"Nota
Cei" nell’anniversario dell’enciclica.
«Ha aperto al mondo le nostre diocesi».
«La
"profezia" di Pacelli, che pensava all’Africa minacciata dai
nazionalismi.
Oggi è necessario rivolgerci all’Asia».
Matteo
Liut
("Avvenire",
13/10/’07)
Ha segnato il volto delle
nostre diocesi nella seconda metà del XX secolo. Ha spinto a ripensare la
riflessione teologica sulla natura della Chiesa. E ha anticipato, per diversi
aspetti, lo stesso Concilio Vaticano II. È davvero troppo importante l’eredità
della lettera enciclica «Fidei
donum», firmata
da Pio XII
il 21 aprile 1957, per non approfittare dell’anniversario del documento e
tracciare nuove «coraggiose prospettive» nell’ambito della missione «ad
gentes». È proprio questo l’obiettivo che si pone la "nota"
diffusa ieri dalla "Commissione
episcopale Cei per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le
Chiese".
«Dalle feconde memorie alle coraggiose prospettive. Il cinquantesimo
anniversario dell’enciclica "Fidei donum" di Pio XII» è il titolo
della nota aperta da una presentazione firmata da monsignor
Luigi Bressan,
arcivescovo di Trento e presidente della "Commissione episcopale per l’evangelizzazione
dei popoli".
Una ventina di pagine, divise in quattro capitoli, che non si accontentano di
ripercorrere la storia della nascita e dell’evoluzione della figura del
missionario diocesano «donato» alle Chiese bisognose, ma che offrono anche
alcune preziose riflessioni sul volto attuale della Chiesa nel mondo. Se da un
lato, infatti, la nota "Cei" analizza, sinteticamente ma
efficacemente, l’influsso che l’enciclica di Pio XII ha avuto nella visione
"ecclesiologica", dall’altro si sofferma sul volto attuale dei
"fidei donum", sulla situazione odierna delle missioni diocesane e
sulle necessarie «scelte operative» che ogni Chiesa locale è chiamata a
compiere. Indicazioni chiare e puntuali che non riguardano solo un ambito della
vita pastorale, ma la sua stessa "essenza". La Chiesa, infatti, «non
"fa" semplicemente missione, ma "è" missione, cioé esiste
per comunicare al mondo la vita divina»: è in questa consapevolezza, spiega la
nota, che si scorge il culmine della riflessione "ecclesiologica"
raccolta e rilanciata dal Vaticano II a oggi. È in questa consapevolezza che va
vissuta ogni scelta pastorale: «"Cristiano" e "missionario"
non identificano più due figure distinte, ma sono qualifiche inscindibili del
discepolo». È con questa consapevolezza che negli ultimi 50 anni è stata
coniugata la scoperta della "diocesanità" e della relazione tra
Chiesa particolare e universale, una specchio e fonte dell’altra.
In questa prospettiva l’esperienza dei «fidei donum», che nel 1957
rappresentò una vera innovazione, deve essere vista come espressione di una
"missionarietà" vissuta in tutti gli ambiti. Va da sé, però, che a 50 anni di
distanza è necessario «riconfigurare i "fidei donum"», come recita
il titolo del terzo capitolo della "nota Cei". Se, infatti, nel 1957 Pio XII
auspicava l’invio di «fidei donum» soprattutto in Africa («nell’ora in
cui essa si apre alla vita del mondo moderno ed attraversa gli anni forse più
gravi del suo destino millenario» ed è minacciata da «falsi nazionalismi»
scriveva Pacelli), ora la "Commissione Cei" auspica una «ridefinizione
delle zone di missione "fidei donum"», chiedendo una maggiore
attenzione all’Asia.
Fondamento dell’esperienza missionaria, ricorda la nota, deve essere la
«mistica sociale dell’Eucaristia»: è dal sacramento del "pane
spezzato",
infatti, che nasce la comunione tra Chiese. Una realtà che spinge oggi a
parlare più di «cooperazione missionaria», che di «missione», intesa come
invio a senso unico di aiuti alle Chiese bisognose. Oggi, infatti, le Chiese in
terra di missione sono cresciute e sono pronte a inviare i loro sacerdoti anche
nelle diocesi dalle quali provenivano i missionari. Non ci sono più i
«ricchi» che donano ai «poveri»: la missione è divenuta un vero e proprio
«scambio». Da qui la necessità di rivedere figure e protagonisti dell’esperienza
missionaria. I sacerdoti «fidei donum», infatti, devono sentirsi sempre parte
della propria diocesi ma vivere in un’ottica «di comunione e di scambio»;
per i laici, che sono sempre di più e portano nella missione la loro specificità
e anche la loro professione, l’esperienza missionaria deve essere
«formalizzata mediante una convenzione»; le diocesi possono aprirsi al nuovo
progetto di vere e proprie «fraternità "fidei donum"» o alla
cooperazione con diocesi limitrofe per costituire "équipes
missionarie". Inoltre una cura tutta particolare deve essere riservata al
rientro dei "fidei donum", che una volta tornati a casa devono saper
rimettersi in dialogo con la comunità di provenienza conservando il loro
«carisma missionario». Il rientro, poi, dovrebbe essere «segnato da un
momento celebrativo, analogo a quello della partenza». L’"animazione
missionaria", auspica ancora la nota, dovrebbe essere parte integrante della
formazione dei seminaristi e dei percorsi di pastorale giovanile. Un invito
particolare, poi, è quello all’utilizzo di tutti gli strumenti concreti che
la Chiesa italiana possiede in questo ambito: dai "centri missionari
diocesani",
che devono essere protagonisti di tutta la vita pastorale diocesana, fino al "Centro
unitario missionario di Verona" ("Cum").
Inoltre va valorizzata la presenza di sacerdoti stranieri in Italia: grazie a
essi, infatti, le nostre diocesi possono entrare a contatto con esperienze
diverse e, spesso, con una fede più giovane.
Insomma, nonostante il panorama mondiale sia profondamente mutato dal 1957,
portando a mutare il rapporto tra culture e nazioni, ancora oggi «le nostre
comunità hanno bisogno di essere provocate dal partire missionario di suoi
figli e figlie».