RITAGLI  L'umanità del dio bambino  DIARIO

Don Bruno Maggioni *
("Mondo e Missione", Novembre 2005)

Per umiltà s’intende l’atteggiamento di chi si mette in armonia, alla pari con gli altri; se è di Dio, vuol dire che Dio si è messo in mezzo agli uomini, vivendo da uomo. Come un vecchio casolare in montagna non rompe il paesaggio, è in armonia, così un grattacielo è, invece, fuori contesto. L’arrogante è qualcosa di stonato; l’umile, invece, è in armonia con gli altri, senza ergersi al di sopra degli altri.
Propongo innanzitutto alcune osservazioni su quella particolare stagione della vita che è l’infanzia. Il Nuovo Testamento, parlando dei bambini, usa diversi vocaboli greci: brefos, neonato, lattante, infante, un bambino piccolo bisognoso di tutto (così Gesù in Lc 2); nepios, nel senso di piccolo, fanciullo, inesperto, semplice (ma anche nel senso negativo di sciocco); pais: ossia ragazzo, figlio, anche garzone, servo. Infine abbiamo uios: figlio, indica l’origine, l’appartenenza a un padre. Questo vocabolario mostra già le due facce, positiva e negativa, del bambino che è prezioso, ma anche inesperto. Il bambino è figlio, ma può essere anche servo; è piccolo, ma proprio per questo può essere considerato uno sciocco. Quella del bambino è, quindi, una figura che diventa metafora di una condizione di vita, di precise qualità.
Siamo al centro dell’evento cristiano: un Dio-bambino. Matteo parla di un bambino (usa soprattutto il termine paidion) che è amato e curato e insieme perseguitato. Il racconto di Matteo si snoda alternando la descrizione di Gesù bambino amato e però anche profugo, cercato dai Magi ma anche rifiutato. In più questo bambino è chiamato anche Salvatore (Gesù), Dio-con-noi (Emmanuele), re. Ci troviamo di fronte a due elementi contrastanti: da una parte un bambino, che potrebbe anche essere «servo», e dall’altra una serie di titoli gloriosi. Questo bambino, come tutti i bambini, non è protagonista di niente: è condotto (è il padre che lo porta in fuga), ma è anche l’Emmanuele. È quindi, il Dio cristiano, un «Dio con noi» che, però, è in mano ad altri.
Già in Matteo, che pure non sviluppa molto questa teologia, si nota il paradosso tipicamente cristiano di un Dio che si manifesta nella debolezza. Ed è proprio questo il centro della fede. Luca è ancora più interessante. Leggiamo il bellissimo episodio della nascita di Gesù (2, 1-20). L’evangelista costruisce tre scene: l’avvenimento, ossia la nascita di Gesù; l’annuncio ai pastori della nascita di Gesù; infine, l’incontro dei pastori con Gesù. Avvenimento, annuncio, incontro (che può essere accoglienza o rifiuto) sono i tre momenti, l’intelaiatura della tradizione cristiana.

