La vicenda di Eluana dal punto di vista "etico"
Fosse solo per
"precauzione"
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«non si può uccidere»
Giacomo Samek
Lodovici
("Avvenire",
15/11/’08)
Dunque è deciso: Eluana
deve morire.
Senza entrare nel merito degli aspetti "giuridici" della questione,
consideriamo la vicenda dal punto di vista "etico". In effetti, una
(non l’unica) delle questioni centrali di questa tragica (per lei, per suo
padre, per l’impatto sull’opinione pubblica e sui "costumi")
vicenda è capire chi o che cosa sia Eluana. Le alternative sono tre. Una prima
possibilità è che Eluana sia un "vegetale" e allora non fa problema
toglierle l’alimentazione; ma, in tal caso, non ha senso mettere in pratica
tutte le misure previste dalla "sentenza" uscita a Luglio per evitarle
delle sofferenze quando le si toglierà l’alimentazione. Anzi, non si capisce
perché toglierle da mangiare e da bere per farla morire: perché non spararle o
farle un’"iniezione letale"? È molto "brutale" parlare in
questi termini, ma coerente, se Eluana fosse una pianta, dato che quando
uccidiamo le piante non ci preoccupiamo di dare loro "sedativi": le
tagliamo e basta. Una seconda possibilità è che Eluana sia un "essere
umano": in tal caso, toglierle l’alimentazione è un
"omicidio". Si dice che Eluana voleva così. Ma, a parte il fatto che
questa sua volontà è ancora da dimostrare, come
"Avvenire"
ha fatto
notare in molti articoli – anche intervistando amiche ed insegnanti di Eluana
che hanno fermamente messo in dubbio che tale fosse la volontà di Eluana – ,
a parte il fatto che, circa le nostre priorità, quando siamo malati molto
spesso cambiamo idea rispetto a quando siamo sani, cambiamo i nostri desideri e
le nostre preferenze; a parte tutto questo, resta il fatto che far morire Eluana
di fame e di sete equivale pur sempre ad "omicidio", sia pure di una
(presunta) "consenziente".
Per qualcuno, anche se Eluana è un "essere umano", l’atto di chi sospenderà l’alimentazione
e le "omissioni" di chi non interverrà per soccorrere Eluana (quando
starà morendo di fame e di sete) non configurano un "omicidio".
Chiamiamo pure con altri nomi tale atto e le successive "omissioni".
Resta il fatto che si tratta di qualcosa di orrendo, più o meno come lasciar
morire di fame e di sete un bambino che non riesce ad alimentarsi da solo.
Infine, una terza possibilità è quella di dire che non sappiamo chi o che cosa
sia Eluana: ma, allora, vale il "principio di precauzione" e dunque
non si deve provocare la sua morte, perché non si deve correre il rischio di
uccidere un "essere umano". Questo "principio" viene
invocato talvolta fuori luogo, perché nella vita alcuni rischi è necessario
correrli. Ma dipende dalla "posta in gioco". Se un cacciatore vede un
cespuglio muoversi, non deve assolutamente sparare se non è totalmente sicuro
che dietro il cespuglio non si trova un essere umano. Se c’è il rischio di
uccidere un uomo la "posta in gioco" è altissima, perché l’uomo ha
una dignità "incommensurabile" (che dipende dal suo stesso esistere e
non dalle sue condizioni di vita; ovviamente su questo punto il discorso sarebbe
lungo). Come diceva Kant, mentre le cose hanno un "prezzo", che può
essere "quantificato-misurato", gli uomini hanno un valore che è
"incommensurabile". Insomma, ci sarebbero molte ragioni per ritenere
che Eluana non sia un "vegetale", così come dovremmo tener
nitidamente presenti gli esempi (riferiti da "Avvenire" in questi
mesi) di pazienti in stato cosiddetto "vegetativo" che hanno ripreso
coscienza anche dopo molto anni (per esempio dopo 19 anni, come nel caso dell’americano
Terri Wallis). Ma ammettiamo pure di non avere certezze su di lei: non dobbiamo
correre il pericolo di uccidere un "essere umano".