VANGELO E SOCIETÀ

A otto anni dal grande "incontro" del 2002,
si tornerà a riflettere sul rapporto tra "Chiesa" e "mezzi di comunicazione".
«È necessario mettere in "rete" le numerose realtà
cresciute in questi anni».

RITAGLI   «Testimoni digitali» per i nuovi "media"   DOCUMENTI

Mons. Pompili: «Nel 2010 la seconda edizione di "Parabole mediatiche"».
Il Direttore dell’"Ufficio per le Comunicazioni Cei" annuncia il "Convegno",
che chiamerà a raccolta il popolo della "cultura" e della "comunicazione".

Matteo Liut
("Avvenire", 18/7/’09)

Appassionati dei linguaggi dei nuovi "media" ma anche radicati nella propria identità di fede; abili nel districarsi attraverso i tratti mutevoli della "cultura digitale" ma sempre pronti a rendere ragione del proprio punto di vista, che è fermo e nitido. Quelli che fanno cultura e comunicazione all’interno delle "comunità cristiane" – che si tratti dei "media" vecchi e nuovi, dell’esperienza teatrale o delle sale della "comunità" – sono cresciuti, sono maturati, aumentati in numero e competenze e sono pronti a diventare sempre più «Testimoni digitali». Sarà questo, infatti, il tema del grande incontro promosso dalla "Cei", che si terrà a Roma dal 22 al 24 Aprile 2010 e che chiamerà a raccolta il popolo della comunicazione e della cultura del nostro Paese. Un popolo che si ritrova insieme ancora una volta a otto anni da «Parabole mediatiche», il "Convegno" che nel 2002 segnò l’inizio di una nuova epoca per la "Chiesa Italiana" nell’ambito della comunicazione e dei "mass media". Come spiega Monsignor Domenico Pompili, Direttore dell’"Ufficio Comunicazioni Sociali" della "Cei".

Cosa è cambiato in questi anni?

Il mutamento più evidente nel mondo della comunicazioni è quello che ha visto gli utenti diventare «produttori» di contenuti, soprattutto all’interno dei nuovi "media" e di "Internet". È il passaggio a quello che gli esperti definiscono "web 2.0". In questo contesto nasce una precisa sfida che è quella di integrare il «virtuale» dentro il «reale», superando la contrapposizione forzata tra queste due dimensioni. "Virtuale" non vuol dire «fantasma» o inesistente, ma piuttosto potenziale. E questa potenzialità spiega pure perché ancora una volta il discorso da intraprendere non sia "asettico" o puramente tecnologico, ma sempre legato a doppio filo alla libertà e alla responsabilità dell’uomo. È l’uomo che fa la differenza e che decide del passaggio, ad esempio da una semplice "connessione" a una più compiuta "relazione".

Come vive la "Chiesa" questa sfida?

Le "comunità cristiane" hanno sempre dimostrato di essere in grado di trovare nuove forme di comunicazione. E lo hanno continuato a fare anche davanti agli strumenti offerti dalle "tecnologie digitali".

In che modo, concretamente?

Penso alle numerose realtà nazionali e locali che hanno risposto in questi ultimi anni alla necessità di entrare nei linguaggi "digitali" e dei nuovi "media" come in una «seconda pelle» senza mai perdere il riferimento all’appartenenza "ecclesiale". Basta citare, ad esempio, la nascita dei «Portaparola», che sono dei veri e propri "mediatori culturali", o il corso "e-learning" per gli "animatori" della comunicazione e della cultura, "Anicec", che dal 23 al 25 Ottobre prossimi riunirà ad Assisi quelli diplomati in questi anni. E poi non va dimenticata tutta quella "rete" di persone impegnate nella comunicazione in "Parrocchia", nelle "Diocesi", nelle "Associazioni" e nelle realtà "religiose": una "rete" capillare e vivace che va curata e fatta crescere.

«Testimoni digitali» sarà l’occasione per mettere in "rete" tutte queste realtà?

Certamente: sarà un’occasione per intessere relazioni e, in un’ottica più ampia, di fare "rete". È importante che tutte queste esperienze e queste persone si conoscano e si «raccordino» tra loro. E poi, valore aggiunto non trascurabile, daremo l’opportunità di dialogare con studiosi ed esperti dei nuovi "media": tra questi abbiamo invitato anche il noto "informatico" statunitense Nicholas Negroponte.

«Testimoni digitali»: da dove nasce il "tema"?

Il sostantivo richiama l’atteggiamento né "pregiudiziale" né rassegnato di fronte ai cambiamenti che stanno avvenendo sotto i nostri occhi, mentre l’aggettivo "digitale" evoca precisamente il nuovo contesto in cui ci muoviamo, segnato dai caratteri della istantaneità, della molteplicità, della "pervasività". Ci muove però una convinzione di fondo: ogni cambio tecnologico ha qualcosa di «gattopardesco» nei suoi esiti. Cambia tutto in effetti, ma per rispondere agli stessi bisogni di sempre dell’uomo. Come spiega il Papa nel "Messaggio" per la "Giornata Mondiale delle Comunicazione Sociali 2009": «Il desiderio di connessione e l’istinto di comunicazione, che sono così scontati nella cultura contemporanea, non sono in verità che manifestazioni moderne della fondamentale e costante propensione degli esseri umani ad andare oltre se stessi per entrare in rapporto con gli altri». Ci troviamo, in effetti, di fronte a cambiamenti incalzanti: da "Second Life" a "Face-book", da "Face-book" a "Twitter". Tutti mutamenti evidenti, che cambiano la "pelle" della gente, per dirla con Derrick De Kerckhove (autore del testo «La pelle della cultura »), ma non il cuore. Ciò spiega anche perché i nuovi "media" non "cannibalizzano" i vecchi, ma li innovano. Basti pensare al successo delle "radio cattoliche", delle "tv locali" o dei periodici dei "religiosi", sempre più frequentemente anche "on line".

Come sarà strutturato l’incontro?

Si è pensato ad un "Convegno" «interattivo». Per questo alla giornata inaugurale dove si darà il punto del nuovo contesto "mass-mediale", seguirà una sessione più esperienziale che faccia emergere il protagonismo cattolico nei "media". Da ultimo, poi, l’incontro con Benedetto XVI, che fu tra l’altro l’autore della bellissima immagine degli «intagliatori di sicomori» durante «Parabole mediatiche» nel 2002.

Quali sono gli "obiettivi" che vi siete posti?

Ce ne sono davvero tanti. Ne enumero alcuni: elaborare una riflessione puntuale su credenti e nuovi "media", così da suscitare «testimoni» che sappiano valorizzare le nuove opportunità in chiave di comunicazione "evangelica". Quindi mettere in "rete" le innumerevoli risorse comunicative capillarmente diffuse in tutto il territorio con l’invidiabile "network" cattolico del nostro Paese ("Avvenire", "Sat2000", "InBlu", "Sir"). Ancora favorire la creatività, specie tra i più giovani, per migliorare la comunicazione "ecclesiale". Infine tentare di leggere in termini di responsabilità educativa questa "overdose" di possibilità tecnologiche senza "pedanterie", ma anche senza "pruderie".

Ne esce, quindi, il volto di una "Chiesa" sempre più attiva nel mondo dei nuovi "media"...

Sì, non si tratta, però, di trasporre automaticamente la "Chiesa" sul "web", ma di avere sempre più «testimoni» capaci di raccontare la vita e dunque la stessa esperienza della fede dentro i "gangli" della comunicazione diffusa.