CINA - L'inedita fotografia di una studiosa

RITAGLI   Il volto nascosto della Chiesa   CINA

Un viaggio nelle pieghe della realtà ecclesiale cinese nel suo vissuto quotidiano.
Dove le sorprese non mancano...


Suor Betty Ann Maheu, Holy Spirit Study Center Hong Kong
("Mondo e Missione", Novembre 2005)

Pubblichiamo ampi stralci di un intervento, dal titolo Journey of Faith. An Update on the Catholic Church in China: 2005 (Viaggio della fede: un aggiornamento sulla Chiesa cattolica in Cina: 2005), di suor Betty Ann Maheu, dell’Holy Spirit Study Center di Hong Kong, uno dei più importanti osservatori sul cristianesimo in Cina. Si tratta di una relazione tenuta a un convegno svoltosi a Seattle (Usa) lo scorso giugno per iniziativa dell’U.S. Catholic China Bureau, un ufficio studi creato nel 1989 con l’appoggio della Conferenza episcopale cattolica statunitense.

Le opinioni circa lo stato attuale della Chiesa in Cina vanno dall’ottimismo privo di senso critico al pessimismo cupo. (…) Io vorrei osservare in modo diverso la Chiesa cattolica in Cina, non come a un’entità legata a un governo o un’istituzione che opera entro una specifica società, ostacolata da leggi, regole e regolamenti governativi, ma nel modo con cui si guarda a qualsiasi comunità cattolica di altre parti del mondo, come a popolo di Dio; in definitiva alla Chiesa in Cina con il suo particolare volto umano. (…)
Dall’inizio del 2005, in Cina è morto almeno un vescovo anziano ogni mese. Al momento (si era a fine giugno, nel corso dell’estate ci sono state alcune novità, vedi pp. 34-35) si contano 66 vescovi attivi nella Chiesa ufficiale e 48 in quella sotterranea. Diciotto vescovi della Chiesa sotterranea si trovano in qualche forma di detenzione e molti di loro provengono dalla provincia di Hebei. I vescovi che hanno trascorso gran parte della loro vita in prigione o in campi di lavoro saranno presto un ricordo, un amaro ricordo di sofferenza, uomini valorosi che hanno dato tutto sé stessi per la Chiesa di Cristo. La loro morte chiuderà un altro drammatico e spesso traumatico periodo nella storia della Chiesa in Cina. Aprirà altresì un periodo di impareggiabile cambiamento, le cui dimensioni e sviluppi sono ancora poco chiari.
Oggigiorno i vescovi più giovani del mondo si trovano in Cina. Il vescovo Tong Changping di Weinan ha 37 anni ed è stato ordinato quando ne aveva 34. Il vescovo Joseph Han Zhihai, di Lanzhou, ne ha 41. È stato nominato amministratore della diocesi di Lanzhou nel 1999, quando aveva 35 anni (poiché appartiene alla Chiesa sotterranea, il governo si rifiuta di riconoscerlo come vescovo e lo chiama professor Han, benché non abbia mai formalmente ottenuto una cattedra di insegnamento). Dei cinque vescovi ordinati nel 2004, quattro erano trentenni. (…) Tutti questi nuovi vescovi sono in comunione con Roma. L’approvazione di Roma è molto importante per ogni nuovo vescovo, al fine di guadagnarsi la fiducia della gente. La mancanza dell’approvazione da parte di Roma, oggi come oggi, indebolisce l’autorità del giovane vescovo nella sua diocesi non solo nei confronti dei fedeli, ma anche davanti agli altri confratelli vescovi. La gente è molto sensibile a quest’aspetto, contrariamente a quanto si creda.

