Ci sono in giro affermazioni troppo "banali"

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nel caso difficile di Eluana

Giacomo Samek Lodovici
("Avvenire", 18/11/’08)

Noi che siamo tremendamente addolorati per la fine "atroce" (una morte per fame e per sete) che aspetta Eluana siamo accusati di essere crudeli e "sadici", mentre la scelta di farla morire viene da molti considerata un’espressione di "amore".
Non mettiamo in dubbio la buona fede di chi ragiona in questi termini; tuttavia, chiediamoci: che cosa significa "amare"?
Ovviamente l’amore ha una molteplicità di espressioni, ma (lo suggerisce già Aristotele) amare qualcuno è un po’ come dirgli «è bene che tu sia, è meraviglioso che tu esista, gioisco perché tu sei». La prima forma di ogni amore consiste in una gioia perché chi amiamo vive, è un "rendimento di grazie" perché l’amato esiste. Precisiamo: amare non significa volere che l’altro esista come conseguenza del fatto che l’altro ci procura gioia, bensì vuol dire volere e insieme gioire per la sua esistenza. Far morire qualcuno, anche se a "richiesta" (tra l’altro "presunta" nel caso di Eluana), significa dire «non è bene che tu sia, non è meraviglioso che tu esista». Se qualcuno dice con anni di anticipo o grida (o "sussurra") disperato nel presente: «io sono un peso per te» e/o «non vale la pena il mio vivere in questo stato», il vero amore risponde: «è bene che tu sia, è meraviglioso che tu esista anche se la tua condizione è dolorosa per te e/o gravosa per me». Chiedere di morire significa dire: «la mia esistenza non è (non sarà più) "preziosa"»; così far morire qualcuno (per esempio tramite l’azione con cui si toglie il "sondino" dell’alimentazione, oppure tramite l’"omissione" di chi non lo riattacca) equivale a dire a qualcuno: «è vero, tu non vali la pena, la tua esistenza in certe condizioni non è un bene che "soverchi" queste condizioni, non è "prezioso" che tu viva». In effetti, chi si occupa dei malati gravi sa che, quando chiedono di morire, quasi sempre lo fanno perché soffrono e perché si sentono soli. Ora, si noti bene, la sofferenza può essere quasi sempre molto "lenita" con le "cure palliative". E la risposta alla solitudine non è far morire, bensì è l’affetto, è prendere per mano il malato, "detergergli" il sudore, guardarlo negli occhi anche se non risponde, stargli vicino: le invocazioni della morte esprimono la richiesta di non soffrire e una "protesta" contro la solitudine. Così, il desiderio di "suicidarsi" o la richiesta di "eutanasia" si manifestano, solitamente, quando una diagnosi "infausta" viene comunicata e molto spesso tramontano se il malato viene assistito e confortato. Le
Suore "straordinarie" che accudiscono Eluana hanno scritto: «L’amore e la "dedizione" per Eluana» è ciò per cui «affermiamo la nostra disponibilità a continuare a servire – oggi e in futuro – Eluana. Se c’è chi la considera "morta", lasci che Eluana rimanga con noi che la sentiamo "viva". Non chiediamo nulla in cambio, se non il silenzio e la libertà di amare e donarci a chi è debole, piccolo e povero».
Sono crudeli e "sadiche"? Come si può mai considerare la loro "dedizione" a Eluana una forma di "accanimento terapeutico"? E come può essere amore far morire Eluana di fame e di sete? Lasciare che il suo corpo si consumi lentamente a causa della "secchezza" dei tessuti, della "disidratazione" delle pareti dello stomaco (che provoca "spasmi") e delle vie respiratorie, mentre la pelle si ritira, gli occhi si "incavano", la temperatura corporea aumenta per mancanza di sudorazione, il naso sanguina, le labbra e la lingua si spaccano: questo è amore? È vero, sono previste delle "misure" per attenuare (ma solo in parte) questi effetti: ma ciò cambia la "sostanza"?