Qualche osservazione. Nella prima scena, in cui si racconta l’avvenimento della nascita, non si trova un solo tratto meraviglioso, non c’è assolutamente nulla di eccezionale, non c’è un solo miracolo. Anzi, si insiste sul contrario: Gesù nasce a Betlemme perché l’imperatore Augusto ha emanato un editto di censimento, quindi Giuseppe e Maria, come tanta povera gente, devono obbedire. Chi comanda fa gli editti, gli altri subiscono. Tuttavia Luca fa capire che il centro della storia è Gesù, non l’imperatore. Ma questo «centro» è un bambino deposto nella mangiatoia perché «non c’era posto per loro nell’albergo». Tutto qui. Si tratta proprio di un figlio (uios) deposto in una mangiatoia. Noi, la nascita di Gesù, l’avremmo arricchita di lampi, di tuoni, di colori, di meraviglioso, come fanno di solito le tradizioni religiose, invece ecco un fatto assolutamente essenziale, normale, che sarebbe sfuggito a chiunque se non fosse stato annunciato.
Nella seconda scena, c’è qualcosa di meraviglioso: gli angeli che appaiono ai pastori, la luce che li avvolge, il canto della moltitudine, ma questi tratti gloriosi sono a servizio del fatto essenziale. Se, infatti, vediamo un bambino deposto in una mangiatoia non possiamo immaginare che è il Figlio di Dio, ci vuole qualcosa che ce lo dica: sono gli angeli a rivelarlo. Tuttavia anche qui è presente una contraddizione: gli angeli non potevano trovare gente più importante dei pastori con a disposizione mezzi più efficaci per comunicare la notizia? C’è evidentemente una ragione teologica, ed è che la «debolezza» del bambino si trasferisce immediatamente nella «debolezza» dell’annuncio.
È lo stesso paradosso che si trova in Matteo, ma qui espresso molto più chiaramente. Infatti, di quel bambino in fasce si dice che è una grande gioia per tutto il popolo, che è il Salvatore, il Messia e il Signore. Salvatore, per gli ebrei, era Dio stesso che li aveva salvati dall’Egitto e avrebbe creato un mondo nuovo. Anche nel mondo pagano «salvatore» era un nuovo imperatore, un generale che vinceva e saliva al trono. Qui, invece, Salvatore è un bambino inerme! Il Messia, per gli ebrei, era l’immagine del cambiamento del mondo: ma come può cambiarlo un debole bambino? Signore, Kyrios, per gli ebrei era Dio, per i greci e i romani era l’imperatore: titoli grandiosi, sproporzionati se applicati a un bambino del tutto inerme. Ma è proprio qui, nel cuore di questa insanabile contraddizione, di questo paradosso che si concentra l’anima del Vangelo e, quindi, la bellezza del cristianesimo. (Non a caso gli apocrifi hanno descritto un Gesù prodigioso, per questo non sono stati accolti dalla Chiesa).

Se Gesù ha cominciato a predicare a trent’anni, prima che cosa ha fatto? Niente, è stato solo un figlio nel quotidiano di una vita normale. Infatti, i suoi compaesani non crederanno che sia il Messia proprio perché lo riconoscevano come uno di loro e come può un manovale essere la manifestazione di Dio? Invece Dio «spreca» trent’anni al suo paese e poi gli altri tre per dire semplicemente che Dio è lì, nel quotidiano!
Se il bambino anonimo, debole, che non è protagonista, proprio lui è la manifestazione di Dio, quindi se Dio si è manifestato con questo volto, allora gli uomini devono cambiare la loro idea di Dio. Se il loro Dio ha il volto della potenza, devono imparare a pensare che la potenza di Dio è la debolezza dell’amore, dell’umiltà.
Se il bambino Gesù ci ha collocato al centro del mistero cristiano, questa logica continua e pervade tutto il Vangelo. Nella vita pubblica ci sono alcuni episodi in cui Gesù incontra i bambini. Il primo è narrato in Mc 10, 13-16. «Gli presentarono dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano…». Da notare il contrasto tra Gesù e i discepoli: i discepoli sgridano i bambini e Gesù sgrida i discepoli. Non è un contrasto fra Gesù e il mondo, ma all’interno della Chiesa. È la mentalità del discepolo a essere in discussione, non quella del mondo!
Il secondo lo troviamo in Mt 11,25-27 (Lc 10,21-22). «In quel tempo Gesù disse: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli…». Qui il termine usato è nepios: bambino, piccolo, sempliciotto. Chi sono i sapienti a cui il mistero del Regno non è stato svelato? Sono le autorità religiose, gli scribi, i farisei. E chi sono i piccoli? Sono quelli senza importanza: i contadini illetterati, le persone senza importanza, che si è tentati di mettere da parte. Il termometro cristiano è qui, il progetto culturale deve essere per i piccoli.

