"Cina-Vaticano, quali speranze?":
Intervista a P. Angelo Lazzarotto su "Vatican Insider"!

Sulle orme di Matteo Ricci: Chiesa e Cina nel Novecento

Convegno Internazionale: Macerata - 8/9 Marzo 2007

RITAGLI    LA CHIESA CATTOLICA IN CINA    SPAZIO CINA
DOPO LE RIFORME DI DENG XIAOPING

P. ANGELO LAZZAROTTO, Missionario del Pime in Cina e ad Hong Kong, ed esperto Sinologo!

P. Angelo S. Lazzarotto

Meno di due mesi fa, si svolse in Vaticano una approfondita verifica sulla situazione della Chiesa cattolica nella Cina Continentale, verifica cui parteciparono i vertici di vari Dicasteri della Santa Sede. Alla conclusione, il giorno 20 gennaio, un comunicato ufficiale riaffermava "la volontà (della Santa Sede) di proseguire il cammino di un dialogo rispettoso e costruttivo con le autorità governative (della Repubblica Popolare) per superare le incomprensioni del passato". Accennando alla "travagliata storia della Chiesa in Cina", il comunicato aggiungeva: "Si è preso atto, con profonda riconoscenza, della luminosa testimonianza, offerta da vescovi, sacerdoti e fedeli, i quali, senza cedere a compromessi, hanno mantenuto la propria fedeltà alla sede di Pietro, a volte anche a prezzo di gravi sofferenze". Il comunicato ribadiva infine l’auspicio "di pervenire a una normalizzazione dei rapporti ai vari livelli, al fine di consentire la pacifica e fruttuosa vita della fede nella Chiesa e di lavorare insieme per il bene del popolo cinese e per la pace nel mondo".

La presente relazione intende ripercorrere le tappe più recenti di questa "travagliata storia", a partire dalle riforme di Deng Xiaoping. Il testo completo risulterà fra gli Atti di questo Convegno, mentre ora, a causa del breve tempo a disposizione, sarà necessario tralasciare molti particolari, che aiuterebbero a comprendere meglio gli sviluppi della situazione. Risulta comunque evidente che, a tutt’oggi, non è stato ancora possibile superare alcune fondamentali "incomprensioni del passato". Queste riguardano la politica religiosa attuata in Cina, a causa delle persistenti motivazioni ideologiche che stanno dietro gli orientamenti del Partito Comunista Cinese (PCC) e le decisioni del Governo. Nonostante queste difficoltà e incomprensioni, è doveroso riconoscere che nei passati tre decenni si è realizzata una "sorprendente crescita", e non solo numerica, della comunità cattolica cinese. E questo è stato reso possibile dal grande leader Deng Xiaoping che, con svolta epocale, volle aprire il popolo cinese al mondo esterno, dando priorità alla modernizzazione del Paese e offrendo ai cittadini nuovi spazi di libertà.

RIEMERGE TIMIDAMENTE LA RELIGIONE

L’arresto e il processo della "Banda dei Quattro", poco dopo la morte di Mao Zedong, costituì un segnale clamoroso che la Cina intendeva voltare pagina sull’estremismo maoista. Il primo accenno che qualcosa cambiava anche per le religioni, si ebbe nella primavera 1978, quando nella riconvocazione della Conferenza Politica Consultiva del Popolo (che era stata abolita come inutile) fu annunciata anche la presenza di rappresentanti delle 5 grandi religioni riconosciute. Ma sul piano pratico, la situazione religiosa rimaneva molto incerta e contraddittoria.

Le prime timide aperture in campo religioso si notarono solo nel corso del 1979 quando fu tolto il divieto di avere rapporti con i "compatrioti" che vivevano all’estero e questi (tra i quali c’erano molti cristiani) venivano incoraggiati a visitare i villaggi di origine e i parenti. La cattedrale Nan Tang di Pechino era ancora l’unica chiesa cattolica aperta in tutta la Cina, ad uso degli stranieri. Ma già alla fine del 1980, la Messa domenicale veniva celebrata anche in 15 altre città della Cina, pur con una partecipazione molto limitata e guardinga.

