Alla "radice" di noi, secondo la «Redemptor hominis»

RITAGLI     La "solitudine" più tremenda     DOCUMENTI
quella di non essere amati

Abbraccio d'amore di Giovanni Paolo II ad un bimbo africano!

Giacomo Samek Lodovici
("Avvenire", 18/3/’09)

Qual è il "senso" della mia vita?
Come posso conseguire la felicità? Non c’è un solo essere umano che non si ponga, prima o poi, queste domande, tra loro correlate. Dalla loro risposta dipende la possibilità di riuscire a dare un "valore" persino alla malattia, alla "disabilità", alla sofferenza, come dice anche Nietzsche: «L’uomo, l’animale più coraggioso e più abituato al dolore, in sé non nega la sofferenza; la vuole, la ricerca persino, posto che gli si indichi un senso di essa, un perché del soffrire». Ora, Aristotele notava che tutti gli esseri umani si fanno queste domande, ma poi divergono nelle risposte: per alcuni il "fine" ultimo è il successo, per altri la ricchezza, il piacere e così via. Secondo il conteggio di Varrone, riportato da Agostino, già solo nella "filosofia antica" si potevano enumerare 288 differenti opinioni riguardo alla felicità. Ebbene, nel trentennale della
"Redemptor hominis" (sulla quale la settimana scorsa si è tenuto un "Convegno" all’"Università Lateranense") di Giovanni Paolo II, possiamo rinvenire in questa sua prima "Enciclica" la risposta cruciale: «L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente» ("n. 10"). Si tratta di un’inestimabile verità, densa di significato. Anzitutto, l’essere umano ha bisogno dell’amore (e non solo dell’"accudimento") di altri, nella tenera infanzia per poter sopravvivere, e nel resto della vita per non patire diversi problemi della personalità. Inoltre, noi abbiamo "costitutivamente" bisogno non solamente di essere amati, ma anche di amare. In effetti, l’infelicità è una condizione di solitudine durevole: chi è realmente e non soltanto temporaneamente "solo" è tremendamente infelice. Certo, a volte abbiamo bisogno di stare "a tu per tu" con noi stessi, ma chi non intrattiene mai relazioni significative con alcuno è terribilmente infelice. Ci sono uomini "solitari" che vivono in pace con se stessi, ma la loro è una condizione di assenza di "turbamento", di difesa dalle possibili "ferite" che derivano dai rapporti "interpersonali", non di felicità. Infatti, non si può essere felici da soli, perché l’uomo è un essere "sociale" (e i "contemplativi" sono in stabile comunione con Colui che Platone chiamava il "Primo Amico"). Del resto, per eliminare la solitudine non ci basta nemmeno vivere in mezzo agli altri, perché possiamo restare soli anche in mezzo ad una folla se intratteniamo delle relazioni "superficiali". Abbiamo piuttosto bisogno di entrare in comunione "interpersonale" con gli altri, il che è possibile appunto grazie all’amore. Insomma, siamo spesso concentrati su noi stessi, quando invece (come dice un’immagine efficace di Kierkegaard), la "porta della felicità" si apre verso l’esterno, cioè amando gli altri. Ora, se questo discorso vale anche per il "non credente", il cristiano può comprenderne la ragione profonda, che lo stesso Giovanni Paolo II ha messo in luce nella "Familiaris consortio" ("n. 11"): «Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza: chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore. Dio è amore e vive in se stesso un mistero di "comunione" personale d’amore. […] Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la "vocazione", e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della "comunione". L’amore è pertanto la fondamentale e nativa "vocazione" di ogni essere umano».