VIVERE IL VANGELO

RITAGLI     «Chiamati dal Risorto. Inviati per amore»     DOCUMENTI

Oggi si celebra la "45ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni",
che la Chiesa italiana dedica al tema: «Corro per la via del tuo amore».
Un invito rivolto ai giovani, ma non solo a loro.

Matteo Liut
("Avvenire", 14/4/’08)

Credere in Cristo significa aver trovato il «senso della vita», significa "immergersi" completamente nel "flusso" della storia, perché lo "scorrere" dell’esistenza ritrovi la propria strada verso la "pienezza". Ecco perché il cristiano è un «atleta», consapevole che ad ogni passo della sua "corsa" sta dando voce alla sua «vocazione» e appoggia i piedi sul "terreno" dell’amore di Dio. All’insegna di questa immagine oggi la Chiesa italiana vivrà la "45ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni": «Un’occasione preziosa per diffondere una nuova cultura della vocazione», sottolinea don Domenico Dal Molin, direttore del "Centro nazionale vocazioni" ("Cnv"). «Corro per la via del tuo amore» è il titolo che "campeggia" sui manifesti della "Giornata" e che animerà la riflessione in tutta la Penisola.

Don Domenico, quale legame tra il tema scelto dalla Chiesa italiana e quello del Messaggio di Benedetto XVI per questa "Giornata", «La vocazione al servizio della Chiesa missione»?

Il Papa con il suo Messaggio completa una «trilogia». La «Chiesa missione» di quest’anno, infatti, fa seguito alla «Chiesa mistero» del 2006 e alla «Chiesa comunione» del 2007. Con le sue parole Ratzinger mette in luce la dinamica "missionaria" della vocazione: se uno è «chiamato» lo è prima di tutto per essere anche «inviato». La missione nasce da un’esperienza totale di amore che non può essere tenuta per se stessi. È un concetto che troviamo sia nel Messaggio del Papa per questa "Giornata" che nell’Enciclica "Spe salvi". Il tema nazionale, dal canto suo, trae spunto dal versetto del "Salmo 118": «Corro per la via dei tuoi comandamenti perché hai dilatato il mio cuore». Anche qui all’origine della «corsa» c’è un’esperienza d’amore: questo è il "filo rosso" che unisce i due temi. Nell’essere «in corsa» abbiamo voluto racchiudere l’immagine di chi ha trovato nell’amore un’esperienza talmente grande che non può fare a meno di dirlo agli altri.

Eppure oggi l’essere «di corsa» è uno "status" che fa pensare alla "frenesia" del mondo. È lo stesso concetto?

No, affatto; però il tema della "Giornata" di certo crea una certa «assonanza» con la condizione "frenetica" della vita odierna, che spesso però perde di vista la "meta" e diventa fine a se stessa. Vogliamo recuperare una dimensione positiva della corsa, che di fatto è un’esperienza ben nota a molti personaggi biblici: pensiamo alla «corsa paolina», o alla corsa di Pietro e Giovanni verso il Sepolcro, a quella della Maddalena che va dagli Apostoli ad avvisarli dell’incontro avuto con il Signore Risorto, o a quell’andare di fretta di Maria che dopo l’Annunciazione si reca in visita da Elisabetta. È una corsa non animata dalla "frenesia" ma dalla "sapienza".

È un tema pensato per il mondo giovanile?

Anche. I giovani sono i primi ad aver "fretta", a correre in avanti. Attraverso il tema di quest’anno proponiamo loro una corsa che equivale a vivere per un "traguardo". A recuperare una dimensione tutta interiore che è tipica di una «corsa sapiente», ma assolutamente assente nella «corsa da frenesia».

E cos’è che può animare questa «corsa sapiente»?

Nel suo Messaggio il Papa parla di "missionarietà" a partire dal racconto della "moltiplicazione dei pani e dei pesci", sottolineando come con quel gesto Gesù si prenda cura della gente. Ecco, oggi abbiamo bisogno di figure così "luminose" che si prendano cura di questa umanità abbastanza "sfinita" per molti aspetti. Abbiamo bisogno delle testimonianze "commoventi" di coloro che vanno ad annunciare il Vangelo anche a costo della vita, con un’originalità e una genialità che costringono all’ammirazione. La vocazione è quindi compassione, "oblatività", dono di sé e della propria libertà.

Parole che oggi non suonano di "moda", però...

Ecco perché la "pastorale vocazionale" dovrebbe prima di tutto contribuire a creare una "cultura" della vocazione, senza lasciarsi prendere dalla paura dei "numeri". Se contribuiremo a costruire una sensibilità condivisa, radicata nella cultura "evangelica", le vocazioni di speciale "consacrazione" verranno. Importante però è comprendere che tutti hanno una vocazione cui dare compimento nella propria vita, perché tutti sono alla ricerca del "senso" della propria esistenza. In questa "sfida" i cristiani devono essere i primi testimoni.