All’interno del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC) nel 1980 riprese a funzionare il dipartimento del Fronte Unito che si interessa della politica religiosa. Fu ricostituito pure l’Ufficio Affari Religiosi che fa capo al Consiglio di Stato e che era stato abolito durante la Rivoluzione Culturale. Le "Associazioni patriottiche" erano lo strumento scelto dal governo fin dagli anni ’50 per "guidare" sulla via della rivoluzione socialista ciascuna delle 5 religioni riconosciute. Anche queste associazioni erano state abolite, ma nel corso del 1980 furono riconvocate dalle autorità politiche. Si tennero così i congressi nazionali successivamente per i musulmani (aprile 1980), i taoisti e i cattolici (maggio ’80), i protestanti (ottobre ’80), e i buddhisti (dicembre ’80).

Per l’Associazione Patriottica dei Cattolici (APC) si trattava del terzo congresso, e alla sua conclusione seguì immediatamente un’altra riunione, a cui parteciparono gli stessi delegati, e che prese il nome di Conferenza dei Rappresentanti cattolici cinesi. E questa Conferenza creava, accanto alla Associazione Patriottica, un Collegio dei Vescovi Cinesi (o Conferenza Episcopale) e un Comitato per gli Affari ecclesiali. La Conferenza dei Rappresentanti cattolici era intesa come la struttura di vertice, cioè la suprema autorità per la Chiesa cattolica in Cina, così da rendere superfluo il ricorso ad autorità straniere (in pratica, al Papa e alla Santa Sede). Non fa meraviglia che la maggior parte dei cattolici cinesi guardasse con sospetto alla nuova Conferenza Episcopale; quanto alla Santa Sede non poté mai riconoscere questa struttura, che del resto non cercò alcun contatto con Roma, proprio per i presupposti politici con cui era nata.

All’inizio degli anni ‘80, con la progressiva riapertura o restauro di chiese saccheggiate dalle Guardie Rosse, fiorivano molte speranze sul piano delle libertà religiose. Inoltre, numerosi laici, sacerdoti e vescovi che avevano scontato anni, a volte decenni di detenzione o di lavori forzati, potevano finalmente ritornare ai rispettivi villaggi o città. Nonostante le drammatiche esperienze vissute, molti di loro guardavano con fiducia alla linea di rinnovamento di Deng Xiaoping, pronti ad offrire una leale collaborazione alle autorità. Vari di loro, pur non nascondendo la loro avversione alla Associazione Patriottica, accettarono di esercitare il ministero sacerdotale nelle chiese che venivano ufficialmente aperte, per rispondere ai bisogni dei fedeli. Il gesuita Vincent Zhu Shude, che conobbi e potei visitare varie volte all’inizio degli anni ’80 a Shanghai, suscitava la mia ammirazione per il suo patriottismo e la sua coerenza. Purtroppo, già nel 1983 egli veniva di nuovo arrestato, e la stessa sorte toccava anche al vescovo Joseph Fan Xueyan di Baoding (Hebei); erano accusati entrambi di "crimini contro-rivoluzionari".

