"Pentecoste",
tutte le lingue della "missione"
«Stranieri
in Italia, ricchezza per la "pastorale"».
Parla padre Gnesotto ("Fondazione Migrantes").
Matteo Liut
("Avvenire",
11/5/’08)
"Ad gentes": due parole che raccontano di un Dio «padre di tutti i popoli»; un’espressione che racchiude il senso della vita di migliaia di missionari che hanno tracciato strade laddove non ve n’erano per portare il Vangelo; un "mandato" che oggi la Chiesa chiede a ogni comunità locale di vivere tra le proprie case. Sì perché anche quest’anno per molte diocesi la Solennità di "Pentecoste" si abbina all’ormai tradizionale «Festa dei popoli», assieme alle numerose comunità di immigrati presenti nella nostra Penisola, e porta dentro i nostri confini quella "missione" che un tempo spingeva le persone fino agli "estremi confini della terra". «Si perché ora quelle distanze, quelle differenze, quelle diversità culturali vivono in mezzo a noi – spiega padre Gianromano Gnesotto, direttore dell’Ufficio della "Fondazione Migrantes" per la "pastorale degli immigrati esteri" in Italia e dei "profughi" – e i cristiani sono chiamati a trasformare questa presenza in una ricchezza e in un’occasione di scambio».
Padre Gnesotto, che significato ha la "festa" che molte diocesi vivono oggi?
Essa nasce in ambito cristiano, ma negli ultimi anni sta trovando sempre più "assonanze" anche tra le istituzioni civili che ne hanno fatto proprio lo "spirito".
E qual è questo "spirito"?
La "radice" è biblica: la "Sacra Scrittura" ci parla di un Dio che è padre di tutti e che ama tutti gli uomini, i quali sono destinati a trovare unità proprio nella sua "casa". La Bibbia, cioè, ci insegna che la diversità è una ricchezza che non allontana gli uomini ma può avvicinarli. Ecco perché le diversità sociali, culturali e cultuali vanno viste come positive.
Eppure i "fatti di cronaca" ultimamente spingono sempre più persone a vedere nel "diverso" un "pericolo", piuttosto che una ricchezza. La "Pentecoste" cosa ci insegna a riguardo?
Ci insegna a superare i "pregiudizi" e a guardare il fenomeno dell’immigrazione nella sua complessità, senza "sconti" sulle difficoltà che comporta, ma convinti che essa è anche un grande dono.
In che senso?
Sentiamo dire che abbiamo bisogno degli immigrati: chi lo dice non sa di dire una verità, ma non perché gli stranieri garantiscono la "manodopera", bensì perché la loro presenza ci spinge a uscire dal nostro "bozzolo", a confrontarci con la diversità e a essere testimoni della nostra fede anche davanti a chi parla un’altra lingua.
Ecco appunto: la "Pentecoste" come incontro di lingue diverse. Come vive la Chiesa italiana la dimensione dell’incontro di diversità?
Attraverso la "festa" di oggi, fatta di un incontro con persone e non con problemi, ma non solo. Se è vero che oggi è l’occasione per trasformare le nostre piazze in tante "agorà" in cui si incrociano usi, costumi, lingue e culti diversi, è anche vero che la Chiesa italiana vive un’attenzione continua a questa dimensione.
In che modo?
Prima di tutto rivolgendo alle parrocchie l’"appello" affinché la "pastorale" diventi per sua natura "missionaria" e quindi offra uno spazio concreto di testimonianza della propria fede davanti a tutti. Poi spingendo a far crescere le relazioni "interpersonali", che sono la base individuale di un incontro tra diversità anche a livello comunitario. Poi ancora con un’azione "pastorale" specificamente rivolta agli immigrati. E poi impegnandosi perché diritti e doveri trovino la giusta applicazione anche all’intero delle comunità di immigrati.
Una sorta di «missione in casa»?
Certo, ma la "missione" non è solo un «dare» qualcosa, è sempre anche un «ricevere»; è lo "scambio" di doni reciproci: spesso, ad esempio, gli immigrati con il loro servizio alle famiglie, soprattutto agli anziani, ci ricordano la preziosità di valori che noi stiamo dimenticando. Grazie a questi doni ci rendiamo conto che quando accogliamo in casa nostra qualcuno, di fatto l’accoglienza è reciproca: ognuno ha qualcosa da donare all’altro.