I GESTI DELLA FEDE

RITAGLI     Card. Cottier: «Vittoria sull’egoismo che isola»     DOCUMENTI

Il teologo "emerito" della "Casa Pontificia":
«Nei Santi l’esempio di quella "comunione perfetta" con Dio,
che è la più autentica "vocazione" di ciascuno di noi e dell’intera società».

Papa Benedetto, all'Angelus per la Festa di "Tutti i Santi"...

Matteo Liut
("Avvenire", 2/11/’08)

Sono i Santi l’esempio di quella «comunione perfetta con Dio», che di fatto è la più autentica vocazione dell’uomo e della società. Una comunione che richiede un cammino non facile, ma che è anche una risposta concreta al desiderio di uscire dalla solitudine. Ed è la preghiera per i nostri defunti che sostiene a questo itinerario verso Dio e verso la piena realizzazione di sé. Così, in sintesi, il Cardinale Georges Cottier, teologo "emerito" della "Casa Pontificia", commenta le parole dell’"Angelus" del Papa di ieri. Un "Discorso" che dà l’occasione al "porporato" di indicare il significato teologico più autentico delle celebrazioni di questi giorni.

Eminenza, Benedetto XVI ieri ha usato l’immagine del "giardino" per parlare dei Santi. Che cosa ne pensa? Cosa ha suscitato in lei?

Sono rimasto particolarmente colpito dalla bellissima immagine che il Papa ha trovato per evocare la realtà del "Regno dei Cieli", che poi è immagine anche della realtà terrena della Chiesa. Quest’ultima, infatti, guarda la «Chiesa del Cielo» come la Chiesa i cui membri hanno terminato il pellegrinaggio terreno. Nell’immagine del "giardino" troviamo una valorizzazione poetica della natura, della sua ricchezza e della sua varietà: così il Papa ci dà un’idea chiarissima di cos’è la vocazione umana. Come nel giardino ogni fiore è «speciale», così nella società ogni persona ha un’irripetibile singolarità e bellezza. Ogni essere umano è voluto e amato da Dio. È questa la radice più autentica della vocazione, che è una dimensione che fa parte di ogni persona. Con questa immagine, insomma, il Papa ci spiega cos’è la vocazione alla "Santità" e, contemporaneamente, ci aiuta a capire la natura più autentica della società umana, così come della Chiesa.

Quale la «meta» di questa vocazione?

Noi siamo pellegrini verso il "Cielo", come ricorda anche la "Lettera agli Ebrei", andiamo verso una città che è la "Gerusalemme Celeste". La vita sulla terra è una vita di «germinazione», una vita che cresce attraverso la fede, la speranza e la carità; la pratica di queste virtù porta alla "Santità". Tendiamo, insomma, alla vera vita che è anche la verità e che Dio stesso ci dona attraverso l’incarnazione, attraverso Gesù.

Se la Festa di "Tutti i Santi", quindi, «insegna» la vita vera, perché ricordare i defunti?

Per ricordare la continuità tra la Chiesa terrena e quella celeste. E poi è un’occasione unica per riflettere sul mistero del "Purgatorio". Illuminante, su questo tema, il "Trattato sul Purgatorio" di Santa Caterina da Genova, che vede nel "Purgatorio" l’immagine di quel cammino che l’uomo deve compiere per vedere Dio e partecipare alla sua vita. In altre parole, il mistero del "Purgatorio" ci ricorda che la santità di Dio è assoluta e che nessuna creatura, a causa della distanza dal "Creatore" e a causa del peccato, può andare a Lui direttamente. Ecco cosa significa che «i puri di cuore vedranno Dio». Il "Purgatorio", quindi, è un luogo di purificazione, che passa anche dalla sofferenza, ma che dona la vera gioia perché le anime vivono già in quella vita di Dio cui poi parteciperanno pienamente. E la preghiera per i nostri defunti, evocata anche dal Papa nell’"Angelus", ci aiuta a entrare in questo cammino di purificazione già da ora. La devozione del "Purgatorio", quindi, è una scuola al senso della "Santità" di Dio.

È questa stessa meta, quindi, che ci indicano le "Beatitudini", citate da Benedetto XVI nell’"Angelus" di ieri?

Le "Beatitudini", la grande «carta» per tutti i battezzati, oggi vanno meditate, perché noi spontaneamente non andiamo in questa direzione, quella della "Santità", che è piena realizzazione della vita cristiana. Una realizzazione che in parte già sperimentiamo, perché, ci ricorda San Paolo, noi siamo «figli adottivi di Dio».

Cosa vuol dire questo per l’uomo di oggi?

L’uomo di oggi ha una grande nostalgia nel suo cuore. Tutti si lamentano della solitudine e se guardiamo a fenomeni come la droga, capiamo bene che essi sono solo il tentativo disperato di scappare dalla solitudine. Ma sono anche risposte che chiudono nella prigione dell’egoismo. Il cammino della carità, dell’amore di Dio, invece, domanda sacrifici e dono di sé ma dona anche grande gioia. Pensiamo alle "Beatitudini": quando dicono «beati», ci ricordano che quella gioia è già qui.