PRECISI LIMITI POSTI DALL’IDEOLOGIA

Molto apprezzato fu in giugno 1980 il rilascio a Guangzhou di mgr. Domenico Tang Yiming, dopo 22 anni di carcere. Qulche mese dopo, le autorità di Canton gli permettevano di andare ad Hong Kong, dove subì un delicato intervento chirurgico, essendo malato di cancro. Intanto papa Giovanni Paolo II, che era in visita alle Chiese dell’Asia, indirizzava da Manila il 18 febbraio 1981 un caloroso saluto a tutti i cattolici della Cina, e il card. Casaroli, segretario di Stato che lo accompagnava, alla conclusione del viaggio papale passava da Hong Kong per salutare mgr. Tang, allora convalescente. Anche se non c’erano stati specifici apprezzamenti da parte cinese, il clima sembrava positivo. Così Domenico Tang, ristabilitosi in salute, decideva di recarsi a Roma alla fine di aprile, dove fu ricevuto dal Papa e dove ebbe contatti cordiali anche con l’ambasciata di Pechino. Ma l’11 giugno esplodeva una violenta polemica. Mgr.Yang Gaojien da Pechino accusava il Vaticano di "pesante interferenza negli affari interni della Cina". Il motivo era che qualche giorno prima (7 giugno) l’"Osservatore Romano" aveva pubblicato la notizia che mgr. Tang era stato "promosso alla sede metropolitana di Canton". Nel gergo curiale, questo significava soltanto che il prelato, che dagli anni ’50 risultava amministratore apostolico di quella Chiesa locale, veniva riconosciuto con il titolo di arcivescovo che gli spettava di diritto. L’incidente, frutto forse di mancanza di tatto e di dialogo, ebbe gravi conseguenze, innescando una pesante controversia, in seguito alla quale mgr. Tang non poté più tornare in Cina.

In un contesto tanto contraddittorio, il vescovo di Baoding mgr. Fan Xueyan, da poco liberato dal carcere, nel corso del 1981 prendeva l’iniziativa, senza aver potuto consultare la Santa Sede, di ordinare tre vescovi, convinto che occorreva salvare la Chiesa di Cina. Informato della cosa, il cardinale Agnelo Rossi, prefetto di Propaganda Fide, con una lettera all’incaricato d’affari della nunziatura apostolica a Taiwan, (il 12 dicembre di quel 1981) autorizzava i vescovi cinesi "legittimi e fedeli alla Santa Sede" a ordinare altri vescovi, se necessario senza previa intesa con Roma. Questa apertura ha portato presto anche a degli abusi, acuendo le contrapposizioni fra cattolici "clandestini" e "ufficiali" e irritando il governo.

In settembre 1982, si svolse a Pechino il 12° Congresso del Partito Comunista. Nel corso della sua preparazione ci furono dibattiti che toccarono anche la politica religiosa. In un documento riservato fatto circolare dal Comitato Centrale in marzo (e conosciuto poi come "Documento n. 19"), si precisava "La fondamentale politica e posizione che il nostro Paese deve avere circa la questione religiosa". Questo Documento n. 19 costituisce una specie di "magna charta" su cui si orientano gli organi governativi ancora oggi. Anche la nuova Costituzione della Cina approvata in dicembre ’82 dava notevole rilievo al diritto di credere o non credere; ma l’articolo 36 veniva ritoccato all’ultimo momento, con l’aggiunta di un breve comma che ribadiva come "nessuna realtà religiosa in Cina può essere controllata dall’estero": un riferimento implicito al ruolo che i cattolici riconoscono al Papa e alla S. Sede.

DIFFICILE CAMMINO PER I CREDENTI FRA SPERANZE E TIMORI

I vescovi e sacerdoti che riemergevano dai campi di "rieducazione attraverso il lavoro" all’inizio degli anni ’80 erano ovviamente molto preoccupati per il futuro, essendo state chiuse ormai da tre decenni tutte le strutture formative. Trattandosi di un problema che riguardava anche i buddisti e le altre religioni, il governo ne riconobbe l’urgenza. In ottobre 1982 il gesuita Jin Luxian, che qualche tempo dopo sarebbe stato ordinato vescovo, poteva riaprire sulla collina di Sheshan presso Shanghai il primo seminario cattolico con una trentina di giovani. Altri seguivano in varie parti della Cina, compreso un Istituto nazionale di filosofia e teologia, aperto a Pechino sotto la diretta responsabilità del Comitato per gli Affari ecclesiali e dell’APC. Alla fine di quel decennio già erano stati ordinati circa 200 nuovi sacerdoti.

