SENTIRE LA SPERANZA

RITAGLI     Il silenzio, spazio benigno di liberazione     DOCUMENTI

Roberto Mancini
("Avvenire", 28/10/’08)

Poco prima di morire, Dino Buzzati scrisse sul suo "diario" questo "dialogo": «Dio che non esisti ti prego che almeno su questa grande nave che mi porta via le cabine siano ben aerate. / Ma se non esiste perché lo preghi? / Non esiste fintantoché io non ci credo, finché continuo a vivere come viviamo tutti, desiderando, desiderando… / Troppo tardi. / Per la forza terribile dell’anima mia, forse vile, trascurabile in sé, però anima nella piena portata del termine, se lo chiamo verrà». Penso che il "dialogo" sia stato scritto dopo un lungo silenzio, in una distanza nuova dai fatti ordinari della vita. La "Bibbia" narra che il Dio vivente sa accostarsi a noi «in un soffio di silenzio» ("1 Re 19,12"). Ciò indica non una "scontata" presenza divina in spazi raccolti, ma la grande libertà dell’incontro con l’"Altro" al di là di ogni confine che gli uomini stabiliscono.
Ovunque accada il vero silenzio, si sperimenta, dice
Aldo Capitini, «la penetrazione nella nostra vita di una vita superiore e inesprimibile». In ogni caso, ben prima della separazione tra credenti e non credenti, non c’è vita veramente umana senza dialogo e dialogare significa anzitutto essere capaci di ascoltarsi a vicenda grazie all’ospitalità del silenzio. Ospitalità data e ricevuta. Perché il silenzio va accolto senza il timore che sia solo un vuoto. Allora scopriamo che è lui ad accoglierci.
Non penso ai silenzi per "omertà", imbarazzo, paura, ostilità; penso al silenzio "rigeneratore" che consente a ognuno di respirare e ritrovarsi. A chi corre per le tante cose da fare, esso insegna che può anche fermarsi, almeno per un po’: il mondo va avanti ugualmente. Questo ci procurerà l’angoscia del sentirsi "superflui"? Se il cuore si fida, proveremo invece un senso di "liberazione". Nel silenzio accade l’incontro con la libertà di poter sentire, pensare, essere, agire altrimenti. In questo spazio benigno si è attratti ad ascoltare l’"anelito" che ci abita, a sentire l’anima, a vedere l’"essenziale", che spesso è stato sepolto a forza di adattarsi al peggio della vita. Perché ciò avvenga, non basta tacere o raccogliersi in un luogo tranquillo. Il silenzio va desiderato, ma accade imprevedibilmente.
Quando ci raggiunge, l’impulso più lucido è quello di affidarsi, aprendoci a incontri "essenziali". Nella sua ospitalità si danno infatti forme di comunione da coltivare. È il caso della relazione con le persone amate scomparse. Esse non sono cancellate, come se non fossero mai esistite. Il loro silenzio ci accompagna e il "dialogo" persiste, purché il cuore non sia serrato per eccesso di difesa dal dolore. Gli "scomparsi" ci chiedono, più del ricordo della vita trascorsa, la memoria del presente e la fedele attesa dell’incontro futuro. Solo chi si riduce a fidarsi unicamente dell’angoscia può liquidare il pensiero che la comunione nel bene sia indistruttibile. Nel silenzio a ciascuno è dato di confrontarsi con la propria strada, sentendosi chiamato a una "vita vera".
Accettare questa ospitalità non comporta di chiudersi nell’interiorità. L’autentico incontro con il silenzio non ci "sequestra" nell’isolamento, anzi ci rimanda verso gli altri con la piena coscienza della nostra responsabilità: "interpersonale", politica, storica. L’azione "feconda" sorge da questo incontro.
Da qui si giunge a prendere la parola in difesa dei deboli, oggi perseguitati ovunque, a protestare contro l’iniquità, ad agire per il "bene comune". Un silenzio che non "fruttifica" nell’azione è come una preghiera fatta restando complici dell’ingiustizia.