Questi giovani vescovi sono un segno della nuova vita nella Chiesa cinese. Segno di una nuova energia e presagio di cambiamenti in arrivo. Gli uomini più anziani, avendo sofferto per molti anni a causa della loro fede, sono stati cauti e prudenti. I più giovani trovano ciò difficile da comprendere. Non hanno sofferto personalmente le stesse prove e la prigionia. Osano di più dei loro anziani mentori; sono più disposti a rischiare, pur senza essere avventati. Questi giovani vescovi, così come gli anziani, sono poveri, zelanti e spesso a capo di diocesi estremamente misere. Quelli che ho incontrato sono uomini pieni di gioia e pronti al sorriso, desiderosi di accompagnare la Chiesa nel ventunesimo secolo. Un buon numero di essi, educati all’estero in ambienti cosmopoliti, sono molto più tolleranti delle loro controparti della Chiesa sotterranea, e molto più ecumenici nei punti di vista. La loro è una responsabilità impegnativa, ma il futuro della Chiesa cinese è nelle loro mani. Una questione che mi viene in mente e che non ho mai sentito toccare prima d’ora, è questa: quali sono le implicazioni per il futuro della Chiesa in Cina legate al fatto che ci sono così tanti vescovi giovani, pronti a mantenere il loro ufficio per un periodo molto lungo, probabilmente cinquant’anni o anche più? Questo fatto è completamente nuovo nella storia della Chiesa.
Vorrei ora toccare la situazione delle suore. A cominciare dal 1991, ho ripetutamente incontrato e parlato con molte suore, da un capo all’altro della Cina. In questi anni ho avuto la possibilità di osservare l’evoluzione della vita religiosa femminile nella nuova Cina. In generale le suore sono ancora molto povere e vivono in condizioni precarie. I loro alloggi, spesso, non sono altro che seminari abbandonati dai seminaristi che si sono trasferiti in nuove strutture. Ma, se è vero che molto della vita della Chiesa in Cina dipende dalle suore, un modo per valutare la situazione è osservare cosa sia accaduto loro dopo che il Paese ha riaperto le sue porte. (…)

Una lunga strada è stata percorsa da allora. Oggigiorno, il Centro per la formazione religiosa di Xi’an, nella provincia di Shaanxi, annovera ogni anno un consistente numero di giovani donne che frequentano corsi biennali su vari aspetti della vita religiosa, tenuti da persone ben qualificate. Giovani donne consacrate sono anche incoraggiate a frequentare corsi sulla leadership religiosa. Un altro centro di formazione religiosa è stato appena aperto nella provincia di Shanxi e ha analoghi obiettivi. Conferenze per madri superiore si sono svolte in diverse aree del Paese. Suore di Hong Kong e di Taiwan predicano ritiri e tengono seminari per le sorelle del continente. Membri dell’ufficio catechistico di Hong Kong hanno offerto corsi di formazione. Un certo numero di suore si reca ogni estate a Hong Kong per frequentare corsi speciali su vari aspetti della vita religiosa. Un buon numero di giovani suore ha studiato o sta studiando negli Stati Uniti, in Francia, in Italia, in Irlanda, in Germania e così via. Molte suore sono ora medici e svolgono la loro professione in diversi ospedali della Cina. Centinaia di suore anziane sono seguite dalle giovani, che hanno scoperto quest’aspetto sociale del ministero religioso. I lebbrosi ricevono cure e speranza grazie all’amoroso servizio delle suore e ormai un numero consistente di esse è in grado di seguire i malati di Aids o sta frequentando corsi che glielo consentiranno in futuro. (…)
Per non fornire un quadro troppo squilibrato, vorrei aggiungere che ci sono tante giovani suore e conventi che hanno ancora parecchia strada da fare. Molte hanno tuttora bisogno di una migliore formazione religiosa e istruzione accademica. Ciò è molto importante nel momento in cui i giovani studenti universitari scoprono il cristianesimo e cercano risposte nella loro ricerca di senso nella vita. Pochissime suore sono state preparate a lavorare su questo versante, in un contesto alquanto sofisticato. Poche sono direttori spirituali, in grado di predicare ritiri o coordinare seminari; poche hanno una mentalità liturgica o sono ecumenicamente competenti, oppure capaci di interloquire da pari a pari con i loro coetanei di livello universitario.