Lentamente anche la liturgia poté essere rinnovata in linea con la Chiesa universale. Alcune Chiese locali riuscivano ad avviare delle iniziative miranti alla produzione di opere utili per l’aggiornamento teologico e pastorale dei cattolici: così a Shanghai la editrice "Guangqi" (1990), a Shijiazhuang (1981) il giornale "Shin" (Fede), e a Pechino "Sapientia", impegnata anche in iniziative culturali di più ampio respiro. Anche la formazione delle giovani religiose ha potuto ricominciare, dopo tre decenni, a metà degli anni ’80. Oggi in quasi tutte le diocesi esistono conventi di suore, che sono impegnate in una varietà di servizi caritativi, assistenziali e formativi.

Sul piano economico, bisogna dar atto al governo di aver riconosciuto alle Chiese cristiane, come ai templi buddisti, taoisti e alle moschee, il diritto a riavere le proprietà che erano state precedentemente confiscate. I complesso la situazione delle 5 religioni riconosciute è andata migliorando parallelamente al processo di liberalizzazione economica. In un "Libro Bianco sulla libertà di credenza religiosa in Cina" pubblicato in ottobre 1997, il Consiglio di Stato poteva affermare che i credenti raggiungevano in Cina i 100 milioni, con 3.000 organismi religiosi e 300.000 persone addette, che potevano usufruire di 85.000 luoghi di attività religiosa. Per i cattolici si parlava di 4 milioni di fedeli (cifra del 1949), con 4.600 chiese o "luoghi di riunione" e un clero di 4.000 elementi.

QUALE "AUTONOMIA" PER LA CHIESA CATTOLICA?

Per la Chiesa cattolica tuttavia, riaffiorava continuamente un contrasto di fondo, riguardante l’interpretazione del principio della Triplice Autonomia o Indipendenza (autogoverno, auto-propagazione e auto-sostentamento) che il governo aveva imposto fin dagli anni ’50, mutuandolo dagli ambienti protestanti. Per attuare questa politica che mirava a staccare i cattolici da Roma, è stata creata fin dall’inizio come strumento privilegiato l’Associazione Patriottica dei Cattolici. In molti luoghi l’intransigenza dei responsabili preposti al "lavoro religioso" spingeva i cattolici a rimanere al di fuori da questa struttura ufficiale costituendo, a loro rischio, delle comunità non riconosciute cioè "clandestine". Dove invece le autorità locali erano più tolleranti, la situazione era abbastanza tranquilla.

In agosto 1988 il vescovo Ma Ji di Pingliang nel Gansu denunciava pubblicamente una lunga serie di abusi di cui era vittima la Chiesa, e non esitava ad accusare di connivenza l’Associazione Patriottica, dalla quale si dissociava apertamente, dopo essere stato costretto ad aderirvi. In quello stesso anno 1988, il vescovo (legittimo) di Shanghai, mgr. Gong Pinmei, liberato dal carcere nell’85 per motivi umanitari, ottenne il permesso di recarsi in USA per cure mediche. Intanto cresceva il numero di cattolici che dall’Occidente si recavano in visita in Cina, e la Congregazione per l’Evangelizzazione pensò di inviare alle Conferenze episcopali di vari Paesi occidentali una serie di direttive pratiche (conosciute come "Gli 8 Punti"). Da parte loro, un piccolo gruppo di vescovi, con dei sacerdoti e laici, radunati in una località a nord di Xi’an (Shaanxi) il 21 novembre ’89, decidevano di costituire una Conferenza Episcopale esplicitamente fedele al Papa e in piena comunione con la Chiesa universale. La maggioranza dei partecipanti alla riunione veniva arrestata nelle settimane seguenti. La Santa Sede non ha creduto di dare una formale approvazione a questa struttura "clandestina", anche per non esasperare le contrapposizioni.

