A un anno di distanza dalla mancata visita alla "Sapienza"

RITAGLI     Un Papa amico della "scienza".     DOCUMENTI
Oggi lo sappiamo ancora di più

Papa Benedetto XVI, un maestro di fede e di vita!

Giacomo Samek Lodovici
("Avvenire", 17/1/’09)

Il 17 Gennaio di un anno fa Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere un’"allocuzione" all’"Università La Sapienza", ma dovette rinunciare in seguito alla preventiva, indegna "contestazione" di un gruppo di studenti e di docenti. Il loro "pretesto": una citazione del "filosofo della scienza" Paul Feyerabend, estrapolata da un "discorso" del 1990, pronunciato dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger, che criticava l’insindacabilità della scienza sostenuta dagli "scientisti" e citava un’affermazione di Feyerabend sulla "vicenda Galileo": non per entrare nel merito, bensì per suffragare, con le parole di un "epistemologo" non certo cattolico, appunto le sue critiche allo "scientismo". Come si ricorderà, i "contestatori", che allignano in una cultura che accusa di intolleranza la Chiesa ad ogni "piè sospinto", scatenarono un "putiferio", dimostrando chi sono i veri intolleranti. Il "caso Sapienza" è stato gravissimo: l’Università, che dovrebbe essere il luogo anzitutto dell’ascolto, poi del "dialogo" e del confronto (anche critico, quando è il caso), veniva preclusa ad uno dei più grandi "intellettuali" contemporanei, mentre nelle nostre Università vengono invitati a parlare persino personaggi legati, in vario modo, al "terrorismo".
Visto che è da tempo che nel nostro Paese si discute di "riforma universitaria", riprendiamo alcuni punti dell’"intervento" non pronunciato dal Papa, prezioso perché mette in luce il fine dell’Università: un tema quasi sempre trascurato nei "dibattiti", che si concentrano su aspetti meno rilevanti della questione, soprattutto su quelli "organizzativi" e di gestione.
Benedetto XVI ricorda che l’Università nasce dalla brama di conoscenza che è propria dell’uomo, che per sua natura desidera sapere e vuole "verità", la quale dev’essere l’unica autorità della "ricerca universitaria". D’altra parte, la conoscenza della "verità" ha come scopo la conoscenza del "bene", è il presupposto per poter conseguire la vita buona. Il grande pregio dell’Università "medievale" è stato quello di affidare alle facoltà di teologia e di filosofia il compito di interrogarsi sull’uomo nella sua "integralità" e, con ciò, il compito di tener desta la sensibilità per la "verità", in cammino con i grandi che hanno cercato di conseguire dei frammenti di quella "verità" che è inesauribile. Poi, lungo la "modernità", si sono dischiuse nuove e preziose dimensioni del sapere, soprattutto nell’ambito delle "scienze naturali" e "storico-umanistiche", è cresciuto il riconoscimento dei "diritti umani", e l’uomo ha conseguito grandi traguardi in termini di acquisizione del sapere e del potere di agire sul mondo e su di sé. Ma il pericolo della caduta nella "disumanità" non è mai scongiurato: il pericolo del mondo occidentale, per esempio, è che l’uomo, proprio insuperbito dalla grandezza del suo sapere e potere, dimentichi di essere docile alla "verità". E ciò significa, allo stesso tempo, che «la "ragione", alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo». In ambito universitario o comunque culturale, ad esempio, la filosofia rischia di degradarsi in "positivismo", mentre la teologia viene confinata nella "sfera privata". Beninteso: i saperi devono essere autonomi dalla "Rivelazione" nel loro ordine e nel metodo; ma quando la cultura diventa "sorda" al grande messaggio della "sapienza cristiana" «"inaridisce" come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la "verità" e così non diventa più grande, ma più piccola».