"SETTIMANA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI"

RITAGLI    Mons. Paglia:    DOCUMENTI
la preghiera cuore del dialogo

Da oggi la "Settimana per l’unità dei cristiani".
Parla il presidente dell’apposita "Commissione Cei", Mons. Paglia:
«L’ecumenismo non è questione d’"uffici" ma un modo di vivere la fede,
fa parte della sequela di Gesù».

Matteo Liut
("Avvenire", 18/1/’08)

Cento anni fa un prete presbiteriano a New York si fece promotore di un’iniziativa destinata a dare un volto nuovo ai rapporti tra le diverse confessioni cristiane: l’"Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani". Quell’appuntamento si ripete ogni anno dal 18 al 25 gennaio e, nell’«edizione del centenario» che si apre oggi in tutto il mondo, torna proprio sul tema che è stato il "motore" dell’iniziativa fin da principio: la preghiera. «Pregate continuamente», infatti, è il passo tratto dalla "Prima Lettera ai Tessalonicesi" di San Paolo che fa da sfondo a questa Settimana e dà titolo al Sussidio redatto da una commissione interconfessionale negli Stati Uniti, edito in Italia dalle "Paoline" e dal Centro «Pro Unione». Del significato di questi giorni e del loro nesso con il cammino ecumenico nel mondo e nella nostra Penisola parla monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni-Narni-Amelia e presidente della "Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo".
«Nella coscienza dei cristiani – spiega – la preghiera rappresenta il punto più immediato e più alto del cammino ecumenico. Una consapevolezza ben visibile nella svolta del "Concilio Vaticano II", che segnò l’inizio della preghiera comune con le altre confessioni: nei decenni precedenti essa era vietata, ma Paolo VI, all’ultima sessione del "Concilio" il 4 dicembre 1965, pregò nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura assieme a tutti gli osservatori delle altre confessioni cristiane.

Scegliere il tema della preghiera è quindi un modo per ritornare al «cuore» del cammino ecumenico?

Certo: il tema scelto ridona a questa "Settimana per l’unità" la sua vocazione "precipua". La preghiera comune, anche se non è possibile ancora in tutti i luoghi, è l’aspetto ecumenico più ampio tra le Chiese cristiane: essa ci fa gustare già da ora la bellezza di quella unità che purtroppo non è ancora stata pienamente realizzata. Ovviamente la preghiera non cancella le divisioni, ma rappresenta un "fermento" che ci spinge ad andare avanti, sapendo che l’unità è un dono di Dio e a Lui va chiesta.

Quali gli atteggiamenti da coltivare nel "dialogo ecumenico"?

Vanno evitati ingenuità, compromessi e rassegnazione: il dialogo corre essenzialmente su due "binari", quello della verità e quello dell’amore. Non ci può essere unità senza una comune verità della fede, ecco perché sono fondamentali i dialoghi teologici, i documenti e le "dichiarazioni comuni" tra le diverse confessioni, da quella del 1999 sulla dottrina della "giustificazione" con i luterani fino al "Documento di Ravenna" con gli ortodossi. L’amore, poi, costituisce il fondamento della verità e fornisce uno spazio di azione comune: laddove è possibile che i cristiani operino assieme è necessario farlo. Si pensi all’ambito della carità, dell’impegno per la pace, della "salvaguardia" del creato, ma anche gli incontri e la preghiera comune. Sono tutte dimensioni dove, davanti al mondo, dobbiamo mostrarci uniti. L’ecumenismo non è una questione di "uffici" ma è un modo di vivere la fede, fa parte della sequela di Gesù.

Che cosa ha significato la terza "Assemblea ecumenica europea" di Sibiu?

È stata una tappa significativa perché è stata vissuta come un itinerario nella profondità delle singole tradizioni con un atteggiamento di rispetto reciproco. A Sibiu si è manifestato con la sua ricchezza e con i suoi problemi il volto del cristianesimo europeo. Il messaggio al continente è stato forte: esso deve riscoprire le sue radici cristiane. Del resto nei confronti di tutto il pianeta il "movimento ecumenico" ha la responsabilità di indicare la via della fratellanza, una dimensione fondamentale nella pace tra i popoli come anche nell’incontro tra religioni. E nel dialogo tra fedi il Papa, per merito dell’opera di Giovanni Paolo II, ha di certo un "primato" spirituale: lui ha permesso e continua a permettere l’incontro.

Che cosa rispondere a chi parla di «inverno dell’ecumenismo»?

Non si può stare a misurare il "termometro" o la stagione, l’ecumenismo è un organismo "vivo" e come tale non è riducibile a parametri scientifici. Noi cristiani dobbiamo fare tutto il possibile e lasciare a Dio ciò che solo Lui può fare. Ciò che va evitato è il "ripiegamento" delle Chiese su se stesse, con il rischio di mettere altre questioni secondarie davanti all’ecumenismo.

E in Italia?

In Italia esiste una vivacità notevolissima nelle diocesi, che sono tra le più attive nel mondo in campo ecumenico. Una vivacità che si è vista a Sibiu, dove i delegati italiani delle diverse confessioni hanno giocato un ruolo fondamentale. Le comunità cristiane italiane, poi, danno un’accoglienza straordinaria ai cristiani delle altre confessioni tra gli immigrati. I segni di una vitalità sono diffusi anche nella nascita di diocesi di altre Chiese cristiane o di "Facoltà teologiche". Dopo Sibiu, inoltre, i delegati italiani si sono incontrati per trarre dall’"Assemblea" alcune conclusioni comuni.

Prossime tappe?

C’è in preparazione un "Convegno nazionale intercristiano": sarà il quarto e verrà promosso dalla Chiesa cattolica sul tema della "Parola di Dio". Un segno ulteriore di quella "vivacità" che alimenta il "dialogo ecumenico" in Italia.