TESTIMONIANZA

Il dissidente cinese Harry Wu racconta i suoi 20 anni
passati nei famigerati "laogai":
«Ma ancor oggi esistono più di mille campi».

RITAGLI    Nei "gulag" di Pechino    SPAZIO CINA

Arriva in Italia il volume di memorie,
che negli Usa è stato il libro dell’anno nel 2007.
«Ero un giovane studente: le mie poche critiche al regime nel 1960
mi portarono ad essere internato fino al 1979».

HARRY WU, per vent'anni prigioniero nei "laogai" cinesi...

Lorenzo Fazzini
("Avvenire", 11/1/’08)

I "gulag" e i "lager" esistono ancora oggi, non più sotto il marchio sovietico o nazista dei decenni bui del Novecento. Adesso li si deve chiamare con il nome un po’ esotico di "laogai" e sono nascosti dietro la "maschera" dell’attuale Cina "ipercapitalista". Ma ciò nondimeno vi si continuano a perpetrare terribili violazioni dei diritti umani in nome dell’ideologia.
E se Monowitz, "sotto-campo" di Auschwitz, ha avuto un suo drammatico cronista in Primo Levi e la penna di Aleksandr Solzenicyn ha dato voce alla tragedia dei "gulag", è grazie al racconto di
Harry Wu, dissidente cinese oggi settantunenne, che è possibile aprire un nuovo, lacerante squarcio sui "laogai". I quali sono tutt’altro che un "relitto" del Secolo breve: ai nostri giorni sono censiti 1045 "campi di detenzione" oltre la "Grande Muraglia", in cui si trovano rinchiusi milioni di prigionieri senza avvocati.
La memoria autobiografica di Harry Wu - oggi direttore della
"Laogai Foundation" negli Stati Uniti, che studia tale fenomeno - arriva ora in Italia sotto il titolo di "Controrivoluzionario. I miei anni nei gulag cinesi", che le "Edizioni San Paolo" mandano in libreria la prossima settimana. Lo stesso esule cinese parlerà mercoledì 23 gennaio al "Pime" di Milano e il giorno dopo all’Istituto "Stimmate" di Verona per presentare quello che nel 1994, anno della sua uscita negli Usa, il "New York Times" aveva definito «il libro dell’anno».
Nel poderoso volume (424 pagine, 22 euro) questo docente di geologia originario di Shanghai rievoca la sua vita di deportato nei "laogai" maoisti partendo dall’arresto nel 1957 per attività "controrivoluzionaria": aveva denunciato il "Partito Comunista" durante la "Campagna dei Cento Fiori". Condannato nel 1960, Wu iniziò un’odissea di 19 anni trascorsi in ben 12 "laogai".
Costruzione di strade, attività agricole e minerarie, senza sicurezza né igiene, spesso in condizioni ambientali rigidissime, sessioni di "indottrinamento" ideologico: era questo il "menù" dei "campi" aperti da Mao Tse Tung nel 1950.
Wu, figlio di un banchiere e studente nel locale Istituto dei "Gesuiti" di Shanghai - dove nel 1950 ricevette il battesimo - si vide così precipitato all’inferno di una persecuzione durata quasi un ventennio: «Ero un giovane studente, avevo solo detto qualche parola, non volevo confrontarmi in maniera violenta con il regime comunista, ma sono bastate queste poche parole per farmi andare in uno di questi "campi"», spiega oggi rievocando quel doloroso passato. «Non ne sapevo nulla di politica ma le mie poche critiche sono bastate per farmi passare vent’anni in carcere. Come me, ci sono stati un milione di persone che hanno fatto la stessa fine perché giudicate "controrivoluzionarie"».
Wu spiega di «non essere un eroe. Il mio passato non è diverso da quello di molte migliaia di persone che non hanno avuto modo di raccontare la loro storia». Anche perché, dice, chi finiva in un "laogai" subiva un duro "ostracismo" sociale: «Le famiglie, gli amici, i tuoi cari, quando vedono che sei condannato dal regime, sono costretti a ripudiarti pubblicamente. Questo fa sì che il prigioniero sia completamente isolato dal suo passato e dalla sua famiglia».
E pensare che, dopo l’arrivo dei "rossi" a Shanghai nel ’51 e la normalizzazione maoista, il giovane Harry, pronto per frequentare l’"Istituto di Geologia" a
Pechino, aveva intendimenti tutt’altro che reazionari: «Ripensavo alle lezioni di politica che ci erano state impartite a scuola. Il mio Paese aveva sofferto troppo. Desideravo dedicare la mia vita ad aiutare il "Partito Comunista" nella costruzione di una nuova nazione, in cui gli uomini potessero vivere con dignità, senza essere oppressi dal bisogno e dall’ingiustizia».
Ma l’esperienza dell’ambiente "iperpoliticizzato" dell’ateneo pechinese deprime il giovane Harry che nella "Campagna dei Cento Fiori" del ’57, durante la quale i cittadini cinesi erano invitati a dare critiche "positive" al "Partito", si lancia in una "reprimenda" delle ingiustizie e dei soprusi del sistema che gli causa la condanna ai lavori forzati per tali «idee velenose».
Inizia così quell’incubo di privazioni e soprusi che Wu racconta anche con crudo realismo nel suo libro. E che si conclude con la scarcerazione nel 1979 dalla miniera di Wangzhuang.
Nel mezzo lavori in risaie, come ad esempio nel campo di Qinghe, o nell’agricoltura, alla fattoria Tuanhe: i prigionieri mangiavano un tozzo di pagnotta per metà di sorgo e per metà di paglia, addolcito da una "brodaglia" di segatura di torsolo di pannocchia macinato.
Ma se ieri i "laogai" erano strumenti di repressione nella mani dell’ideologia maoista, oggi restano una macchia tremenda - denuncia Wu - nella Cina che si prepara ad accogliere i "Giochi olimpici": «"Laogai" è un termine non usato in Cina perché ora è internazionalmente riconosciuto. Però è una realtà ovviamente che esiste ancora: oggi i prigionieri producono giocattoli, scarpe, palloni da calcio». E guardando alle relazioni tra la Cina e il resto del mondo, soprattutto l’Occidente, Wu è tutt’altro che ottimista: «Nonostante i crimini compiuti dal regime cinese, non mi sembra esista la volontà politica internazionale di farli smettere».