E che cosa è rivelato? Il nocciolo del mistero che abbiamo già intravisto: Dio che si mette al livello del piccolo, del semplice, che si rivela nel suo volto. Qui l’immagine del bambino diventa l’immagine di una qualità di Dio prima ancora che del discepolo: quella del Signore del cielo e della terra che si mette a livello dei piccoli.
Ai «grandi» tutto questo non piace, ai piccoli sì perché pensano: per fortuna c’è uno che è in mezzo a noi, ci capisce e condivide i nostri problemi... Potrebbero capirlo anche i grandi, il problema è che se per un istante pensano che Dio si è fatto piccolo, capiscono che devono farsi piccoli anche loro. E  questo li infastidisce. La piccolezza, infatti, non è una virtù ma una condizione.
Un terzo episodio, infine, è il brano di Mt 18,1-5 (Mc 9,36-37; Lc 9,46.48). «In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: "Chi dunque è il più grande nel Regno dei cieli?". Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: "In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli"…». Il capitolo 18 di Matteo contiene la regola di vita pastorale data alla comunità. Matteo, rispondendo alla domanda «cosa deve fare la comunità dei discepoli per dire che è alla sequela di Cristo crocifisso?», invita la Chiesa a prendersi cura dei piccoli. Il bambino è posto nel mezzo, al centro dell’attenzione perché l’adulto impari. L’adulto deve convertirsi, «capovolgersi» ed è necessario che lo faccia perché, altrimenti, non entra nel Regno dei cieli. Matteo ce l’ha messa tutta per far capire l’importanza di quel: «Devi diventare come un bambino». Che cosa vuol dire? Che il bambino va «accolto», dice il testo, non solo aiutato. E accogliere vuol dire ospitare, infatti si può aiutare fuori dalla porta, senza far entrare in casa, a distanza.

Bisogna, inoltre, accogliere in un modo preciso: «in nome mio». Non vuol dire che io, per me, lo manderei via ma, siccome penso a Gesù, in suo nome lo accolgo. Vuol dire che si deve accogliere allo stesso modo in cui Gesù ha accolto i bambini, cioè i piccoli, chi ha bisogno d’essere accolto perché è ai margini.
Proviamo allora a tirare alcune conclusioni.
Prima osservazione. Il bambino nel mondo antico, nel mondo biblico, era amato ma non era al centro dell’attenzione, non era lui il valore supremo da difendere. Amato, curato perché diventi adulto, importante; come bambino è solo un inizio del cammino per diventare grande. L’adulto non ha niente da imparare dal bambino, è solo il bambino che deve imparare dall’adulto. I genitori sanno cosa insegnare al bambino, quindi non fanno la fatica di capire che cosa vuole, di che cosa ha veramente bisogno, chi veramente è.
Anche in altri testi del Nuovo Testamento viene detto, ad esempio, ai cristiani di lasciare l’età infantile, di non essere più bambini per crescere nella salvezza (Cfr 1 Pt 2,2). San Paolo rimprovera i cristiani di Corinto che si vantano e dice loro: siete neonati, non ho potuto darvi un cibo solido, ho dovuto darvi latte, non comportatevi da bambini.