Veniamo alla situazione dei sacerdoti. Molti giovani preti si fermano al nostro Centro venendo da casa loro in Cina o facendovi ritorno. A tanti facciamo visita durante i nostri viaggi in Cina. Sono generalmente molto aperti nel condividere con noi i loro sogni, speranze, paure e frustrazioni. Da quanto osservo durante questi incontri, mi sono fatta l’opinione che la situazione dei preti in Cina sia più problematica di quella delle suore. I giovani preti sono caricati di molte responsabilità, spesso all’indomani stesso dell’ordinazione. A volte ci si aspetta troppo da loro.
I seminaristi e i giovani preti hanno generalmente molti più vantaggi delle suore. Il loro livello di istruzione è più alto e le strutture formative sono maggiori. Hanno più opportunità di viaggiare; molti più giovani preti che suore hanno studiato o stanno studiando all’estero. Sono comunque sottoposti a una pressione più intensa rispetto alle suore. Prima di entrare in seminario sono messi sotto pressione dalle famiglie, soprattutto se figli unici o primogeniti. Una volta in seminario, sono sotto pressione per raggiungere i risultati accademici. Devono studiare duro, spesso senza un adeguato retroterra culturale o i mezzi appropriati per quanto riguarda le spese, i libri e il materiale. Il governo li sottopone a una maggior pressione politica rispetto alle suore. La correttezza politica è estremamente importante per il Partito. Spesso gli aspetti spirituali del sacerdozio sono trascurati a favore dell’indottrinamento politico.

In ogni caso seminaristi e professori, in complesso, mostrano maggior interesse per l’ortodossia che per la correttezza politica. Una volta ordinati, anche il divario generazionale tra i sacerdoti può essere fonte di stress, poiché le persone più anziane della parrocchia spesso misurano la qualità di questa nuova generazione di preti con quella dei precedenti tempi duri. Naturalmente i più giovani, non avendo sperimentato personalmente i tempi difficili, sono diversi. Altre pressioni derivano dalla distribuzione geografica. Parecchi giovani preti operano in aree rurali molto isolate. Viaggiano per molte miglia su strade sterrate, spesso in moto, per stare vicino ai loro fedeli, molti dei quali sono poverissimi. Loro stessi vivono sovente esistenze misere e solitarie. I più cercano di arrotondare con le offerte per le Messe provenienti dall’estero.

Nei primi anni Ottanta le vocazioni erano numerose. I seminari non riuscivano ad ospitare tutti i giovani che desideravano entrarvi. Oggi, a vent’anni di distanza (il primo seminario a riaprire fu quello di Sheshan, a Shanghai, nel 1982), la Chiesa in Cina sta già mostrando i segni di una crisi vocazionale. Vi sono crescenti segnali di declino dei precedenti alti numeri di vocazioni. La politica del figlio unico è sicuramente, in parte, responsabile, ma forse sono ancor più determinanti i rapidi cambiamenti sociali in atto. Non molto tempo fa, un giovane uomo che entrava in seminario, e che alla fine diventava prete, poteva sperare in un’istruzione migliore di quella dei suoi coetanei. Oggigiorno, invece, la società cinese offre ai giovani intelligenti e ambiziosi delle possibilità educative, opzioni e opportunità molto allettanti. Lo sviluppo economico, la modernizzazione e la globalizzazione hanno creato una cultura consumistica, che ha accelerato la secolarizzazione. Molti soccombono davanti a queste attrattive e lasciano il sacerdozio.
La politica del governo, forse inavvertitamente, contribuisce a questo declino. La sua enfasi sull’importanza per la Chiesa d’essere autosufficiente tiene occupati tanti giovani preti con questioni economiche. I neo sacerdoti devono vigilare che gli aspetti pastorali e spirituali del loro ministero e la loro personale crescita spirituale non siano trascurati.
Proprio a loro, ben presto, vengono affidate posizioni d’autorità e responsabilità senza pari nella Chiesa. Nel giro di breve tempo sono ordinati vescovi, nominati rettori dei seminari e amministratori delle diocesi. La grande maggioranza dei giovani preti mostra una profonda lealtà verso la Chiesa, il Papa, la loro gente e la vocazione abbracciata. Questi giovani preti sono oggi la forza motrice all’origine dei vari sviluppi dei servizi sociali offerti dalla Chiesa in tutta la nazione, e dietro la crescita dei media e delle pubblicazioni. Se le giovani suore sono la speranza della Chiesa in Cina, è sulle spalle dei giovani preti che grava il suo futuro. Nonostante i problemi fin qui menzionati, le prospettive sono buone.

