INTERVISTA

Aravind Adiga, vincitore del "Brooker Prize":
«Nel mio Paese convivono "sacche" di estrema "indigenza"
ed aree a livelli "occidentali"».

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«Nelle città "diritti umani" e libertà sono garantiti:
è questo che i "fanatici islamici" non riescono a tollerare, e attaccano così violentemente.
«I "cattolici" hanno creato scuole, ospedali e "servizi sociali" aperti a tutti:
io stesso, "indù", ho ricevuto un’ottima istruzione dai "Gesuiti"».

Profughi cristiani dell'Orissa contemplano immagini religiose...

Cristiani dell'India in preghiera in un campo profughi!

Lorenzo Fazzini
("Avvenire", 2/12/’08)

Aravind Adiga è in buona compagnia: prima di lui, solo quattro altri scrittori indiani – Vidiadhar S. Naipaul, Salman Rushdie, Arundhati Roy e Kiran Desai – avevano vinto il "Booker Prize", riconoscimento assegnato al miglior "narratore esordiente" di lingua inglese.
Questo scrittore trentaquattrenne del
Karnataka è stato premiato per "La tigre bianca" ("Einaudi", pagine 232, euro 19,00), "narrazione-denuncia" del volto dell’India che non splende, fatto di "corruzione" e "oppressione" dei poveri. Per l’occasione Adiga, indù, ha devoluto più di un terzo del compenso ricevuto (ottantamila dollari) alla sua ex scuola, il Collegio Cattolico "St. Aloysius", dove ha studiato per dieci anni.
«Questi soldi andranno ad un "orfanotrofio" per ragazzi poveri, che così potranno andare all’Università: l’ho fatto in memoria del mio grande insegnante di "fisica", il "Gesuita" Victor D’Souza, e per la buona educazione ricevuta».

In «La tigre bianca» lei denuncia l’esistenza di «un’India di "Luce" e un’India di "Tenebre"»: quali sono le differenze tra questi due "Sotto-Paesi"?

«La diversità è profonda. La "classe media" delle città delle zone meridionali e occidentali ha accesso ad un tipo di educazione e "assistenza sanitaria" paragonabile ai più alti "standard" del mondo. D’altra parte, gli indiani poveri dei villaggi lungo il Gange, nel Nord, sono "analfabeti", mancano di cure sanitarie e soffrono la fame. La differenza non è solo "economica", ma anche "morale": nelle zone ricche la gente è libera di votare e scegliersi il proprio "partner", libera di muoversi ed esprimere le proprie opinioni politiche.
Nelle zone più povere dell’
India queste libertà vengono spesso "soppresse". Quando la gente abbandona i villaggi per le città, non si muove solo per motivazioni economiche, ma anche in cerca di una libertà personale e politica più ampia».

L’India è "sotto shock" per gli attacchi di Bombay. A suo giudizio, questi attentati hanno motivazioni economiche, religiose o politiche?

«Il "terrorismo" nasce da motivi diversi. La maggioranza dei musulmani, in India come in Pakistan, sono persone amanti della pace e gran lavoratori, che lottano per superare la povertà e per un domani migliore. Esiste però un piccolo gruppo di "fondamentalisti islamici", sia in Pakistan che in India, che odiano l’India "laica", "multi-etnica" e "multi-religiosa", "aperta" e "tollerante". Vogliono provocare una "guerra" tra India e Pakistan, e rovinarli entrambi. Bombay, una delle città più ricche dell’India, "etnicamente" una delle più variegate – indù, musulmani, cattolici, "zoroastriani", ebrei, "sikh" vivono fianco a fianco – è quanto di più odioso per gli "estremisti religiosi". Inoltre l’India è governata da un sistema politico "inefficiente" e "burocratico", "corrotto", molto più interessato a sfruttare i propri concittadini che a proteggerli dai "terroristi"».

Come prevenire il "terrorismo"?

«Ci vuole una "riforma" del Governo, della sua "intelligence" e delle forze di "polizia"; è necessaria una pressione più forte sul Governo Pakistano perché controlli i "fondamentalisti islamici" locali; le "comunità islamiche" di India e Pakistan devono ammettere che al loro interno vi è un elemento "estremistico" e "criminale", e devono combatterlo in modo deciso».

Qual è la sua opinione sulla presenza della "Chiesa" nel suo Paese?

«La "comunità cattolica" ha aiutato in maniera enorme l’India creando scuole, Università, ospedali e centri di "servizio sociale" che hanno accresciuto il nostro sviluppo. In India le "istituzioni cattoliche" sono aperte a tutti, senza distinzione di religione. Indù e musulmani hanno ricevuto grandissimi benefici dall’eccellente educazione fornita nei secoli dai centri scolastici "ecclesiastici". I cattolici hanno arricchito la vita dell’India attraverso il loro importante contributo culturale; molti dei nostri migliori musicisti, artisti, disegnatori di moda e scrittori sono cattolici, persone molto "patriottiche", le prime a prendere le armi per difendere l’India».

Cosa ci può raccontare dei suoi anni a scuola dai "Gesuiti"?

«Io sono indù e sono cresciuto a Mangalore, dove c’è una popolazione cattolica molto "folta". Il mio quartiere, Valencia, è abitato per lo più da cattolici. Ho studiato in un "istituto cattolico", la "St. Aloysius School"; mio padre era chirurgo in un "ospedale cattolico" e mia madre "assistente sociale" presso le "Sorelle della Carità". Grazie alla forte influenza cattolica, già da ragazzo sono stato reso consapevole che, sebbene fossi fortunato ad essere ricco, molte altre persone in India non erano state così fortunate. A scuola mi venne insegnato che non dovevo mai guardare i poveri dall’alto in basso, ma ricordarmi di condividere la mia fortuna con loro».

Da Agosto in Orissa ci sono state gravi violenze "anti-cristiane" da parte di "estremisti" indù…

«Gli attacchi contro i cristiani – portati avanti da "assassini" che vanno trovati, arrestati e condannati – devono essere condannati da tutti gli indiani. A causa del loro piccolo numero i cattolici sono esposti al "fanatismo religioso": i Governi, in Orissa e a livello "centrale", devono assicurare che i cattolici possano vivere senza paura in India, che è la loro "patria" come è la mia. L’accusa che i cattolici cerchino di fare "conversioni" è falsa: centinaia di migliaia di studenti indù e musulmani frequentano le "scuole cattoliche" in India e nessuno ha mai ricevuto "pressioni" per cambiare religione. I "fondamentalisti" indù lanciano queste "accuse" perché vogliono guadagnare "voti" e impossessarsi dei beni dei cattolici».