Quanto al governo, esso era deciso ad eliminare una volta per sempre la cosiddetta Chiesa clandestina. Il 24 dicembre 1988, il Fronte Unito in seno all’Ufficio Centrale del Partito emanava con il Consiglio di Stato una direttiva segreta conosciuta poi come "Documento n. 3". Accanto ad alcune concessioni minori, riguardanti per esempio la restituzione delle proprietà ecclesiali confiscate, si ribadiva che "il Partito e il governo devono rafforzare il proprio ruolo di conduzione della Chiesa cattolica", che occorreva dare una formazione ideologica a clero e fedeli, e che occorreva mantenere la Chiesa cattolica indipendente dalla Santa Sede: "Il Vaticano non deve interferire, vi si ripeteva, negli affari interni del nostro Paese, neanche per questioni religiose". Paradossalmente, questo avveniva mentre il governo stesso aveva fatto circolare voci insistenti di un’imminente apertura di dialogo col Vaticano per riallacciare relazioni diplomatiche tra Roma e Pechino: proprio in quel dicembre ‘88 erano stati convocati a Pechino 22 vescovi cattolici per prepararli alla grande svolta. Pochi mesi dopo avvenivano i tragici fatti di Piazza Tiananmen, e il clima di "restaurazione" si fece sentire pesantemente anche in campo religioso. Lo conferma una direttiva emanata il 5 febbraio 1991 dal Comitato Centrale e dal Consiglio di Stato, dal titolo: "Circolare per una più precisa attenzione verso alcuni problemi posti dal lavoro religioso". Il lungo documento, conciliante nella forma ma severo nella sostanza, mirava con 6 direttive pratiche a dare attuazione, "entro i confini della legalità", alla "politica di libertà religiosa" del governo, rivitalizzando gli organismi patriottici.

Nel corso del 1992 venivano proposte in varie località della Cina speciali sessioni di studio per i funzionari del Partito addetti al "lavoro" in campo religioso. Tra i testi studiati, uno (il n. 6, del febbraio 1992) portava come titolo: "Distruggere completamene l’organizzazione delle forze religiose clandestine". Il giro di vite non riguardava soltanto la Chiesa cattolica. Del disagio causato da questa linea dura che coinvolgeva anche le supreme autorità politiche, a partire dal segretario generale del Partito Jiang Zemin, si faceva eco in seno alla Conferenza Politica Consultiva del Popolo il leader buddista Zhao Puchu. In quegli anni inoltre, in varie province e municipalità si provvedeva a formulare particolari direttive miranti a rendere efficaci i controlli e i limiti previsti dalle direttive centrali.

LA LINEA POLITICA NON CAMBIA

Questa linea politica veniva confermata in occasione della 5° Conferenza dei Rappresentanti Cattolici, svoltasi a Pechino dal 15 al 19 settembre 1992. Un aspetto positivo di questa Conferenza fu la decisione di estendere a tutte le diocesi l’uso della lingua cinese per la liturgia. Ma si sottolineava pure che questa Conferenza dei Rappresentanti Cattolici era la suprema istanza per la Chiesa cinese, in evidente contrasto con la prassi della Chiesa universale e con i dettami del Codice di Diritto Canonico. La Conferenza infatti approvava lo statuto del Collegio dei Vescovi, mentre rivedeva lo statuto della Associazione Patriottica e nominava i responsabili di entrambi. Questo disegno provocatorio veniva confermato dalla bozza di Regolamento stesa il 22 marzo 1993 per l’elezione e l’ordinazione dei vescovi cinesi, in cui non si trova alcun riferimento al Papa o alla Santa Sede.