I cattolici in Cina si concentrano in gran parte nelle aree rurali. Ciò è dovuto alla storia: i missionari erano molto più numerosi e hanno ottenuto maggiori conversioni nelle campagne che in città. I cattolici tendono, inoltre, a concentrarsi in due province: Hebei e Shaanxi. L’Hebei è la patria di almeno un quarto di tutta la popolazione cattolica cinese. Com’è noto, è anche la terra della Chiesa sotterranea e la provincia in cui tuttora avvengono più arresti di vescovi e di fedeli. L’Hebei vanta numerosi «villaggi cattolici», vale a dire paesi dove tutta, o quasi, la popolazione è cattolica. Villaggi simili esistono anche in altre province: Shaanxi, Guizhou e Guangdong. I cattolici di questi piccoli centri tendono ad essere molto devoti, ma nelle forme e con lo stile di prima del Vaticano II. Sono altresì abbastanza legati tra loro e solidali.
Andare a Messa di mattina presto in uno di questi villaggi cattolici rurali può essere un’esperienza molto commovente. La devozione e la profondità della fede della gente sono quasi palpabili. Potrebbe conservarsi una fede simile in un altro ambiente? La popolazione di questi villaggi già comincia a preoccuparsi per le generazioni più giovani, per coloro che abbandonano la vita rurale per cercare lavoro in città, o che diventano più istruiti e assuefatti al consumismo e alla globalizzazione, tutte cose sconosciute entro i confini dei loro piccoli villaggi.
Che dire della gente in città? Esiste una classe intellettuale cattolica? La frenesia degli anni Ottanta per il cristianesimo, con il fenomeno dei cristiani «culturali» (intellettuali che presero ad ammirare il cristianesimo attraverso i loro studi e ricerche), non ha mai prodotto un impatto profondo sulla Chiesa cattolica.

Gravata dalle divisioni, dalle difficoltà nelle relazioni tra la Cina e il Vaticano, dall’imperativo di ricostruire - con le magre finanze disponibili - tutte le strutture distrutte dalla Rivoluzione Culturale, dalla necessità di educare la generazione più giovane di preti e suore, tanto per citare alcune difficoltà, la Chiesa cattolica non ha ancora avuto sufficiente tempo a disposizione per sviluppare una sollecitudine pastorale di qualità per rispondere ai bisogni spirituali dei laici nelle campagne e in città. C’è ancora molto lavoro da fare per aiutare la gente a liberarsi delle superstizioni e ad assorbire gli insegnamenti del concilio Vaticano II. Pochissimo s’è fatto per aiutare i fedeli a sostituire le loro pratiche di pietà tradizionali di stampo pre-conciliare con una spiritualità più biblica. Benché in alcuni luoghi ci siano vescovi che hanno preso sul serio il nuovo ruolo dei laici nella Chiesa, e provano a dare loro posizioni e responsabilità proprie del loro status, i laici, per la maggior parte, rimangono devoti e passivi piuttosto che membri attivi della Chiesa. C’è ancora tanta strada da percorrere prima che essi possano occupare il loro vero posto, previsto dal Concilio, e sviluppare una spiritualità che li induca a concepirsi come un popolo sacerdotale, il popolo di Dio che assume il ruolo che gli compete nella Chiesa in Cina in questi tempi di rapido cambiamento.

( Traduzione a cura di Irene Personeni e Giampiero Sandionigi )