CREDERE IN DIALOGO

RITAGLI    Taizé, sessant’anni al servizio dell’unità    COMUNITÀ DI TAIZÉ

A Verona il vicepriore frère François ha ripercorso la storia della Comunità.

Da Verona, Lorenzo Fazzini
("Avvenire", 21/12/’07)

Ritorna come un ritornello che assegna spessore al racconto: «Mi ricordo che…». Pochi giorni fa, a Verona, frère François, vice-priore di Taizé, ha stupito e commosso i partecipanti ad un incontro promosso dal locale "Consiglio delle Chiese cristiane" rievocando le vicende della Comunità fondata da frère Roger Schutz. Un viaggio nel tempo per ripercorrere «60 anni per l’unità dei cristiani», come si intitolava l’appuntamento promosso al "Teatro Stimmate" dal "Segretariato per le attività ecumeniche" ("Sae") e dal "Centro culturale Bertoni". Settantotto anni, olandese, frère François è il vice-priore della Comunità ecumenica; membro di Taizé dal 1951, il religioso dei Paesi Bassi è stato per diversi anni responsabile della formazione dei giovani "frères", portando avanti anche il servizio di «accompagnamento» a sacerdoti e vescovi in visita al centro ecumenico.
Per gli inizi dell’esperienza monastica in Borgogna – ha ricordato – molta parte ha avuto il periodo di malattia e solitudine del 16enne Roger, colpito dalla tubercolosi: «Vivendo con lui, mi sono chiesto tante volte come frère Roger, da adolescente, si fosse interrogato sul modo in cui gli adulti si rapportano con la fede e la Chiesa, se sapevano bene di cosa stessero parlando» – ha detto. Ecco allora nel 1940 la mossa del giovane svizzero di iniziare nel borgo francese di Taizé un’esperienza cristiana basata su tre principi: «Vita comune, povertà, impegno nel celibato. Quest’ultima dimensione, nell’ambiente protestante, non era molto praticata e all’inizio ci sono state delle resistenze a tale prassi».
Quasi subito, dopo l’inizio dell’esperienza comunitaria avvenuta nel 1949 con i primi voti, frère Roger cercò di avviare un contatto con la Chiesa cattolica: «Chiese udienza a papa Pio XII: ci fu nel 1950 un veloce "faccia a faccia" e una benedizione; successivamente vi fu un altro incontro, ben preparato dal sostituto alla Segreteria di Stato, Giovanni Battista Montini».
Venne poi la stagione di
Giovanni XXIII: «Poco dopo essere stato eletto, l’8 novembre chiamò in udienza frère Roger, che domandò al Papa: perché ha così fiducia in noi? E il Pontefice rispose: perché ho visto i vostri occhi innocenti». Frère François ammette che questi contatti con il mondo cattolico fecero scattare pregiudizi e tensioni nell’ambito protestante francese: «Si pensò ad un tradimento visto che andava a parlare con il "nemico"». Ma frère Roger, con il realismo proprio dei mistici, comprese da subito che non era possibile avviare nessun cammino ecumenico senza la presenza della Chiesa cattolica. Senza trascurare naturalmente, i «contatti fraterni e le buone relazioni» con le Chiese luterane scandinave, quelle protestanti di Germania, il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e addirittura quello di Leningrado, in Unione sovietica, dove frère Schutz si recò nel 1978. E con i legami ecumenici, crebbe anche in frère Roger «l’attenzione all’orizzonte del mondo intero, di fronte alle nuove situazioni, come la condizione dell’America latina oppure il dramma della fame dei poveri».
Ma quale il segreto di questo "indefesso" impegno ecumenico, che ha poi visto negli anni Settanta e Ottanta una relazione stretta tra Taizé e le diverse confessioni cristiane, basti pensare alla visita di
Giovanni Paolo II nel 1986? «Frère Roger diceva di aver trovato la propria identità di cristiano riconciliando in se stesso la fede delle sue origini con il mistero della fede cattolica, senza rotture». E di fronte agli "impasse" ecumenici il "drappello" di monaci della Borgogna ha perseverato nel ministero della riconciliazione, anche nella difficoltà. «Giovanni Paolo II – annota fratel François – ripeté sempre a frère Roger di continuare sulla sua strada: cercare la comunione».