A 40 anni dall’"Humanae Vitae"

RITAGLI     Luce sulla grandezza dell’amore umano     DOCUMENTI

È opera della libertà, che può "trascendere" la ricerca dell’utilità,
fino a più alti risultati.

Giacomo Samek Lodovici
("Avvenire", 25/7/’08)

Il 25 luglio di quarant’anni fa Paolo VI firmava l’"Humanae vitae", che è probabilmente l’Enciclica più criticata, anche all’interno dello stesso mondo cattolico. È un testo divenuto «segno di contraddizione» – come prevedeva ampiamente il Papa – e che viene "riduttivamente" ricordato solo per la valutazione morale della "contraccezione", dimenticando la profonda visione antropologica che funge da premessa a tale valutazione. Di tale sfondo antropologico, spesso dimenticato, cerchiamo allora di ricordare qualche aspetto.
Il Papa, con realismo, dice che la generazione e la cura dei figli comportano diverse difficoltà e fatiche, ma illumina nel contempo la grandezza dell’amore umano e della "procreazione". «L’amore coniugale – dice Paolo VI – rivela massimamente la sua vera natura e nobiltà quando è considerato nella sua sorgente suprema, Dio, che è "Amore", che è il Padre «da cui ogni paternità, in cielo e in terra, trae il suo nome». In effetti, mediante l’effusione del suo amore, solo Dio può "creare" (cioè "elargire" l’essere) il mondo e l’uomo, nonché farli "perdurare" (altrimenti essi scomparirebbero nel nulla). Ma l’uomo, con il suo amore, può comunque "pro-creare", sia biologicamente (con l’atto sessuale), sia spiritualmente (con la cura e l’educazione). In tal modo, l’uomo continua e, in certo senso, porta a compimento l’azione divina.
Così, scrive Paolo VI, «il matrimonio non è quindi effetto del puro caso», bensì «è stato sapientemente e provvidenzialmente istituito da Dio creatore per realizzare nell’umanità il suo disegno d’amore».
Inoltre, l’Enciclica esamina da vicino la natura dell’amore umano che è «sensibile e spirituale», che è sì "trasporto" fisico e di sentimento, «ma anche e principalmente è atto della volontà libera». Infatti, dire a qualcuno «ti voglio bene», significa dirgli «io voglio per te il bene», come spiegava, in una certa misura, già
Aristotele; il che testimonia che la piena comprensione di questo insegnamento di Paolo VI arriva con la fede, ma può essere già raggiunta anche da chi non è cristiano.
Cosi come in Aristotele si possono trovare parole simili a quelle del Papa, quando l’Enciclica aggiunge che l’amore, in quanto atto della volontà, è «destinato non solo a mantenersi, ma anche ad accrescersi mediante le gioie e i dolori della vita quotidiana; così che gli sposi diventano "un cuor solo e un’anima sola"».
Inoltre, prosegue Paolo VI, tale amore può essere "gratuito" quando chi ama il proprio coniuge lo ama per se stesso, per quello che è, non per quello che fa o che produce.
L’amore umano, insomma, è opera della libertà, che può "trascendere" la ricerca della propria "utilità-gratificazione" e può accedere alla sollecitudine affettuosa e premurosa verso il bene dell’altro. L’"Humanae vitae", così, mette in risalto la grandezza della libertà e quindi dell’uomo, ben sapendo che «il dominio dell’istinto, mediante la ragione e la libera volontà, impone indubbiamente una "ascesi"», che, però, «ben lungi dal nuocere all’amore coniugale, gli conferisce invece un più alto valore umano»; inoltre «apporta alla vita famigliare frutti di serenità e di pace» e «favorisce l’attenzione verso l’altro coniuge».
Ci dobbiamo limitare a questi elementi del prezioso insegnamento dell’Enciclica. Se esso venisse ascoltato potrebbe (non da solo, ovviamente), per fare solo due esempi, restituire dignità alla donna, spesso utilizzata dall’uomo e non già realmente amata, e contribuire ad affrontare la grave "crisi demografica" che "attanaglia" l’Europa.