"ESEGESI"

Parla il "biblista" José Miguel García,
che "rilancia" la tesi di una redazione in "aramaico" dei "Vangeli".
Scritti in «presa diretta».

RITAGLI     I "Vangeli"? "Testimonianze oculari"     DOCUMENTI

Dice lo "studioso":
«Sono testimonianze di quello che è accaduto,
da parte di chi ha visto l’"evento-Gesù".
Poi la "teologia" nasce da quell’"evento"».
«Non ho nessuna pretesa "apologetica": sono solo convinto che,
mostrando l’influsso "semitico" dietro al testo "greco",
si possa andare più vicino ai fatti narrati».

Lorenzo Fazzini
("Avvenire", 19/12/’08)

I "Vangeli"? Storicamente affidabili. La Chiesa timorosa della "ricerca biblica"? Tutt’altro: il "metodo storico-critico" «corrisponde» alla stessa fede cristiana, che si fonda su un "evento storico". Però per comprendere la "Scrittura" serve «partecipare all’esperienza che vi viene narrata». José Miguel García, "teologo" e "biblista" spagnolo, Direttore della "Cattedra di Teologia" all’"Università Complutense" di Madrid, ha appena dato alle stampe – nella "collana" «I libri dello spirito cristiano» della "Bur" – il saggio "Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo" ("Rizzoli", pp. 455, euro 11). Lo raggiungiamo a Gerusalemme, dove si trova per motivi di studio.

Non solo il "metodo storico-critico" ma uno «sguardo di fede». Questo il compito dell’"esegesi" secondo Benedetto XVI: perché è importante questo doppio approccio?

«La Chiesa deve sempre mantenere l’equilibrio tra questi due elementi. L’affermazione del Papa si inserisce nella tradizione ecclesiale, ad esempio dei "Padri della Chiesa", pure loro impegnati a difendere la verità storica dei "Vangeli". Essi non usavano il "metodo storico-critico", ma a loro modo difendevano quei testi per il loro contenuto storico. Agostino e Origene, nelle loro omelie e libri, cercavano di mostrare come ciò che vi veniva raccontato erano veramente "fatti storici", che comunicavano una salvezza e una risposta ai bisogni dell’uomo. I "Vangeli" non sono informazioni su un fatto passato, bensì su un "evento" che inizia nel passato ma rimane nel presente e ha la pretesa eccezionale di essere la risposta ai bisogni dell’uomo. Questi libri parlano di un uomo, Gesù, che aveva coscienza della propria "divinità" e "missione" riguardo tutti gli uomini. Quindi è un passato che si fa presente e accade anche oggi».

Nel suo lavoro lei cita lo studioso francese Jean Carmignac, che si augurava il "declino" del «"bultmannismo", che in Francia ha "pervertito" tanti spiriti»…

«Il vero problema di Bultmann è la sua concezione della fede: a suo giudizio il credere non ha bisogno di nessun appoggio da parte della ragione, la fede basta a se stessa.
Ma questo è un uso limitato del "metodo storico-critico", si tratta di un utilizzo parziale della ragione.
Un esempio: se la razionalità si chiude alla possibilità di un intervento del "Mistero" nel mondo, di fronte al racconto di un "miracolo" essa si blocca nel suo "pregiudizio" e afferma che tale evento non può essere avvenuto».

I libri di Corrado Augias diffondono la visione per cui la storia di Gesù è diversa da quella che i "Vangeli" canonici (e la Chiesa) ci hanno tramandato. Cosa risponde da studioso di "scienze bibliche"?

«Questi volumi considerano i "Vangeli" come non storicamente "affidabili": se si pensa che essi siano stati scritti soltanto per comunicare una "dottrina", l’approccio che ne segue viene determinato da tale "pregiudizio". I "Vangeli" non sono una "teologia" o la riflessione di una comunità: sono innanzitutto testimonianze di quello che è accaduto da parte di chi ha visto l’"evento-Gesù". Poi la "teologia" nasce dall’"evento". Tra l’altro, se Augias non accetta la testimonianza dei "Vangeli" canonici, che sono veramente le nostre fonti per conoscere Gesù, su cosa si basa per ricostruire la storia di Gesù? Sulla sua immaginazione? Nel mio libro tento di offrire alcuni argomenti per mostrare che queste testimonianze non sono così tardive come si pensa di solito, bensì molto vicine ai fatti, provengono dai testimoni, da chi ha visto e udito».

Lei rilancia l’ipotesi di un "sub-strato semitico" nei "Vangeli": perché?

«Non ho nessuna pretesa "apologetica", sono solo convinto che mostrando l’influsso "semitico" dietro al testo "greco" dei "Vangeli" si possa andare più vicino ai fatti narrati. Se questi testi sono stati composti in ambiente "semitico" – per Carmignac erano scritti in "ebraico"; a mio parere in "aramaico", la lingua parlata da Gesù – ciò significa che sono stati messi per iscritto nella terra dove quei fatti sono avvenuti, non al di fuori, nel mondo "greco". Inoltre, il "sub-strato semitico" aiuta a risolvere determinate difficoltà che si incontrano nei "Vangeli" a livello di comprensione del testo».

Secondo lei la Chiesa ha paura della "ricerca storica" applicata alla "Scrittura"?

«Assolutamente no. Forse ne aveva a fine "Ottocento" – inizio "Novecento", quando si è fatta strada l’"esegesi razionalista", ma adesso no. Quel tipo di studio ha portato a nuove indagini più approfondite che hanno mostrato la solidità della fede e dei "Vangeli" stessi: dopo tanti studi fatti negli ultimi decenni si è dimostrato che la Chiesa aveva ragione. Si chiede solo che lo studio venga fatto in maniera scientifica e non "pregiudiziale", come chi si accinge alla "Scrittura" esclusivamente per provare una tesi già "pre-costituita". La Chiesa non rifiuta l’uso del "metodo storico-critico", anzi: afferma che è la stessa natura della fede che esige questo studio, che non va contro la fede. Ma è pur vero che per comprendere fino in fondo quello che si racconta in questi libri non basta tale approccio: occorre "partecipare" alla stessa esperienza che viene testimoniata».