INTERVISTA

«Il passato può essere "invadente", può persino produrre "caos".
Non va mai "banalizzato".
Commemorare troppo comporta dei rischi»:
parla lo scrittore "Premio Nobel" Elie Wiesel.

RITAGLI    «La memoria? Non va politicizzata»    MISSIONE AMICIZIA

«Mandela voleva che partecipassi alla "Commissione" sudafricana
"Verità e riconciliazione",
ma non riuscii. Tuttavia lo giudico un approccio "originale":
il "carnefice" che si confessa non va in prigione».
«Resta aperta la questione: che ne pensano le vittime delle torture?
  Immaginiamo la stessa cosa nel 1945:
Klaus Barbie sarebbe venuto a confessare i suoi crimini.
Avrebbe funzionato?».

Da Parigi, Sèbastien Maillard
("Avvenire", 28/3/’08)

È nato in Transilvania nel 1928, a soli 15 anni è stato deportato con la famiglia ad Auschwitz e poi a Buchenwald insieme al padre, che vi è morto poco prima della liberazione del "campo". Giornalista a Parigi, professore all’Università di Boston, soprattutto scrittore di 40 tra romanzi e saggi tradotti in oltre 30 lingue, Elie Wiesel ha ricevuto il "Premio Nobel per la pace" nel 1986 proprio grazie alle sue opere dedicate all’"Olocausto". Eppure qui Wiesel mette in guardia contro il cattivo uso "politico" dei "ricordi".

Professore: ma far memoria delle "atrocità" della Storia rappresenta il rimedio migliore contro la guerra?

«In realtà, la "memoria" può essere una benedizione o una maledizione. Tutto dipende dall’uso che se ne fa. Credo che i ricordi di guerra che ci ossessionano, se vissuti bene nella loro "trasmissione" possano impedirci di commettere alcuni errori, evitare di far scoppiare di nuovo una guerra. Una ricorrenza ha qualcosa di "artificiale": si sceglie il ricordo di una certa data, di un determinato avvenimento. Si ha soprattutto bisogno di strutturare il ricordo perché il passato è dentro il presente e può arricchirlo oppure "avvelenarlo". Il passato può essere "invadente", può persino produrre "caos".
Come trarne un senso, dare una direzione perché la memoria apra possibilità di "riscatto"? È sempre l’essere umano che deve essere presente per dirigere quest’impresa mentale, intellettuale, spirituale e "metafisica"».

Lei rievoca il potere "redentore" della memoria, ma in pratica per una nazione è pericoloso esercitarlo. Come giudica ad esempio il lavoro singolare di «verità e riconciliazione» intrapreso dal Sudafrica alla fine dell’"apartheid", quando tanti altri Paesi hanno preferito voltare pagina rispetto ai loro momenti più bui?

«Mandela voleva che partecipassi a quella "Commissione".
Abbiamo avuto una lunga conversazione al telefono. Prendervi parte tuttavia non era compatibile con i miei impegni di docente, non sarebbe stato onesto nei confronti dei miei studenti. In fondo si trattava di un approccio "originale" e nell’insieme di una buona cosa che mostrava il potere della "confessione. Il "carnefice" che si confessa non va in prigione. Ma che cosa ne pensano le vittime delle torture? A partire da Kant, noi sappiamo che ciò che è buono deve avere una portata "universale". Immaginiamo la stessa cosa nel 1945, con i grandi "collaborazionisti", i grandi "torturatori". Klaus Barbie sarebbe venuto davanti a una "Commissione" a confessare i suoi crimini. Avrebbe funzionato? Allo stesso tempo è difficile paragonare due epoche, non bisogna fare paragoni con l’"Olocausto"».

Come i politici devono trattare la "memoria" di un popolo? Sono state votate alcune leggi «memorialiste» per riconoscere o meno un "genocidio", per valutare un periodo della storia come la "colonizzazione", eccetera.

«Non bisogna "politicizzare" la "memoria", quali ne siano i termini. La memoria dev’essere ciò che ci unisce, non ciò che divide. La "politicizzazione" della memoria è una forma di divisione. La politica serve ad avere due campi in opposizione. La memoria è al di sopra di ciò. L’essenziale è soprattutto non "banalizzarla". Commemorare troppo comporta un rischio, bisogna farlo sempre con "pudore", con ritegno, con uno scopo di verità che non deve essere una verità "offensiva". Si può "strumentalizzare" il ricordo di una guerra per fini cattivi, insultare il vecchio nemico, umiliare colui che si fronteggiava. Che nel 2004 il "cancelliere" tedesco abbia partecipato alle "commemorazioni" dello sbarco in Normandia è stato importante. De Gaulle e Adenauer avevano mostrato l’esempio, al contrario io ho rotto la mia amicizia con Mitterrand a causa di Bousquet.
Per me è una offesa. Il Presidente ha poi insistito fino alla fine perché l’accompagnassi a Berlino, dove andava a rendere omaggio al coraggio dei soldati tedeschi durante la guerra. Non avrei potuto appoggiare un tale discorso. Avrei lasciato la sala».

Qual è il dovere della memoria, privata in questo modo di finalità "politiche"?

«Combattere l’"indifferenza".
Non riconosco alcun diritto all’indifferenza. Si tratta di un principio di base per l’umanità, lo ripeto da anni: l’opposto dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza. L’opposto dell’educazione non è l’ignoranza, ma l’indifferenza. L’opposto dell’arte non è la "bruttezza", ma l’indifferenza. L’opposto della giustizia non è l’ingiustizia, ma l’indifferenza. L’opposto della pace non è la guerra, ma l’indifferenza alla guerra. L’opposto della vita non è la morte, ma l’indifferenza alla vita o alla morte. Fare memoria combatte l’indifferenza ».

È sufficiente ciò, con una "globalizzazione" dominata dal denaro e che "astrae" da ogni "morale"?

«Ci sono persone per le quali i soldi devono produrre altri soldi. Ma io constato anche che il denaro non rappresenta per tutti un "fine" in sé. Tra i maggiori industriali del nostro tempo si ritrovano Bill Gates o Warren Buffett, che hanno donato il loro "patrimonio", decine e decine di miliardi di dollari, ad opere di beneficenza! Non è male».

Lei non teme un problema di "trasmissione" della memoria presso le giovani generazioni?

«Viviamo in un secolo d’informazione trasmessa ovunque nel mondo. Ma tra "informazione" e "conoscenza" c’è un abisso. Tra la conoscenza e la "sensibilità" c’è poi un altro abisso. Infine tra la sensibilità e l’"impegno" ne esiste un terzo. Educatori o scrittori, il nostro ruolo è trasformare l’informazione in conoscenza, poi in sensibilità, poi in impegno attraverso queste quattro tappe.
Dopo quarant’anni che insegno, non ho mai fatto lo stesso corso due volte. Di base, insegno ai miei giovani studenti l’apertura e la sensibilità. Colui che ascolta il "testimone", lo diviene a sua volta».

La sua memoria "ebraica" si basa sulla "testimonianza" di suo padre...

«La morte di mio padre ricorre ogni anno al momento del "Forum economico mondiale". Io devo cercare di "isolarmi" per pensare a lui, a come è morto.
Chiudo gli occhi e mi domando: che vuole che faccia? Voglio restare fedele agli insegnamenti di mio padre. Se Giuseppe, nel "Talmud", ha la forza di resistere alla donna nuda che vuole sedurlo, è perché gli ritorna in mente la figura di suo padre».


( Traduzione di Annamaria Brogi; per gentile concessione del quotidiano «La croix» )