SCIENZE

Recuperando il pensiero di Teilhard de Chardin,
è plausibile conciliare il "darwinismo" con la creazione divina. Parla Ilia Delio.

RITAGLI     «Fede ed evoluzione, binomio possibile»     DOCUMENTI

La teologa americana spiega:
«Già Agostino e Bonaventura dissero che nella materia
ci sono "semi" aperti a ogni forma di vita».

Lorenzo Fazzini
("Avvenire", 23/8/’08)

Sì all’evoluzione e ai suoi risvolti teologici, che indicano nell’«amore» come la «più alta forma di bene» la caratteristica che meglio si oppone all’«ateismo biologico» di Richard Dawkins.
Recuperando il pensiero di
Teilhard de Chardin, ma anche Bonaventura e Thomas Merton, la teologa americana Sister Ilia Delio, docente alla "Washington Theological Union", già vincitrice di un corso "Templeton" su "Scienza e Religione" - ha tracciato nel recente "Christ in Evolution" ("Orbis Books", pp. 228, $18) le modalità con cui la teologia può «approfittare» delle acquisizioni di una scienza che vede nel «mutamento» il nucleo essenziale della materia.

Nel suo libro si legge: «Trovo un posto per un "disegno intelligente" dentro il contesto dell’evoluzione». Come concilia queste due posizioni?

«Il mio "retroterra" teologico è la teologia francescana, in particolare Bonaventura e Duns Scoto. Da un punto di vista scientifico l’evoluzione è la modalità fisica con cui la vita emerge nell’universo.
Bonaventura, come
Agostino, sosteneva l’idea delle "rationes seminales", ovvero che la materia ha dentro di sé, dalla creazione, le possibilità per ogni possibile forma di vita. Come questi "semi" divengano la realtà, questo è il succo della scienza.
Potremmo dire che l’evoluzione è lo svelarsi delle potenze interne alla materia attraverso vari processi. L’idea di un "disegno intelligente" come immissione di informazioni dall’esterno non ha senso, né scientificamente né teologicamente. L’uso di tale termine da parte dei "creazionisti" riflette una teologia debole e non segue una visione teologica trinitaria. Io sostengo che l’evoluzione è compatibile con il "disegno intelligente" perché uso tali termini come teologa. Tutto si gioca sulla "Trinità": Bonaventura la descrive come una comunione di persone che si amano e che è basata sui concetti di bontà e amore personale. Scoto sosteneva che, essendo Dio amore, Dio ama l’altro più di Dio stesso in vista della perfezione dell’amore. Cristo è il primo nell’intenzione di amore di Dio. Per questo egli è l’impronta della creazione, cioè il "disegno intelligente" di Dio, che non è basato sull’informazione logica ma sulla logica dell’amore perché Dio è amore. Una volta che si entra nel mistero di Cristo in relazione alla "Trinità" l’evoluzione acquista senso, come svelamento della vita nell’universo attraverso una complessità e convergenza sempre più grandi, come svelamento del disegno di amore da parte di Dio.
Come scrisse Teilhard de Chardin, Cristo è il centro personale di un universo personalizzato».

Lei sostiene che l’evoluzione biologica è un «mistero di amore produttivo», a differenza di Richard Dawkins e del suo «gene egoista»…

«Quando parliamo di amore in una prospettiva teologica, non ci riferiamo ad un sentimento; esso, come insegnano i medievali, è la più alta forma del bene. La bontà e l’amore danno al mondo creato le qualità di "trascendenza", relazionalità, fecondità, "generatività" che segnano anche il processo fisico dell’evoluzione.
Quando usiamo insieme le parole "evoluzione" e "amore" diciamo che esiste una natura "trascendente", relazionale, feconda e "generativa" nel mondo fisico. Il problema di Dawkins è che la sua scienza "evoluzionistica" è miope e i suoi argomenti contro la religione sono banali. Egli non ha "gambe teologiche" che lo facciano stare in piedi e così i suoi argomenti "anti-religiosi" non hanno valore.
Dawkins, come altri nuovi atei, sfrutta la popolarità e ne approfitta per "ridicolizzare" Dio».

L’ateismo «biologico» ha conseguenze sul piano culturale e sociale?

«Diffondere questo ateismo torna facile al consumismo, in particolare nei paesi benestanti dove la gente è occupatissima ma annoiata. Fino a quando la gente vedrà soddisfatta le proprie voglie, Dio verrà considerato un’ipotesi non necessaria. Sfortunatamente questo tipo di comportamento egoista fa continuare i problemi, in particolare l’infelicità diffusa. Una teologia dell’amore divino è un invito all’amore disinteressato per partecipare alla "massimazione" del bene nell’universo, che è destinato all’unione e trasformazione in Dio. È un invito alla "trascendenza" e alla "creatività generativa", ad essere orientati sull’altro, che è poi la realizzazione della personalità.
L’ateismo tende a nutrire individui egoisti, che assorbono dal mondo più bontà di quanta ne generino».

Lei definisce l’evoluzione «un dono alla teologia»: perché?

«La teoria dell’evoluzione di Darwin indica nel cambiamento il fondamento per capire la vita.
Alcuni dicono che essa ha cancellato Dio come creatore perché descrive i meccanismi di mutazione dentro la natura. In una prospettiva di fede l’evoluzione offre un nuovo modo di vedere Dio come creatore: non uno che impone ordine nel mondo, ma un Dio che lavora dentro e attraverso l’ordine e il disordine creato. Il cambiamento non è lontano da Dio, piuttosto Dio lavora dentro e tramite questo cambiamento o, come ha detto
John Polkinghorne, Dio non si preoccupa della confusione della creazione. La teoria dell’evoluzione è un dono alla teologia perché ci permette di vedere Dio al lavoro in un mondo che cambia. Ciò è molto compatibile con il pensiero cristiano radicato nell’"Incarnazione", Dio che diventa uomo e l’umano che diventa divino. Per il cristiano il cambiamento è letteralmente il "cuore" della materia. Come sosteneva Teilhard de Chardin più di 50 anni fa, il cristianesimo è una religione d’evoluzione».