I 40 anni dell’«Introduzione al Cristianesimo» di Joseph Ratzinger

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"Dio è uno dei nostri... Rende la vita degna di essere vissuta!".

Giacomo Samek Lodovici
("Avvenire", 27/8/’08)

Ricorre quest’estate il quarantesimo anniversario della pubblicazione dell’"Introduzione al Cristianesimo" di Joseph Ratzinger, un testo da leggere e rileggere che – a parere di chi scrive – è il suo capolavoro assoluto. Tra i tanti temi affrontati ne ricordiamo solo alcuni. Per esempio, Ratzinger è ben consapevole che anche sulla fede dei grandi Santi pesa non di rado la minaccia dell’incertezza. Però spiega che anche il "non credente" non vive senza dubbi: per quanto energicamente possa atteggiarsi a "positivista-materialista", «la segreta incertezza se il "positivismo" abbia davvero l’ultima parola non lo abbandonerà mai». Inoltre, quando si afferma un radicale "antropocentrismo" ateo, «l’uomo deve limitarsi a riconoscere [nel mondo] soltanto la propria opera, costretto al contempo a considerarsi un prodotto dell’evoluzione meramente casuale, un "factum" qualsiasi» e, allora, ritiene di poter agire «trasformando se stesso in ciò che vuole» e «non gli deve più apparire impossibile nemmeno farsi Dio», con le conseguenze che conosciamo: "totalitarismi", manipolazioni genetiche, "clonazione", eccetera. Il testo anticipa anche i temi del "Discorso di Ratisbona". Critica il "fideismo", che è la «ritirata dalla verità della ragione per rifugiarsi nell’ambito della pura devozione, della pura fede», una ritirata che assomiglia molto a quella della religione antica, che crollò di fronte alla filosofia greca (e per altre cause).
Ebbene, «la religione cristiana non avrebbe dovuto attendersi altra sorte, qualora avesse accettato un simile distacco dalla ragione».
Dunque, non a caso il messaggio cristiano nella sua prima diffusione ed elaborazione è penetrato nel mondo greco. Se però il Dio dei filosofi è "Logos" ("Pensiero"), la fede cristiana, pur optando per esso, lo ha anche concepito in modo nuovo: non un essere impersonale e/o che non si avvicina mai all’uomo, bensì «"agápe", potenza di amore creativo».
Insomma, tutte le cose esistenti sono state pensate da una "Coscienza" che è libertà creatrice e ognuno di noi può dire (rovesciando la "formula" di Cartesio) "cogitor ergo sum", cioè «io sono pensato, quindi sono». Di più, non solo «il "Logos" dell’universo, il pensiero originario creativo, è al contempo amore», ma inoltre «Gesù ci ha davvero "dispiegato" Dio»: in lui Dio è diventato «carne della nostra carne, ossa delle nostre ossa. Dio è uno dei nostri». Tale Dio è un «amore che ama anche me» ed è «immune da ogni caducità, da ogni offuscamento egoistico», perciò «rende la vita degna di essere vissuta».
Ancora, «in quanto è il Crocifisso questo Gesù è il Cristo, il Re», ovvero «la sua regalità sta nell’aver dato se stesso agli uomini». Così, se già «un intero universo viene sprecato allo scopo di preparare in un punto, un posto […] all’uomo», Dio «addirittura ha dato se stesso per condurre alla salvezza quel "granello" di polvere che è l’uomo». E se Gesù è l’uomo esemplare, l’uomo è tanto più se stesso «quanto più è presso gli altri; […] perviene a se stesso uscendo da se stesso» nell’amore.
Infine, la Resurrezione di Cristo è «l’essere più forte dell’amore sulla morte», e «se egli è risorto anche noi risorgeremo», cioè l’uomo può non "annichilirsi" con la morte, perché è conosciuto e amato da Dio. Infatti, «se ogni amore vuole eternità, l’amore di Dio non la vuole soltanto ma la determina ed è l’eternità». Insomma, «c’è una redenzione del mondo: ecco la ferma fiducia che sostiene il cristiano e che lo convince anche oggi che vale la pena di essere cristiano».