I GESTI DELLA FEDE

Con lo sguardo nel futuro, attenti al mondo che ci circonda,
consapevoli che cammina verso un «compimento»:
così i cristiani sono chiamati a vivere, non solo queste settimane, ma l’esistenza.

RITAGLI    Avvento, tempo del «desiderio»    DOCUMENTI

Dom Mosconi: «L’attesa del Signore plasma tutta la nostra vita».
Il priore di San Giorgio riflette sul periodo che anticipa il Natale:
«Veglia non passiva, ma operosa nella carità».

Matteo Liut
("Avvenire", 30/11/’07)

Il futuro plasma il presente e modella la nostra vita. Ecco perché «i santi, uomini e donne dal cuore unificato e pacificato, hanno atteso il Signore; e questa attesa li ha plasmati, li ha resi somiglianti al Cristo». A pochi giorni dall’inizio dell’Avvento dom Franco Mosconi, monaco camaldolese, priore dell’eremo di San Giorgio a Bardolino (Verona), ci aiuta a comprendere il senso dell’«attesa» che caratterizza questo periodo e che la liturgia esprime nel colore viola.

Dom Mosconi, oggi, tempo della precarietà, che cosa significa l’Avvento?

Per risvegliarci e stimolarci a vicenda, per perseverare nella speranza sino alla fine, la Chiesa ci fa il dono dell’Avvento: quattro settimane (6 nel rito ambrosiano) di attesa, di vigilanza, di preghiera per il ritorno del Signore. Colui che noi celebriamo come il Venuto nella carne (a Natale) è colui che attendiamo come il Veniente nella gloria: è lui che ci ha promesso che tornerà; è il Veniente e come tale noi dobbiamo attenderlo e invocarlo. Senza l’attesa del Signore c’è il rischio di identificare il Regno di Dio con lo sforzo degli uomini che progettano un mondo nuovo o con una prassi di liberazione.

L’Avvento ci insegna quindi a «guardare avanti»?

La grave tentazione per i cristiani di oggi è quella di non attendere più il Veniente, di non mettere più attenzione sulla fine di questo mondo e sulla venuta del Signore. E allora viviamo come se questo mondo dovesse durare sempre e come se noi dovessimo vivere per sempre in questo mondo.

L’attesa del Signore, invece, ci spinge oltre questa prospettiva limitata?

Sì, il Signore viene! E noi lo diciamo con forza e lo desideriamo e attendiamo. Siamo discepoli del Signore non soltanto per ciò che è avvenuto nel passato, nell’Incarnazione, ma anche per ciò che avverrà nel futuro.

Per i cristiani quindi guardare al futuro significa attendere la venuta del Signore, ma cosa significa questo?

C’è una venuta nella potenza e nella gloria, alla fine di questo mondo. Sì, questo mondo avrà fine, così come ha avuto un inizio. E come ha avuto inizio per comando del Signore, per la Sua Parola, così avrà una fine quando il Signore verrà, sulla sua parola. C’è una venuta per ciascuno di noi che è la nostra morte: il Signore viene a prenderci con sé, dopo averci lasciato per andare a prepararci un posto. Venuta da preparare nella vigilanza, nella preghiera, nella carità operosa. Per chi lo attende, la venuta del Signore nella morte non sarà un evento spaventoso, ma un incontro, l’incontro con l’Amato, per stare sempre con lui. C’è, poi, una venuta nel quotidiano, nell’oggi: sono le visite del Verbo. È l’incontro col Signore nel segreto del nostro cuore nel chiuso della nostra stanza. È la venuta del Signore nel nostro piegarci alla Parola, nel fare obbedienza agli eventi della vita, è incontrare il Signore nel fratello. E, di nuovo, questo incontro nel quotidiano va atteso e preparato nella vigilanza, nella preghiera, e continuamente ci richiede e ci richiama alla conversione.

Non un’attesa passiva, quindi, ma cosa significa «vegliare»?

L’Avvento ci chiede di essere sentinelle che attendono l’alba. La vigilanza è da intendere innanzitutto a livello umano: vigilare sui nostri rapporti, rapporti con le persone, rapporti con gli avvenimenti. Vigilanza umana e vigilanza cristiana vanno insieme. La vigilanza non è un’attesa che sfugge l’impegno concreto nella vita, tutt’altro: è una vigilanza operosa. In questo tempo a noi compete restare servi che attendono il loro Signore e vivono il comando da lui lasciato, il comando di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati; il comando di lavarci i piedi, di accettare non solo di essere suoi servi, ma anche di farci servi degli altri. È la carità il compito lasciatoci dal Signore nel tempo della sua assenza. Ecco il presupposto della salvezza: il perseverare nella vigilanza e nella carità.

Come cambia tutto ciò il rapporto con il tempo e con il mondo?

Il cristiano non può essere l’uomo di un momento, non può farsi portare dalle mode, dalle ideologie del mondo che hanno la durata di un giorno. Il cristiano è colui che ha gli occhi fissi sulle cose che restano, sul comando del Signore che permane; il cristiano è colui che ha gli occhi aperti, che sa discernere ciò che davvero vale nella vita. Il rischio oggi è che, anziché tener fisso lo guardo sul nostro Dio e attenderlo e vivere nella carità operosa questo tempo dell’attesa, ci lasciamo incantare gli occhi da tante cose che scoppiettano e sono rumorose e mandano bagliori come i fuochi d’artificio, ma subito si spengono e ci lasciano nella notte, nella tenebra...

Come evitare questo?

Diventando uomini e donne di desiderio. Vedete, nella nostra vita noi non siamo definiti solo da ciò che ci sta dietro, dalla nostra storia passata; ma siamo definiti anche (soprattutto) da ciò che ci sta davanti! Il desiderio, l’attesa, plasma la nostra vita! Ecco, noi dobbiamo convertire i nostri desideri, che sono tanti e confusi, in unico desiderio: desiderio del bello, dell’infinito, dell’assoluto, di Dio. La nostra vita porta l’impronta di Dio, come una ferita, una ferita sempre aperta; la nostra vita, il nostro cuore sente continuamente il richiamo di Colui di cui siamo immagine. Ma noi questa sete profonda spesso cerchiamo di saziarla con una quantità di presenze, di suoni, di immagini fino allo stordimento, all’ubriacatura. Ecco allora la vigilanza che è fatta di sobrietà, di digiuno, per cogliere in noi la vera sete, il desiderio vero.

Come «allenarsi» a tale esercizio?

Dedicando tempo al Signore, perché ogni volta che mi piego sulla sua Parola, là incontro il Signore: è caparra e anticipazione della sua venuta definitiva. E poi dedicando tempo a noi stessi; infine vivendo la carità. Perché la vigilanza è attesa del Signore. Attesa operosa.