INTERVISTA

Finché servivano a tenerlo insieme e a modernizzarlo,
i cattolici hanno avuto il loro posto nel mondo arabo.
Adesso che il "collante" è invece l’islam, vengono spinti a emigrare.
Ma l’Occidente con loro perde un potente elemento di "mediazione".
Parla l’intellettuale francese Debray.

RITAGLI    I cristiani, capri espiatori d’Oriente    MISSIONE AMICIZIA

«A Baghdad si fanno vendette per interposta persona:
dato che non si riesce a raggiungere i soldati americani, si attaccano i credenti...
Per i fedeli del Vangelo,
l’invasione dell’Iraq è una catastrofe seconda solo all’eccidio d’armeni».

Claire Lesegretain
("Avvenire", 20/11/’07)

Oggi presidente onorario dell’"Istituto europeo di Scienze delle religioni", Régis Debray – l’intellettuale francese che divenne celebre negli anni Sessanta per aver combattuto a fianco di Che Guevara – ha promosso nei giorni scorsi a Parigi un colloquio internazionale su «Il futuro dei cristiani d’Oriente» cui hanno partecipato – tra gli altri – il patriarca Michel Sabbah, padre Emile Shoufani, l’ortodosso George Khodr del Monte Libano, l’arcivescovo di Baghdad Jean Benjamin Sleiman, l’ausiliare copto-cattolico del Cairo Yohanna Golta, padre Samir Khalil Samir.

Professor Debray, perché ha organizzato questo colloquio?

«I cristiani d’Oriente sono l’angolo cieco della nostra visione del mondo: essi sono "troppo" cristiani per i sostenitori del "terzomondismo" e "troppo" orientali per gli occidentalisti… È questa difficoltà, questo silenzio che volevo contribuire a rompere».

In che senso l’attuale contesto rende il dialogo più urgente?

«L’invasione dell’Iraq da parte delle truppe "anglo-americane" è una catastrofe la cui gravità storica per i cristiani viene subito dopo il genocidio armeno. C’erano 500mila cristiani in Iraq 10 anni fa e ora la metà ha dovuto andarsene… E l’ironia è che questa catastrofe è stata innestata da un Paese cristiano, o supposto tale. Gli arabi cristiani, incastrati fra l’incudine di un Occidente imperiale e il martello della crescita dell’islamismo, sono accusati di essere il "cavallo di Troia" di un Occidente poco preoccupato dei "danni collaterali"».

Che cosa ha percepito nel corso dei seminari che ha condotto a Gerusalemme, Amman, Beirut e Damasco?

«Ho compreso che tutte queste comunità arabo-cristiane (cattoliche, ortodosse, copte o maronite) giocano un ruolo insostituibile di "trait d’union" e di mediatori fra l’esterno e l’interno, l’Occidente e l’Oriente. Inoltre, esse non sono soltanto un elemento d’equilibrio, evitando al mondo arabo-musulmano di ripiegarsi su se stesso, ma anche di modernizzazione. Fino a quando l’"arabismo" è rimasto l’elemento "unitivo" (dopo la fine dell’Impero ottomano), i cristiani d’Oriente hanno avuto il loro posto. Adesso che il "collante" non è più culturale ma religioso (l’islam), i cristiani non sono più percepiti come parte della famiglia, mentre i turchi e gli iraniani ritrovano spazio. Questo ribaltamento è avvenuto al momento dell’arrivo di Khomeini in Iran (1978) e della sconfitta dell’'arabismo" politico. Paradossalmente, di nuovo, è l’Occidente che ha contribuito alla sconfitta del progressismo arabo con la conseguente emarginazione dei cristiani, in Palestina come in Egitto…».

Quale avvenire le sembra possibile?

«Il timore è che la "Terra Santa" diventi una "Disneyland" spirituale, con i cristiani a fare le comparse esotiche. Noi occidentali siamo posti di fronte a un conflitto di doveri: o interveniamo apertamente in loro favore, discreditandoli nei confronti dei vicini, o li abbandoniamo al loro destino. Si deve trovare una terza strada fra ingerenza e indifferenza!».

Cosa fare per manifestare la nostra solidarietà?

«Non dobbiamo bendarci gli occhi… I Paesi del Golfo distribuiscono denaro alle comunità musulmane della regione per decine di milioni di dollari. La comunità ebraica americana sostiene istituzioni in Israele per milioni di dollari. Invece, quando l’Europa aiuta un’istituzione cristiana d’Oriente, siamo nell’ordine di migliaia di dollari…».

Ma i cristiani d’Oriente non sono stati spesso indicati come «amici» degli ambienti finanziari?

«Ho constatato che buona parte dei luoghi comuni della propaganda antisemita d’un tempo si ritrovano nel discorso anticristiano di un certo islam radicale attuale. Si rimprovera ai cristiani di essere ricchi e sovversivi, "plutocrati" e bolscevichi, adepti del "particolarismo" e cosmopoliti! Ciò è vero solo nel senso che i cristiani in Oriente hanno innegabilmente giocato un gran ruolo nel movimento comunista, nella stampa, nell’editoria e nel teatro, restando al contempo degli ottimi capitalisti».

Dunque oggi sono diventati "capri espiatori", come gli ebrei in Occidente?

«In Iraq oggi si osservano varie vendette per interposta persona: dato che non si possono raggiungere i soldati americani, trincerati nella loro "zona verde", si attaccano i cristiani di Baghdad. Con la volontà, sullo sfondo, di insediare una società musulmana pura, da cui i "microbi" cristiani siano allontanati…».

Concretamente, come tentare di arrestare l’emigrazione dei cristiani d’Oriente?

«Informare. Per aiutare i cristiani d’Oriente occorre innanzitutto ascoltarli, e comprendere ciò che oggi li rende inascoltabili; a cominciare dal sospetto di antisemitismo che pesa su di loro. I cristiani d’Oriente possono essere antisionisti, ma non se ne può fare degli antisemiti. Essi rappresentano la comunità che più porta tolleranza, laicità, senso civico. Sono all’avanguardia per la questione della coesistenza delle minoranze, che sta diventando una sfida civile fondamentale del XXI secolo. La questione dei cristiani d’Oriente è esemplare: se le minoranze cristiane d’Oriente vengono asfissiate dalle società in maggioranza musulmane, è un cattivo segnale per l’islam di domani, e lo scontro delle civiltà non sarà più molto lontano».

( Per gentile concessione del quotidiano «La Croix» )