Tutto questo è giusto, tuttavia Gesù si diverte a rovesciare l’idea di discepolato: non diventare «adulti» ma diventare «bambini». Perché? Che cos’ha il bambino di particolare? Qual è la condizione che il bambino ha e che invece l’adulto rischia di perdere? È che il bambino ha ancora davanti il futuro «aperto», una vita non ancora schematizzata. Così dovrebbe essere l’adulto vero: non un uomo che si è progettato nei minimi dettagli ma che si è mantenuto aperto all’inedito, al gratuito, a ciò che sopravviene e genera stupore: lo stupore dei bambini. Un uomo che non ha posto nel controllo di sé e della vita la sua confidenza; che cammina con fiducia verso un futuro aperto senza ostinarsi a piegarlo al suo volere.
Bisogna mantenere quella libertà, spontanea nel bambino, che non pretende di predisporre il futuro, che rende liberi. Così è il discepolato secondo Gesù. Il discepolo è colui che mantiene aperto il futuro e segue Gesù che si rivelerà. «Venite», dice Gesù ai due discepoli che gli chiedono dove abita, «e vedrete» (Gv 1,35-51). Se l’uomo si chiude al futuro, non è più discepolo. Tutt’al più pregherà Dio perché realizzi i sui progetti.
Seconda conclusione. «Gesù prese un bambino e lo pose accanto a sé» (Lc 9,46), fa blocco col bambino e devono essere gli altri a convertirsi, gli adulti importanti. Gesù afferma che bisogna mettersi dalla parte dei poveri per insegnar loro a essere coscienti della loro dignità di figli di Dio. Sembra che Gesù abbia scelto la parte sbagliata, ma questa è proprio la strada di Dio. Gesù invita, perciò, la sua comunità a spogliarsi della convinzione che è la forza che dà gloria a Dio, l’avere mezzi potenti. Noi crediamo nel Dio di Gesù Cristo che si è svelato per mezzo di un bambino, di un crocifisso, che ha detto di rimanere come bambini perché l’essere bambini indica la strada che Dio ha scelto per rivelare il suo volto. Dio ha un volto segreto che non si rivela nelle stelle, nella potenza del mare, nel «trionfo» di Lepanto; è il volto di un Dio che, per rivelarsi, ha scelto e sceglie la debolezza di un bambino, di una Croce. Debolezza che in realtà è grandezza dell’amore, della condivisione.
Terzo pensiero. La condizione del bambino è un’immagine bella di come Dio guarda l’uomo. I bambini hanno certo dei diritti, ma quei diritti non si fondano sui loro meriti perché non hanno fatto ancora niente. I bambini hanno diritti perché siamo noi che glieli riconosciamo, comprendendo che il valore non consiste in ciò che si fa ma in ciò che si è. Questa convinzione è la traduzione a livello umano dello sguardo di Dio.

Leggiamo il Salmo 8: «O Signore, nostro Dio, / quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli s’innalza la tua magnificenza. / Con la bocca dei bimbi e dei lattanti / affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, / per ridurre al silenzio nemici e ribelli…».
Il salmista si chiede, di fronte alla grandezza del mondo, che cosa è l’uomo, qualsiasi uomo, grande o piccolo, e come mai abbia tanti diritti, in qualche modo sia il padrone del mondo. È perché, risponde, Dio lo vede così e gli ha dato tutto questo. Il fondamento dei suoi diritti e della sua grandezza è l’amore di Dio per lui. Il fondamento dei diritti non è, dunque, il merito personale, ma l’amore gratuito di Dio che si «impadronisce» e plasma l’amore degli uomini. Dio ama tutti, non solo gli intelligenti, i fortunati, le persone di successo e il fondamento teologico di questo amore è Gesù bambino.
Ultima annotazione. «Solo il Padre conosce il Figlio» (Lc 10). È una categoria biblica bellissima: la Bibbia, infatti, dice sempre «figlio di» e anche se non si conosce il nome del padre, si sa che, comunque, è un «figlio d’uomo». L’idea di figlio dice l’origine, dice che veniamo da qualcuno, che non siamo noi la ragione della nostra nascita. Dice appartenenza.

Per questo, nella fase infantile della vita vediamo la gratuità assoluta. Un bambino sperimenta la grande parabola dell’uomo davanti a Dio: essere amato gratuitamente, perché è lui, perché appartiene al padre e alla madre senza aver ancora fatto niente.
Davanti a Dio noi siamo sempre così. Diventerai adulto per molte cose, ma davanti Dio sei sempre una gratuità. Dio poteva fare a meno di te e tuttavia tu ci sei, sei un dono. Perciò continua anche da adulto a sentirti amato gratuitamente da Dio, non cercare di pretendere, conquistarti, meritarti l’amore di Dio; è arroganza voler fare l’adulto davanti a Dio. Non si può con Dio: davanti a lui sei figlio e lo sei sempre. Così è Gesù: Figlio per sempre. L’esperienza radicale del Vangelo è quella di essere figlio, ossia amato.

* docente presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale di Milano