilevava che il numero di cinesi che si dichiarano religiosi è molto superiore a quanto finora ufficialmente riportato. Il quotidiano di Pechino in lingua inglese "China Daily" (7 febbraio 07) dava rilievo all’inchiesta notando che, su un miliardo e 300 milioni di cinesi, il 31,4% (cioè circa 300 milioni) seguono una religione o praticano forme tradizionali di religiosità popolare (come il culto al Re Dragone o al Dio della Fortuna). Si nota un forte aumento anche per il Cristianesimo, che rappresenta il 12% dei credenti, cioè circa 40 milioni di cinesi, con un crescente interesse fra i giovani. Liu Zhongyu, che insegna filosofia a Shanghai e ha aiutato ad organizzare l’inchiesta, precisava che alla fine degli anni ’90 un buon numero di persone di mezza età scelse la religione: "erano atei negli anni 1950, ma avanzando nell’età sono divenuti credenti". E osservava che non è la povertà a favorire il ricorso alla religione: molti nuovi credenti infatti vengono dalle zone costiere che sono economicamente più sviluppate: per il 24,1 % delle persone che hanno risposto alla domanda sulle motivazioni della loro scelta, la religione "indica il giusto cammino della vita". Del resto, al primo forum mondiale del Buddhismo che si svolse nel 2006 nella provincia dello Zhejiang, il governo cinese riconosceva che la religione svolge un ruolo attivo nella costruzione di una "società armoniosa". Risulta infatti, nota il prof. Liu, che le credenze religiose hanno aiutato notevolmente a ridurre il crimine.

Non fa meraviglia quindi che in quegli stessi giorni di febbraio, uno degli esponenti del Politbureau in seno al Comitato centrale del Partito, Jia Qinglin, che è anche presidente della Conferenza Politica Consultiva del Popolo, ricevendo i rappresentanti delle 5 grandi religioni riconosciute in Cina (Taoismo, Buddismo, Islam. Protestantesimo e Cattolicesimo) che fanno parte della stessa Conferenza, abbia chiesto loro di valorizzare al massimo il "ruolo positivo" delle religioni per favorire l’armonia sociale. Jia Qinglin ha raccomandato ai leader religiosi di fare uno sforzo particolare per interpretare le rispettive dottrine in modo da promuovere lo sviluppo e la pace sociale. Questa tendenza a valorizzare anche la religione per allentare le tensioni sembra condivisa dai prammatici leader attuali di Pechino. Ma bisognerà forse attendere il 17° Congresso del Partito, previsto per il prossimo autunno, per capire se si tratti di una semplice scelta strumentale o meno. Si sa che nella Nuova Cina fondata da Mao nel 1949, la religione (pur riconosciuta nella Costituzione) era vista come "oppio del popolo". Con la Rivoluzione Culturale, Mao Zedong si era illuso addirittura di sradicare del tutto questa deformazione mentale dalla società cinese. Questi estremismi ideologici sono stati superati con le riforme di Deng Xiaoping, ma anche l’attuale classe dirigente non può ignorare l’ala ideologicamente più intransigente e conservatrice del Partito, che guarda con preoccupazione al rifiorire della religione, e che periodicamente propone che si intensifichino i programmi per la diffusione del marxismo.

E’ giusto chiedersi come si collochi il fatto religioso nei confronti della tradizione cinese. Direi che è un ritorno a valori che appartengono alle radici stesse della civiltà cinese, anche se la comprensione del fenomeno "religione" è diversa in Cina rispetto all’Occidente. Si tratta infatti di una visione spirituale della vita, di una religiosità diffusa e non centralizzata o strutturata, che privilegia un rapporto dell’individuo con l’al di là e con i propri antenati, trovandovi anche sufficienti motivazioni per un’etica sociale. Nei primi decenni dopo la caduta dell’impero, specialmente con il Movimento del 4 maggio (1919), ci fu un rigetto delle religioni tradizionali e dell’impostazione confuciana della società. Molti giovani intellettuali aderivano al Partito Comunista cinese (fondato nel 1921), abbracciando anche l’interpretazione "scientifica" che il marxismo dava della religione.

E’ noto che il Partito Comunista Cinese proibisce per statuto ai propri aderenti di professare qualsiasi forma di religione. Ha fatto meraviglia quindi la notizia che il Comitato centrale del Pcc abbia dovuto emanare il 12 ottobre 2005 un "Documento riguardante le organizzazioni e i quadri del Partito che sono coinvolti, aderiscono e partecipano ad attività religiose". Lo ha rivelato l’importante rivista di Hong Kong "Zhengming" (Dibattiti) (sul n. 11/2005, pp. 8-9). Vi si parla di un’inchiesta fatta due anni fa dalla segreteria generale del Partito da cui risultava che ben un terzo dei 60 milioni di iscritti, cioè 20 milioni, si sono avvicinati alla religione. Sono 12 milioni i quadri di Partito delle aree cittadine che partecipano ad attività religiose, e di questi 5 milioni sono regolari partecipanti, mentre nelle zone agricole sono 8 milioni, con 4 milioni di regolari partecipanti. Vi si specifica che alcuni aderiscono con tutta la famiglia, altri partecipano addirittura insieme alle organizzazioni di partito. Vengono identificate 11 aree a livello provinciale in cui sono più numerosi i membri di partito che partecipano ad attività religiose, e si specificano distretti delle province Hebei e Zhejiang, in cui numerosi leader di dipartimenti del Partito sono credenti cristiani.

Il Comitato centrale del Pcc decideva pertanto un giro di vite, vedendo nella "influenza e infiltrazione della religione" una pericolosa erosione dell’autorità del Partito stesso. La nuova direttiva ricordava alle organizzazioni di Partito di ogni livello che non è permesso organizzare e partecipare, con qualsiasi pretesto, ad attività di carattere religioso; i quadri di Partito erano diffidati dall’aderire ad organizzazioni religiose; a coloro che già aderiscono e partecipano ad attività religiose si ingiungeva di lasciarle immediatamente e, di propria iniziativa, presentare un rapporto; chi non si adegua, sarà espulso dal Partito. La rivista "Zhengming" rivela anche che in una riunione della Segreteria del Comitato centrale alcuni quadri ad alto livello hanno proposto di permettere alla fede religiosa e al credo comunista di convivere all’interno del Partito, rivendicando anche per gli iscritti la possibilità di usufruire di tutte le libertà che la Costituzione del Paese riconosce ai cittadini, compreso il diritto di credere o non credere in una religione. Il motivo sarebbe proprio che la fede religiosa può rendere più armoniosa e stabile la società.

Questo tema sarà probabilmente dibattuto a porte chiuse al prossimo 17° Congresso del Partito e non c’è dubbio che i conservatori non mancheranno di dar battaglia per difendere l’ideologia marxista, che il preambolo della Costituzione cinese approvata nel 1982 considera ancora intangibile. Ma il fatto stesso che il problema sia emerso ci conferma nella consapevolezza che per costruire il futuro dell’umanità occorre saper dialogare con "la Cina vicina e lontana" anche su temi che sembrano maggiormente separarci. Giovanni Paolo II nel messaggio del 24 ottobre 2001 affermava: "Alla Chiesa cattolica stanno particolarmente a cuore valori e obiettivi che sono di primaria importanza anche per la Cina moderna: la solidarietà, la pace, la giustizia sociale, il governo intelligente del fenomeno della globalizzazione, il progresso civile di tutti i popoli". È questo lo spirito dell’inter-dipendenza.