La gravità della situazione veniva evidenziata dalla eccezionale protesta inscenata nel seminario regionale di Chengdu (Sichuan), dove gli studenti lasciavano in blocco il seminario nel corso dell’anno scolastico 1994-95 per protestare contro la nomina di un quadro comunista come vice-rettore, in sostituzione del vescovo Giuseppe Xu Zhihuan di Wanxian; il seminario rimaneva chiuso per due anni. Mentre le autorità cinesi a vari livelli moltiplicavano regolamenti per "disciplinare" le attività religiose", riecheggiavano all’estero denunce per l’arresto di vescovi, sacerdoti e laici appartenenti in grande maggioranza alle comunità clandestine, rei di trasgredire le leggi dello Stato.

Nel 2003, un autorevole funzionario dell’Amministrazione statale per gli affari religiosi, Wang Zuo-an, pubblicava a Pechino un volume sul lavoro del suo ufficio. Egli vi ripeteva tra l’altro l’accusa che "forze estere ostili usano le religioni per intensificare la loro infiltrazione". Riferendosi alla Chiesa cattolica, Wang spiegava che, nel nuovo contesto sociale della Cina, la tradizionale politica del governo che mira alla "indipendenza, autonomia e autogestione" della Chiesa rischia di vacillare; è per questo, aggiungeva, che si sono rese necessarie da parte del governo delle misure che egli definisce "di gestione democratica della Chiesa". Egli aggiungeva che è compito del suo ufficio "discuterne il fondamento teologico, per attribuire alla gestione democratica della Chiesa una legittimazione teologica".

In giugno 1997 era morto mgr. Zhong Huade, vescovo di Jinan (Shandong), che per vari anni fu presidente della Associazione Patriottica e del Collegio dei Vescovi. In gennaio 1998 la 6a Conferenza dei Rappresentanti cattolici eleggeva come presidente dell’APC il vescovo Michele Fu Tieshan di Pechino e come presidente del Collegio dei Vescovi mgr. Giuseppe Liu Yuanren di Nanchino. I due venivano riconfermati dalla 7° Conferenza tenutasi nel 2004. Ma il vescovo Liu, da tempo già ammalato, è morto in aprile 2005 e non è stato ancora sostituito alla presidenza del Collegio dei Vescovi. Essendo anche il vescovo Fu gravemente ammalato, in pratica la Chiesa "ufficiale" non presenta attualmente una leadership chiara e autorevole, e i media internazionali danno spesso voce ad un laico, Liu Bainian, vice presidente della APC.

Intanto nel 2003, sotto la spinta dell’Amministrazione statale per gli affari religiosi, venivano preparati tre nuovi documenti che intendevano stabilire i poteri e le competenze del Collegio dei Vescovi, della Associazione Patriottica e della Conferenza dei rappresentanti cattolici cinesi. Questi documenti, alla luce della tradizione e della legislazione ecclesiastica, risultano inaccettabili per i cattolici.

Gli avvenimenti degli ultimi anni non mostrano mutamenti sostanziali sulle questioni di fondo evidenziate fin qui. Un grave segno di frattura si ebbe il 6 gennaio dell’anno 2000, quando vennero ordinati nella cattedrale di Pechino 5 nuovi vescovi senza approvazione apostolica; altre 6 ordinazioni seguirono durante l’anno. Un’altra grave polemica scoppiava il 1 ottobre 2000, quando il Papa con una solenne celebrazione in Piazza San Pietro a Roma dichiarava santi 120 martiri della Chiesa di Cina; ai cattolici cinesi fu proibito di festeggiare l’avvenimento, considerato una provocazione.

Una espressione importante della politica religiosa del governo è stato il nuovo "Regolamento per gli affari religiosi", firmato il 30 novembre 2004 dal premier Wen Jiabao a nome del Consiglio di Stato. Il Regolamento, entrato in vigore il 1 marzo 2005, consta di 48 articoli e intende mettere ordine alla frammentarietà di norme che si erano accumulate nel corso degli anni. Esso ha dato maggiore sicurezza alle 5 religioni su tempi e modalità di certi adempimenti di legge, ma non ha chiarito questioni controverse, come la prescrizione di polizia che proibisce di parlare di religione ai minori di 18 anni e che alcune autorità locali applicano anche ai figli di famiglie credenti, o il riconoscimento di devozioni popolari che non rientrano in alcuna delle 5 religioni riconosciute ma sono oggi assai diffuse.

PERSISTONO GRAVI PROBLEMI DI COSCIENZA PER I CATTOLICI

Voci ricorrenti di contatti fra la Santa Sede e Pechino nel corso dei decenni passati sono rimaste senza seguito. Continuano infatti a mancare le premesse per un dialogo serio e costruttivo, capace di risolvere le contraddizioni e le divergenze esistenti. A proposito di scelta e ordinazione di vescovi, che rimane uno dei nodi più intricati, si riscontrano anche casi in cui è stato possibile raggiungere una convergenza pratica: così è avvenuto nel 2005 per le diocesi di Shanghai, Xi’an e Wanxian. A volte la comunità locale, adattandosi al "metodo democratico" imposto dal governo, ha saputo eleggere all’episcopato un giovane sacerdote accetto anche al governo, ma in comunione con il Papa, al quale si era rivolto per chiedere l’approvazione. Ma in altre occasioni, in seguito a scelte imposte dalle autorità e dall’Associazione Patriottica, è mancata la consultazione e approvazione della Santa Sede, approfondendo la contrapposizione. Nel 2006 hanno destato particolare eco sui media internazionali le scelte unilaterali e "democratiche" fatte per le diocesi di Kunming (Yunnan), Wuhu (Anhui) e Shuzhou (Jiangsu). La Santa Sede non ha mancato di far sentire la propria condanna per queste "Ordinazioni illecite". Periodicamente si ripetono anche violenze o arresti nei confronti di esponenti delle comunità non riconosciute, mentre la polizia interviene con mano pesante per demolire strutture religiose non autorizzate.

Tra i problemi attuali della Cina c’è la veloce trasformazione della società, accelerata dai milioni di migranti che hanno lasciato le campagne per cercare lavoro nelle città, subendo uno shock culturale di cui è difficile misurare le conseguenze. Un fenomeno che si nota ovunque è la crescente scollatura tra i giovanissimi e la generazione di mezza età. Il governo tenta di porre rimedio alla caduta di ideali e al vuoto morale provocati dalla corsa al facile arricchimento, rivalutando il Confucianesimo (che in Cina non è considerato una religione). La crescente secolarizzazione e la profonda trasformazione sociale si fanno sentire anche all’interno delle Chiese cristiane, ma forse proprio la profonda crisi spirituale apre per il Cristianesimo nuove opportunità. I Protestanti, che in questi decenni sono stati avvantaggiati da migliaia di giovani volontari partiti col sostegno delle Chiese d’America come insegnanti di lingua inglese nelle università cinesi, stanno crescendo numericamente anche più della Chiesa cattolica. E, pur registrando anche nelle loro file una profonda spaccatura tra quanti si adeguano alle strutture ufficiali e quanti ne restano lontani, contano fra i nuovi convertiti anche intellettuali impegnati sulle frontiere della difesa dei diritti umani e nel combattere la corruzione dilagante.

SFIDE E OPPORTUNITÀ PER LA CHIESA DI CINA

Un fenomeno irreversibile è la progressiva scomparsa della vecchia generazione di vescovi. Durante il 2005 e 2006 sono deceduti ben 22 pastori, la cui età media era attorno agli 85 anni di età (il più giovane aveva 77 anni); e il 7 gennaio 2007 moriva ultracentenario a Nanning (Guanxi) mgr. Giuseppe Meng Ziwen (era nato nel 1903!), che si era prodigato nel ministero pastorale fino all’estate del 2005. Risulta che attualmente un Cina ci sono ancora numerosi vescovi che superano gli 80 anni e 10 sono sopra i 90. Negli ultimi due anni (2005-06) nove nuovi vescovi sono stati chiamati a governare altrettante diocesi della Cina. Con età media intorno ai 40 anni, sono tra i più giovani vescovi del mondo, appartenendo alla nuova generazione del clero cinese che ha potuto completare gli studi teologici solo dall’inizio degli anni ’90. Per le 46 sedi episcopali attualmente vacanti questa giovane età dei nuovi pastori sarà inevitabile. Fortunatamente, la collaborazione delle Chiese sorelle di vari Paesi occidentali ha permesso a numerosi sacerdoti cinesi di completare all’estero la scarsa preparazione che avevano avuto nelle proprie inadeguate strutture; e a questo non si è opposta l’Associazione Patriottica, né è mancato l’appoggio delle istanze governative cinesi.

I cattolici (che nel 1949 erano meno di 4 milioni) secondo statistiche attendibili sono oggi circa 12 milioni; i sacerdoti sono 2.500, e le suore 4.800. La grande maggioranza dei sacerdoti e delle suore sono giovani e operano in Chiese o comunità riconosciute. Ci sono 640 giovani che studiano nei 14 seminari maggiori della Chiesa aperta, con altri 500 nei 18 seminari minori; a questi si devono aggiungere circa 800 seminaristi in formazione in 10 seminari clandestini. Le giovani suore in formazione (nei 40 noviziati) sono circa 1.200, mentre i noviziati clandestini sarebbero 20. Tra le priorità pastorali c’è la formazione di un laicato capace di rispondere alle sfide attuali e l’impegno per cercare nuove forme di animazione giovanile, dato che finora la maggioranza delle vocazioni venivano dalle zone rurali.

Conoscendo la mancanza di libera comunicazione dei vescovi fra di loro e con la Santa Sede, ha destato meraviglia la affermazione contenuta nel comunicato della Santa Sede, ricordato all’inizio, secondo cui "quasi tutti i vescovi e sacerdoti sono in comunione con il sommo pontefice". Recenti informazioni raccolte in Vaticano specificano che i vescovi cinesi non in comunione con il Papa sarebbero meno di una dozzina. Come già ricordato, la Santa Sede ha riaffermato la "volontà di proseguire il cammino di un dialogo rispettoso e costruttivo con le autorità governative" cinesi e la reazione del portavoce del ministero degli esteri di Pechino, Liu Jianchao, è stata positiva. Si tratterà di vedere come potranno essere re-interpretate le due ben note "pre-condizioni", che il portavoce Liu non ha mancato di ripetere ancora una volta.

In questo momento di pausa e di riflessione, in cui si attende uno speciale messaggio del Papa Benedetto XVI alla Cina, merita forse ricordare l’apprezzamento espresso dal predecessore Giovanni Paolo II nel già citato messaggio per il centenario di Matteo Ricci: "Il popolo cinese è proiettato, in maniera particolare negli ultimi tempi, verso il raggiungimento di significative mete di progresso sociale. La Chiesa cattolica, da parte sua, guarda con rispetto a questo sorprendente slancio e a questa lungimirante progettazione di iniziative e offre con discrezione il proprio contributo nella promozione e nella difesa della persona umana, dei suoi valori, della sua spiritualità e della sua vocazione trascendente. Alla Chiesa stanno particolarmente a cuore valori e obiettivi che sono di primaria importanza anche per la Cina moderna: la solidarietà, la pace, la giustizia sociale, il governo intelligente del fenomeno della globalizzazione, il progresso civile di tutti i popoli".

Si può essere certi che anche Benedetto XVI non esiterà a ribadire come il suo predecessore: "Lo sappia la Cina: la Chiesa cattolica ha il vivo proposito di offrire, ancora una volta, un umile e disinteressato servizio per il bene dei cattolici cinesi e per quello di tutti gli abitanti del paese".